Notizie Flash

Inquinamento radioattivo, Garigliano pochi ne parlano

Quasi nessuno immagina che nel Golfo di Gaeta siano stati scaricati dalla centrale nucleare del Garigliano addirittura radionuclidi artificiali come il Plutonio 239, il Cesio 137 e il Cobalto 60. Il dossier dell’Iss che aveva evidenziato l’aumento della radioattività, sparisce.

di Valsusa Report. 

La centrale nucleare del si trova sul confine tra la provincia di Latina e quella di Caserta. E’ stata completata nel 1964 e nel 1965 passò in gestione all’Enel. La centrale nucleare del iniziò il suo funzionamento commerciale nel giugno 1964, ottenendo però solo nel 1967 la “licenza di esercizio”; per tre anni quindi è stata abusiva. La disattivazione arrivò il primo marzo del 1982. Nel 1999 la Sogin è subentrata come proprietaria dell’impianto, (Sogin Spa, la società nata nel 1999 con il compito di smantellare le centrali chiuse dopo il referendum del 1987) per la fase di smantellamento e bonifica. Un impianto passato di proprietà, e non ancora bonificato, 32 anni dopo la disattivazione del reattore. Situata in un’ansa del fiume , crea allarme, data la portata di 400 mc al secondo del fiume. Quando esondò il portava acqua per 700 mc al secondo e invase pericolosamente il sito della centrale nucleare. Da sono partiti per La Hague 13 ton di scorie radioattive, sistemi di trasporto discutibili come nel 1982, quando un contenitore su rimorchio ferroviario spedito dalla Germania, a partire dallo

GOLFO DI GAETA

GOLFO DI GAETA – FOCE DEL GARIGLIANO

scalo San Lorenzo di Roma, dove era stato messo su gomma, perse per strada la bellezza di 9.000 litri di acqua con cobalto 58, cobalto 60, e manganese 54.

Sono attualmente stoccati circa 3.000 metri cubi di rifiuti a media attività (la cui radioattività dura alcuni secoli), mille e cento mc di rifiuti a bassa attività, sepolti nelle trincee insieme a 80 tonnellate di amianto radioattivo derivato dalla bonifica dell’edificio turbina. Per bonificare le trincee si sta procedendo a costruire un edificio di contenimento per estrarre i rifiuti in sicurezza. Nel frattempo è in stato di avanzamento la costruzione del D1, ossia del deposito di 11.000 mc di volume che servirà a stoccare 1.100 mc di rifiuti, ed è stato recuperato l’edificio ex diesel grande 6.000 mc, nel quale saranno stoccati 600 mc di rifiuti.

Nella centrale del Garigliano si sono verificati incidenti e guasti che ne determinarono l’interruzione per lunghi periodi, per non parlare della sfiorata fusione del nocciolo nel novembre 1979, l’esplosione del sistema di smaltimento dei vapori e gas incondensabili, con rottura dei filtri e rilascio di emissioni nell’atmosfera del 1972 e nel 1976. Ripetute esondazioni,  il 14 novembre 1980, quando il livello del fiume raggiunse metri 8.23, l’acqua del fiume Garigliano entrò nell’area della Centrale fino ai locali dei depositi di rifiuti radioattivi e negli impianti di scambio ionico dei condensati, l’ultima il 17 marzo 2011 che sommerse gli scoli del reattore.

Già quando in funzione, il camino della centrale del Garigliano, immetteva nell’atmosfera circa 119.000 metri cubi di sostanze aeriformi ogni ora.

CENTRALE GARIGLIANO

CENTRALE GARIGLIANO

L’espulsione del vapore nell’aria veniva trattata dai filtri posti alla base del camino. Dai dati di Enel e Enea, i filtri erano efficaci al 99,97%. Il restante 0,03% veniva quindi espulso in stato non puro. Calcolando fanno quindi 36 metri cubi all’ora, moltiplicando per 15 anni, sono i valori di sostanze venute a contatto con le barre di uranio arricchito nel reattore, liberate nell’aria e nell’ambiente circostante.

Il procuratore Giuliana Giuliano, nel dicembre 2012, apre un’inchiesta e iscrive nel registro degli indagati Marco Iorio, responsabile della disattivazione dell’impianto per conto della Sogin Spa. Nei ritrovamenti, che hanno impiegato per 18 ore i tecnici dell’esercito, c’è quella di aver riscontrato nel terreno dell’impianto, ad una profondità tra i 20 e 50 cm, rifiuti ancora in attività: dalle tute anti-radiazioni al materiale tecnico,  – scrisse Latina Oggi – registri degli scarichi liquidi e aeriformi compilati a matita. Li ha sequestrati la Guardia di Finanza di Mondragone.

