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Nella società “liquida” il ruolo delle neuroscienze con la pedagogia

I cambiamenti attuali della società richiedono una relazione stretta tra la pedagogia e le neuroscienze per riportare l'individuo alla consapevolezza di sè.

Viviamo in una fase storica di rapido cambiamento sociale, culturale e scientifico, che porta a considerare “superati” i valori tradizionali e a sostituirli con una confusa varietà di riferimenti. Di qui, l’emergere di  una società disorientata, stressata e frantumata, che genera insicurezza, paura, senso di sradicamento. La crisi e la polverizzazione dei valori fondamentali rappresentano pertanto una grande sfida sociale, politica ed educativa.

In questa visione, appare preminente la dimensione educativa. Secondo recenti studi, il nostro Paese sta vivendo “un’emergenza educativa” senza precedenti. La società è profondamente cambiata e la e la scuola non hanno avuto la capacita di formulare strategie adeguate.

L’emergenza non riguarda soltanto teorie, contenuti, metodi e programmi educativi, ma il senso autentico di “fare educazione”. Che ha come suo scopo la formazione e lo sviluppo intellettivo, emotivo, sociale e morale del bambino. Per fermare questo processo di”disintegrazione” occorrono, secondo Lowenthal, soluzioni normative, che siano generatrici di “sicurezze culturali evidenti, capaci cioè di dare “orientamento pratico” (Lubbe).

Cambiamenti troppo rapidi nel campo dei valori fondamentali, quali la concezione del mondo e della vita, la morale, gli usi e costumi, i rapporti umani, la religione, l’arte, rendono l’uomo e la società- afferma uno dei massimi studiosi in Europa di pedagogia,Wolfgang Brezinka, nel suo libro “Educazione e pedagogia in tempi di cambiamento culturale” (Vita e Pensiero, Milano)- “insicuri e confusi”.  Subentra un processo involutivo, di decadenza.

Oggi, lo spirito del tempo  appare “individualistico, razionalistico, edonistico”. L’accettazione dei principi, delle norme, della stessa autorità genitoriale, è considerata “nemica della libertà”. In una società dai valori incerti e confusi, genitori e insegnanti sono disorientati e non sanno cosa trasmettere, come educare e formare le nuove generazioni. Le quali manifestano- rileva Pietro Roveda nel suo volume Educazione e psicoanalisi ( Vita e Pensiero, Milano) “ incessanti e continue richieste di rivendicazione libertaria e consumistica, organizzate su moduli sessuali e aggressivi”. Il pericolo è la “fuga” dalle loro responsabilità educative e formative.

Questa situazione di crisi e di insicurezza ha fatto emergere un principio ritenuto da molti studiosi fondamentale per l’avvenire della civiltà. Tale principio “si fonda- scrive Brezinka- sull’ educazione dei valori”.

Invero, valore è un termine usato in tutto il mondo per indicare cose molto diverse fra loro. In generale, il concetto di valore designa il complesso delle qualità positive e ideali che costituiscono “punti di riferimento fondamentali”, come la vita, la salute, il sapere, la morale, il diritto, l’arte, la religione, la verità, il rispetto, la dignità. Valori fondamentali poi sono la famiglia, il matrimonio, la democrazia, lo stato di diritto, il bene, il bello, i buoni fini, i principi, gli ideali.

“Educare ai valori” è anzitutto una risposta alla “crisi culturale” nella quale si trova la nostra società. Per crisi culturale, intendiamo- d’accordo con altri autori- una crisi dell’ orientamento, in relazione alla scala dei valori, della morale e dei comportamenti umani, sociali e spirituali. Il mutamento degli usi e dei costumi, l’instabilità emotiva e l’insicurezza determinano una crisi delle “convinzioni personali”: non si capisce più cosa sia importante o superfluo, migliore o peggiore, onesto o disonesto. Il controllo sociale appare “scomparso”. Vige il principio della tolleranza in tutti i comportamenti etici, politici, religiosi. Prevale il relativismo. Si devono accettare tutti i punti di vista, anche se privi di validità logica, culturale e scientifica.

Educazione ai valori significa allora “sapere” e “saper fare”, è educazione ai principi, non è soltanto trasmettere conoscenza e abilità. Ma è formazione morale, è promuovere “atteggiamenti morali”, formare l’individuo in direzione del benessere individuale, sociale ed etico.

