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Il governo del Presidente prossimo venturo (ceteris paribus)

Quali ipotesi è possibile pensare per il governo del paese nel 2018? Una montagna di magagne giudiziarie infogna i partiti. Il M5S inciampa. Cosa ci riserva il futuro?

di Davide Amerio.

Avremo un prossimo governo a cinque stelle? Una speranza per molti, un incubo per altri. Cosa rimane, dopo la sberla del 4 dicembre 2016, con la quale il paese ha certificato lo scollamento tra esso e una casta politica distante dalla realtà quotidiana? 

Rimane una legge elettorale porcata (), peggiore ancora della precedente (Porcellum), cassata dalla Corte Costituzionale, che richiederà di raggiungere quota 40% nelle preferenze per ottenere una maggioranza di governo  in Parlamento. 

Una vera e propria follia, figlia di una riforma monca, anche questa corretta dalla Corte Costituzionale. Se le condizioni non mutano (ceteris paribus), alta è la probabilità che nessuna forza politica raggiunga l’agognata soglia del 40%. Questo significa la necessità di alleanze per sostenere un governo; ma il panorama, e la considerazione che la prima (attualmente) forza politica del paese () non ha intenzione, per sua natura, di formare alleanze con i partiti politici tradizionali, prospetta l’ipotesi di uno stallo.

Ipotizzando una vittoria del M5S, qualora questo non raggiungesse la soglia del 40%, si porrebbe l’ipotesi di un sostegno “esterno” di altre forze politiche per formare un governo. Chi pensa ad altra ipotesi, per esempio un ritorno alle urne, sbaglia di grosso. Nel caso di un nulla di fatto e di una situazione bloccata senza maggioranza, alla luce delle esperienze degli ultimi anni, l’intervento del Presidente della Repubblica, per formare un governo del “Presidente”, è ipotesi probabilissima. La storia ci insegna che questa soluzione troverebbe facilmente l’ennesima maggioranza trasversale inciuciona, da destra a sinistra passando per il centro.

Un governo Gentiloni bis? Può darsi. L’uomo soporifero si presta bene allo scopo. Difatti, già ora, il governo è in una situazione di quasi quiete, per non disturbare troppo le lotte interne ai partiti che lo sostengono; e di riforma elettorale non se ne parla. 

Qualche idea in merito deve averla avuta Bersani, il quale, in queste ore, sussurra che bisognerà pur fare i conti con una forza politica che, al suo esordio, ha raccolto il 25% dei consensi, e oggi è la prima forza politica del paese. 

Non ostante gli inciampi del M5S, vedi l’ultimo caso di Genova, il consenso verso di esso cresce. Non mancano le continue, sinistre, accuse al movimento di essere un soggetto fascista, quando non nazista, con derive certamente autoritarie. Nessuno di costoro pare avere dubbi. Non di meno, nessuno si domanda, in via ipotetica, se Grillo abbia qualche ragione nel fare ciò che ha fatto. 

Molto più correttamente, Marco Travaglio, illustra, sul FattoQ, le necessità che un movimento cresciuto in modo esponenziale, in un lasso di tempo breve, si trova a dover affrontare nella selezione della sua classe dirigente, dei candidati per le posizioni elettive, e delle figure professionali per la gestione degli aspetti tecnici. Questo all’interno di un mondo politico dove il cambio di casacca e il salto sul carro dei vincitori è la norma e non l’eccezione. La sua conclusione è che gli strumenti adottati sino a oggi non siano più idonei allo scopo.

Un compito arduo, quello di creare nuovi strumenti di partecipazione che tutelino l’integrità e gli obiettivi del M5S. Non aiutato da una posizione mediatica che punta l’attenzione su qualsiasi sbavatura dei cinque stelle e ignora, volutamente e palesemente, le magagne giudiziarie nelle quali sono infognati i principali partiti di questo paese.

Questo consenso che comunque cresce è figlio della realtà; a dispetto di quanto credono gli intellettualoidi che sanno solo più pronunciare la parola populismo (fascismo) all’interno di qualsiasi discorso “politico” riguardi il movimento. Non ostante le pubbliche menzogne, le omissioni, il silenzio dei media, la quotidianità che vivono le persone è la misura reale di come vanno veramente le cose. 

I problemi quotidiani, le bollette, le tasse, la disoccupazione dei figli e dei genitori, l’allungamento dell’età pensionabile, l’abuso del territorio, la distruzione ambientale, la burocrazia, la scuola, etc etc, sono il termometro con cui, alla fine, la gente misura le parole dei politici sulla propria pelle. In pochi sembrano averlo compreso. 

Quale sarà quindi il governo prossimo venturo?

 

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