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Fuori Dal Tunnel. Un antropologo nel villaggio NO TAV

L'antropologia studia il fenomeno del popolo No Tav; non si parla di terrorismo ma della comunità, del senso di appartenenza e del desiderio di giustizia, sociale e civile.

di Manfredo Pavoni Gay.

Come diceva Geertz – scherza gli antropologi sono coloro che rompono le scatole e fanno domande stupide a persone intelligenti”.
Nella sala strapiena del comune di S.Ambrogio Marco Aime, stimolato dalle domande di Anna Avidano, anche lei antropologa e studiosa del movimento , racconta che lui la Val la conosce, la frequentava, ci ha fatto anche il militare, ma non aveva mai pensato di scrivere una etnografia del movimento No (a cui andava la sua simpatia e che seguiva da simpatizzante).

Il problema era cosa mettere in luce visto che il terreno No Tav era stato ben esaminato da tantissime pubblicazioni, studi, saggi e anche racconti narrativi. Così frequentando la valle, e parlando con le persone, gli è venuto in mente che forse poteva essere interessante raccontare il movimento No Tav con il taglio della comunità. Ossia come è cambiata la comunità No Tav in questi anni di lotta, conflitti e minacce esterne dovute al TAV? “Come diceva William Blake – continua Aime – si può vedere l’universo attraverso un granello di sabbia. Ho cercato di raccontare la Val Susa non solo come una etnografia ma come un laboratorio di qualcosa di più ampio, di più generale”.

Anche se, chiarisce subito, “è molto più difficile fare ricerca da vicino che da lontano perché sei dentro alla realtà che stai osservando mentre se vai in Burkina Faso sei molto più distaccato e qui invece non puoi far finta di niente, far finta di non essere schierato. Poi se dici qualcosa di sbagliato non è che la gente lo legge e basta; ti fa le pulci su ogni riga. Più andavo avanti più ho capito che la funzione di laboratorio è la specificità di questo movimento che d’altronde ne spiega anche la longevità (più di 25 anni) rispetto ad altri movimenti. Quindi c’è qualcosa di diverso, certo  le tradizioni la storia della valle, ma soprattutto la specificità è la capacità di fare unità, questo è il perno su cui ruota un po’ questo libro”.

Un libro che scorre via velocemente scritto con un linguaggio che nulla ha dell’accademico e che cerca, come sottolinea l’autore, di raccontare la polifonia del movimento, le varie voci delle persone, restituirne la pluralità, perché questo è soprattutto un movimento plurale e variegato. Per questo chiarisce Marco Aime “ho voluto lasciare anche il linguaggio parlato per dare un po’ il senso di un affresco collettivo”.

Sollecitato dalle domande di Anna Avidano, Aime chiarisce perché è così importante ritornare su questo termine di comunità in un periodo di globalizzazione. Comunità che non è community nel senso dei social network perché per diventare comunità non basta condividere un territorio, basti pensare alle città o alle assemblee di condominio qualcosa di lontanissimo dalla comunità. Per diventare comunità bisogna percepire il territorio come qualcosa che ti appartiene e questo non va da se bisogna costruirlo è un percorso.

La relazione tra le persone del movimento No Tav è il bisogno di imparare a stare insieme nella diversità e alla pari, in modo orizzontale se no si rischia di diventare una setta. Il libro cerca di comprendere questo processo di identificazione di uno spazio fisico ma anche uno spazio emotivo percepito, continua Aime, in modo interiorizzato come la questione della salute e della responsibilità alle generazioni che verranno. Un discorso che scavalca la pura condivisione di un territorio ma aggredisce tematiche più ampie.

Una minaccia quella del Tav che ha sviluppato una spirale aperta su altre tematiche che non sono solo quelle della valle e del Tav. Qualcosa dopo questa lotta è cambiato, sono cambiati i rapporti, le conoscenze tra le persone, il modo di stare insieme, nulla è più come prima. Il libro riflette anche sull’organizzazione del movimento facendo riferimento alla monografia di Evan Prichard sull’organizzazione dei Nuer un popolo del Sudan che non aveva una forma classica di struttura gerarchica e decisionale. 