Punto di partenza, è la presa di coscienza che i valori si apprendono  con gli esempi e con le azioni più che dalle parole o dalle prediche morali. Occorre iniziare dai bambini e nei luoghi in cui si formano le basi della personalità, ossia dalla famiglia e dalla scuola. In una società in cui tutto è permesso, l’attenzione va posta sull’importanza di tracciare una “cultura e un’educazione normativa” che ci guidi su come agire, cosa fare e non fare, cosa scegliere (Brezinka).

Attualmente, c’è un giudizio condiviso sul fatto che viviamo in un tempo di eccessivo permissivismo, un’epoca ispirata da un’ideologia di lassismo e, come abbiamo detto, dalla fine dei valori. La perdita dei valori rappresenta una delle cause del declino della società e determina- precisa Brezinka- due situazioni. La prima riguarda l’indebolimento della cultura e delle norme di comportamento, come credenze, ideali, moralità. La seconda situazione riguarda la crisi delle certezze individuali e collettive, la crisi delle loro virtù e della loro moralità. Tale fenomeno ha dato vita al movimento diemancipazione, ossia alla liberazione da legami, autorità, tradizione, producendo egoismo, mancanza di rispetto, arroganza, passioni e lo spegnersi progressivo delle credenze religiose. Nietzsche parla della “morte di Dio”, della perdita della coscienza del bene e del  male. Tutti elementi che hanno contribuito allo “sradicamento” sociale e spirituale, al materialismo bulimico, all’individualismo (sindrome narcisistica) e all’edonismo. Una deriva che ha creato un senso di solitudine, insicurezza e devianza morale assieme a un processo di secolarizzazione,  ossia discristianizzazione di una società moderna e post-moderna caratterizzata daanomia.

In questa confusa e complessa condizione, finora, la pedagogia e le scienze (!?) dell’educazione, come oggi pomposamente vengono chiamate, hanno fornito contributi assolutamente inadeguati. Che il famoso pedagogista tedesco definisce “fantasticherie pedagogiche, illusioni, chiacchiere povere di contenuto, con un altissimo grado di astrazione”. Autorevoli studiosi  sostengono che la pedagogia presenta un quadro caratterizzato da “frammentazione, gergo nebuloso, povertà teorica” (Bittner). Una pedagogia “confusa e superflua”, in quanto propone  con “faciloneria” (Adam) una moltitudine di supposizioni prolisse e verbose.

Non esiste dunque la pedagogia, ci sono tante pedagogie, le quali presentano incertezze epistemologiche, formule astratte e inconsistenti, senza alcuna base scientifica (Perry). Attualmente, non esiste alcun concetto ampiamente riconosciuto di pedagogia, così come non esiste alcun concetto di educazione (Hierdeis). Si tratta di “frammenti disintegrati di sapere” (Kron), che confondono invece di orientare  (Arnstine). Un non sapere intriso di “parole nebulose”. Si spiega così come la pedagogia, che è entrata nelle università durante l’illuminismo non come scienza autonoma, ma come disciplina che poggiava sulla filosofia, sia in “crisi d’identità fin dagli inizi” (Lenzen).

Riteniamo, d’accordo con Roveda, che la pedagogia e l’educazione debbano assumere un approccio interdisciplinare. Già Freud proponeva “un’educazione psicoanaliticamente illuminata”. In questa direzione,  hanno svolto un ruolo importante studiosi, come Adler, Zulliger, Jung, Aichorn, Anna Freud, Erikson, Rogers.  I quali hanno cercato di contrastare sia l’educazione permissiva e rinunciataria sia quella autoritaria e repressiva, mirando al superamento, come auspicava Freud, del “principio di piacere” in favore del “principio di realtà”. Una concezione basata su principi di eticità e di ordine con lo scopo di promuovere una crescita individualizzata. Una crescita dall’interno e non attraverso un modellamento dall’esterno (Maslow).

Se vuole sopravvivere, la pedagogia (ma così la psicoanalisi e la stessa psichiatria) deve esprimere una conoscenza certa dell’educazione organizzata intorno alle . Pedagogisti, insegnanti ed educatori debbono possedere una cultura neuro scientifica, basata sul funzionamento del cervello e della . E’ impensabile che si possa continuare ad esercitare insegnamenti e formulare teorie e metodi pedagogici ed educativi  senza l’uso degli splendidi progressi realizzati dalle nuove neuroscienze in questi ultimi anni.

di Guido Brunetti per Neuroscienze.net