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Ecocidio nell’Ilha de Maré, bahia di Salvador

Negli anni una enorme riduzione del pesce, la morte di crostacei e la scomparsa della barriera corallina poi iniziano ad ammalarsi anche le persone

di Manfredo Pavoni Gay

La storia che vorrei raccontarvi oggi è una storia vera, una storia di lotta e resistenza, una storia che ha a che fare con la storia No Tav. Potremmo dire che lo spirito che la abita è uno spirito combattente di piccoli contro grandi, di chi sente di appartenere a un territorio e lo ama, contro chi è mosso da interessi economici e di potere per quella stessa terra.

E’ la storia di Marisela, di Eliete e di altri 10000 quilombola che vivono in una piccola isola chiamata nella bahia di Salvador stato di Bahia.

Sono stato in questi giorni su quell’isola per vedere da vicino e coi miei occhi l’ che sta avvenendo lentamente e quasi nel silenzio generale. La natura e la popolazione afrodiscendente quilombola di pescatori artigianali, fuori dai grandi circuiti economici, al interessa poco.

La comunità di Ilha de maré è una comunità nera di pescatori, come potrebbe essere se non fossimo in Brasile, una comunità della costa del Senegal della Guinea Bissasu o della Nigeria.

Il Quilombo si è formato all’incirca nel 1750, quando gli schiavi africani fuggivano dalla Fazenda, di cui i resti sono ancora ben conservati sulla costa, e a nuoto (circa un chilometro) raggiungevano l’isola e fuggivano nella fitta foresta per nascondersi dai cacciatori di schiavi. Molti morivano e alcuni riuscivano a raggiungere l’isola e formare piccole comunità di resistenti. Dopo l’abolizione avvenuta nel 1890 altri ex schiavi donne e bambini afrodiscendenti raggiungono l’isola e stabiliscono piccole comunità di pescatori che sopravvivono con la pesca e con la raccolta di granchi ostriche e crostacei.

Negli anni 60 la situazione muta radicalmente perche con la dittatura militare e il mito dello sviluppo per un Brasile “grande, moderno e civilizzato”, viene costruito uno dei più grandi porti industriali e petroliferi il porto di Aratù che dista pochi chilometri dall’isola. Poi negli anni vengono installati un enorme cementificio controllato dalla Oderbrecht (multinazionale delle costruzioni) e una fabbrica chimica che produce fertilizzanti, la Down Chemicals, infine per non farsi mancare niente una grande raffineria della Petrobras, queste installazioni industriali circondano la piccola isola in una baia, dove l’acqua più che oceano, sembra un enorme lago.

Da allora la vita sull’isola cambia radicalmente. La prima cosa che accade negli anni è una enorme riduzione del pesce, la morte di crostacei e la scomparsa della barriera corallina e infine iniziano ad ammalarsi anche le persone.

Come mi racconta Eliete una afrodiscendente alta vigorosa sui 40 anni “la pesca è sempre più scarsa a causa dello sviluppo economico che sta minacciando la vita del nostro popolo. Negli ultimi anni sono accaduti tanti incidenti come la fuoriuscita di petrolio, ammoniaca e cromo nel mare, questo inquinamento ci ha portato alla situazione attuale. Una volta i mie genitori andavano a pescare e noi accendevamo già il fuoco con la pentola sopra perchè si sapeva che al ritorno sarebbe stato tanto il pesce pescato. Oggi non è più così molti di noi infatti stanno andando via, stanno andando a cercare lavoro in città. Io amo troppo questo posto e questo lavoro non ho padroni non smetterò mai di pescare”.

Marisela con una canoa a motore, mi accompagna nei pressi della grande raffineria che è paurosamente vicina alle coste dell’isola. “L’anno scorso qui nel porto è esplosa una nave che trasportava propano l’incendio è durato quasi tutto il giorno una enorme palla di fumo ha attraversato l’isola e 500 mila litri di gasolio sono stati scaricati nel mare che per giorni è diventato nero. Siamo andati a protestare con la comunità davanti agli uffici della Petrobras ma non ci hanno ricevuto, i vigilantes in assetto da guerra ci hanno mandate via, ci hanno detto di inoltrare una protesta via email ma non ci hanno mai risposto. Le istituzioni hanno relativizzato la gravità dell’incidente anche se la macchia di gasolio della nave è arrivata fino alla città di Salvador che dista circa sette miglia di mare”.