Altre testimonianze si ebbero molto prima, basti leggere il rapporto dell’unica indagine epidemiologica condotta tra il 1979 e il 1981 dal prof. Alfredo Petteruti, laureato in chimica industriale, in collaborazione con l’Istituto di Anatomia Normale e Teratologia, Facoltà di Veterinaria dell’Università di Napoli; con la Facoltà di Agraria dell’Università di Portici-

ALLAGAMENTO CENTRALE GARIGLIANO

ALLAGAMENTO CENTRALE GARIGLIANO

Napoli; con l’Istituto di Fisica Teorica dell’Università di Napoli; con l’Istituto di Anatomia Comparata “B. Grassi” dell’Università di Roma; e ancora, con i medici veterinari di Sessa Aurunca. L’indagine, pubblicata nel libro La mostruosità nucleare, è un’indicazione di campionatura statistica, in aziende similari, tra vacche “Frisone italiane” dette localmente “Olandesi”. Le aziende esaminate in due zone prossime alla centrale sono 32. Il numero delle nascite con mostruosità è, rispettivamente, 33 e 9 volte maggiore rispetto alla zona “C”. Dove il rapporto “9” non significa 9%, ma 800% in più e il rapporto “33” significa il 3.200% in più di nascite mostruose.

Nel libro di Marcantonio Tibaldi, Inquinamento da radionuclidi nelle acque del Lazio meridionali c’è un ulteriore particolare agghiacciante: i parti degli anni 1971/80 sono stati 15.771. Su un totale di 90 casi di malformazioni, 60 si sono registrati nelle zone di mare (Formia, Gaeta, Minturno, Mondragone) dove nascevano quasi tutti i bimbi di Sessa Aurunca. Altri 4 casi di anencefalia sono avvenuti presso l’ospedale di Minturno, in provincia di Latina (Dichiarazione del dott. Eugenio Fusco, ginecologo presso il predetto ospedale, pubblicata da Panorama n. 777, del 9 marzo 1981, pagg. 11/12). C’è poi da considerare l’aumento esponenziale di cancri e leucemie che, secondo i dati ISTA raccolti nel periodo 1972-78, sono attestati al 44,48%.

Inoltre, in una ricerca effettuata per la Cee di Delfanti e Papucci (“Il comportamento dei transuranici nell’ambiente marino costiero”) viene tracciata una mappa della contaminazione da plutonio nel golfo di Gaeta da 2 a 4 volte la deposizione da fall-out. Il plutonio non esiste in natura: è una sostanza altamente tossica dal punto di vista chimico, è pericolosamente

VISTA DALL'ALTO

VISTA DALL’ALTO

radiotossica. La radioattività del plutonio si dimezza dopo 24 mila anni ed esso rimane pericoloso per oltre 400 mila anni. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità. “0,25 milionesimi di grammo sono il massimo carico ammissibile di plutonio in tutta la vita per un lavoratore professionalmente esposto”. Bastano infatti pochi microgrammi di plutonio immersi nel condizionamento di un grattacielo per condannare alla morte rapida tutti coloro che si trovano al suo interno».

Sull’aumento della radioattività nei sedimenti marini del golfo di Gaeta ha scritto il 4 agosto 1984 anche l’Istituto Superiore di Sanità, ma senza adottare alcun provvedimento per tutelare l’ignara popolazione: «Per una serie di ragioni descritte in notevole dettaglio nella letteratura tecnica, si sono prodotti fenomeni di accumulo del Cobalto e del Cesio, scaricati nel fiume Garigliano, all’interno del golfo di Gaeta. Ciò è indubbiamente legato all’insediamento della centrale».

Succedono stranezze intorno alle italiane, il rapporto del 1984 che riportava studi, dati precisi ed ufficiali, secondo il senatore M5s Giuseppe Vacciano “è uno dei pochi studi esistenti” sparisce. Il 6 giugno scorso l’Istituto per la sanità pubblica ha risposto formalmente alla richiesta di copia da parte del movimento 5 stelle, in questo modo: “In considerazione dell’ampio lasso di tempo trascorso dalla produzione della relazione tecnica da parte di questo ente (1984), spiace comunicarLe l’indisponibilità della documentazione richiesta, prodotta a quel tempo solo in formato cartaceo e non più detenuta negli archivi dell’Amministrazione”.

Nell’area della provincia di Latina sono due le centrali dismesse: oltre a quella del Garigliano, a pochi chilometri dal capoluogo c’è l’impianto di Borgo Sabotino, con un deposito di rifiuti radioattivi inaugurato pochi mesi fa.

(V.R. 20.08.14)