Ma come, scrive Aime, una “anarchia ordinata” riprendendo il titolo della traduzione del libro in Italiano a cura dell’antropologo Bernardo Bernardi. Anche il movimento No Tav non ha dei capi e delle strutture decisionali rigide. Come molti intervistati affermano nel libro di Aime, non esistono leader; a nessuno il movimento ha demandato questo ruolo. Ci sono varie capacità e personalità che a volte spiccano ma a nessuno di loro sono state consegnate le chiavi del Movimento.

Altra tematica toccata da Aime, nella sua presentazione, è quella di come sono visti da fuori i “valsusini”. Influenzati dai media e dal pensiero comune molte persone, anche colleghi universitari, hanno una idea un po’ stereotipata del movimento, considerati come movimentisti alternativi o Blak Block incavolati. Aime ha raccontato di un dialogo che ha ascoltato in un viaggio in treno, tra due signore che dicevano: Se prendi il No Tav arrivi prima e l’altra eh si ma il No Tav costa di più”. Nel bene o nel male No Tav è diventata una espressione comune del vocabolario; una sorta di brand anche se equivocata come in questo caso. Anzi si usa il “No Tav” al posto della “Freccia Rossa”; questo indica l’immagine che è entrata nel linguaggio e nell’immaginario comune.

Molto interessante il capitolo del libro dedicato ai presidi come luogo simbolico di appartenenza e di creazione di comunità. Anche su questo concetto Aime fa un riferimento all’ e in particolare all’opera di Victor Turner,  laddove nel suo libro “Il processo rituale”, Turner chiarisce che è importante ritornare alla parola communitas, nel senso di uno stato della società che, come spiega Aime, “si contrappone al regime strutturato delle relazioni tra gli uomini e restituisce a quest’ultimi in un contesto di liminalità e attraverso rituali, un modo di partecipare alla società , non soggetto all’ordine statutario contemporaneo”.

Secondo Turner il conflitto è un elemento fondamentale e perenne della società che non vive in uno stato di equilibrio permanente, e spesso il conflitto non riesce a essere gestito dal sistema organizzato della società, e sfocia in una rottura delle relazioni che Turner chiama “dramma sociale”, proprio perché le norme non sono più condivise da tutti. Turner indica diverse fasi che caratterizzano questa rottura e Aime applica in modo molto interessante questo modello alla questione del Tav e nella risposta del Movimento a livello sociale e partecipativo. Questo lo si comprende anche dalla capacità di tenere insieme pezzi diversi delle generazioni; quelle che avevano trascorsi ideologici differenti degli anni 70 con giovani di 20 anni che vivono oggi una realtà politica completamente cambiata.

La capacità è stata di portare il dibattito dalle posizioni politiche alla questione del merito dei fatti. “I problemi non sono di destra e sinistra afferma l’autore ma le soluzioni semmai possono essere legate a questi riferimenti storici, anche se poi spesso le soluzioni possono essere o ragionevoli o non ragionevoli”. Il comitato Habitat secondo Aime ha avuto la capacità di impostare il problema secondo riferimenti laici e comprensibili.

A questo sfondo marcato dal pensiero economico unico e dalla mancanza di alternative, il Movimento No Tav offre contrappesi e possibilità di non solo sognare alternative, ma di sperimentarle nella lotta, come nelle forme di vincolo e di creatività comune. Alcune domande  durante la presentazione del libro cercano di capire se ci sono punti deboli nel Movimento; qualcuno parla di difetti e Aime risponde che il rischio del Movimento, come di altri movimenti, poteva essere quello di rinchiudersi su se stesso in modo un po’ vittimistico, rischiare di pensare e agire solo con questa lente della lotta No Tav.

Rischio che, per Aime, si è superato perché il movimento ha avuto la capacità di aggregazione tra diversi, guardando alla valle, ma anche a un altrove di lotte e di ingiustizie, sostenendo e sperimentando in modo caparbio, per più di 25 anni, opinioni e idee in conflitto con il pensiero dominante e dominato dalla scomparsa di alternative possibili e praticabili. Soprattutto, secondo l’autore, la grande capacità è stata quella di creare comunità, fare comunità, ma non solo, anche quella di tenerla viva e attiva attraverso la costruzione di una narrazione comune e condivisibile.

M.P. 15.11.16

*(Marco Aime, Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella val di Susa. 2016 Meltemi editore pp.297)