Marisela è portavoce della comunità quilombola è impegnata in prima fila per la difesa dell’isola e della salute dei suoi abitanti. Fa parte del movimento Pescatori e Pescatore della Bahia sostenuto dalla Pastorale della Pesca e della Terra, la parte più progressista della chiesa cattolica che ha ereditato le esperienze della teologia della liberazione. Mi racconta che circa 70 bambini sono ammalati di cancro alle ossa e che una ricerca fatta da una biologa dell’Università di Bahia sul sangue e sui capelli di 100 adolescenti e preadolescenti ha evidenziato un intossicamento di metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio. Praticamente la biologa marina ha invitato Marisela a convincere le famiglie di quei bambini a non consumare più pesce.

“Ma di cosa dovremmo vivere cosa dovremmo mangiare? Continueremo a pescare e mangiare il nostro pesce anche se avvelenato non abbiamo altra scelta”.

Nonostante le manifestazioni e le denunce inoltrate al tribunale di Bahia, le istituzioni sono cieche, sdrammatizzano e negano l’evidente è drammatico l’impatto ambientale e umano della industrializzazione che circonda l’isola. “Per – noi mi dice Marisela mentre ci avviciniamo alla raffineria della Petrobras – questo è un mostro che lentamente ci uccide ma noi continueremo a protestare non staremo zitti.”

Nel 2005 una troupe televisiva olandese ha girato un bellissimo documentario disponibile su you tube si chiama “No rio e no mar” premiato in diversi festival di cinema racconta con immagini la storia dell’isola. Marisela mi mostra una macchina per monitorare l’aria che è stata donata da una Ong americana per poter finalmente portare dati empirici e oggettivi sullo stato dell’inquinamento. Della gravità della situazione mi sono reso conto anch’io che ho vissuto nell’isola solo un giorno e una notte. Di notte il vento che dalla raffineria soffia verso le case del villaggio, porta un odore acre di ammoniaca.

All’alba Marisela si sveglia e mi sveglia per farmi sentire il dialogo con gli uffici della Petrobras. Alla protesta per il forte odore della notte il tecnico risponde testuali parole: “La prossima volta accendete il ventilatore”. Marisela gli risponde: “se dobbiamo morire noi e i nostri figli morirete anche voi”.

In effetti due mesi fa un bambino di otto anni che già soffriva di asma è morto durante il trasporto in canoa verso il Posto di Salute sulla terra ferma. Era stato portato via in seguito alle esalazioni costanti nelle ore notturne in cui vengono lavate le cisterne delle petroliere.

Marisela ha ricevuto diverse minacce di morte sia per telefono che per interposta persona ma non ha smesso un momento di denunciare. Nell’indifferenza generale e nella narrativa lo stato brasiliano proclama il Brasile una “potenza economica, il 5 paese più grande del mondo e il paradiso per gli investitori in una grande democrazia multietnica”.

Come la Valle di Susa anche i Quilombo dello stato di Bahia, le mangrovie e l’Ilha di maré, sono territori di uso e consumo, luoghi funzionali a interessi economici che non si possono arrestare e le persone che vi abitano un incidente da rimuovere.

“Noi eravamo qua prima della Petrobras, della Down Chemicalc e della Oderbrecht non siamo noi che dobbiamo andarcene sono loro che devono andar via. Da qui non ce ne andremo mai, solo da morti”.

Nel ritorno, sulla canoa a motore, nel cielo terso e luminoso, una coltre di pulviscolo, come una nebbia, si solleva da una nave in fase di scarico. Inizio a tossire (nonostante sia abituato a fumare) e gli occhi si arrossiscono. Incredulo chiedo a Eliete cosa sta succedendo. Mi risponde con un sorriso: “Ah quello non è niente sono le solite operazioni di scarico dell’alluminio e amianto prelevato dalle navi e stoccate a terra”.

M.P.G. 7.3.17