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Fecondazione i bambini nati dopo la modifica alla Legge 40

Un giorno meraviglioso per l’Associazione Luca Coscioni, dopo una battaglia per la vita iniziata nel 2004: sono finalmente nati i bambini “figli” delle modifiche della Legge 40, conquistate in questi anni nei tribunali di tutta Italia.

Il 72% dei cittadini si dice favorevole alla diagnosi genetica preimpianto e il 57% acconsente a destinare alla ricerca scientifica gli embrioni non impiegati

In occasione della Conferenza Stampa “Una battaglia per la vita, cambiando la . Quando il desiderio di un bimbo batte l’ostruzionismo della politica”, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica torna sul tema, tanto discusso e tanto attuale, della procreazione medicalmente assistita.

Focus dell’incontro: il diritto alla vita e il diritto all’accesso alle cure tra cui tutte le tecniche di fecondazione medicalmente assistita incluse le tecniche di diagnosi preimpianto (PGD) – la tecnica che ha l’obiettivo di consentire a tutte le coppie di essere informate circa lo stato di salute dei propri embrioni prima dell’istaurarsi della gravidanza e dunque di minimizzare i rischi gestazionali quali l’aborto spontaneo/terapeutico e le sindromi cromosomiche/genetiche fetali.

L’Associazione Luca Coscioni prosegue dunque la campagna per il diritto alla vita, e lo fa attraverso la voce di due coppie che qualche anno fa – vincendo in tribunale una battaglia legale – hanno permesso la revisione della Legge 40/2004 e concesso anche ad altre coppie il diritto e la gioia di poter essere genitori, e che oggi accolgono i figli di queste battaglie, bambini che non sarebbero mai nati.

Prima della sentenza della Corte Costituzionale 96/2015, infatti, la Legge 40/2004 non prevedeva la diagnosi preimpianto per le coppie fertili portatrici di patologie geneticamente trasmissibili, come Valentina e Fabrizio perché l’accesso alla fecondazione medicalmente assistita era consentito solo alle coppie infertili o sterili.

Inoltre, prima del 2012, mai nessun Tribunale aveva affermato l’obbligo per le strutture che fornivano servizi di PMA di garantirne l’accesso alle coppie richiedenti alla PGD, come fu il caso di Maurizio e Claudia. Ad oggi in Italia il Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita conta un totale di 359 centri, di cui sono solo 43 quelli che effettuano la diagnosi genetica preimpianto.

Due storie, quelle di Valentina e Fabrizio e di Maurizio e Claudia, che ho seguito personalmente come avvocato insieme ai colleghi A. Calandrini, R. Chiesa e G. Baldini, e che hanno trovato nell’Associazione Luca Coscioni un supporto per far sentire la propria voce – ricorda Filomena Gallo, segretario di Associazione Luca Coscioni – Due battaglie contro alcuni assurdi e obsoleti divieti dettati dalla Legge 40, oggi finalmente eliminati.  Così nel 2012, per la prima volta nel nostro Paese, abbiamo ottenuto che le strutture pubbliche autorizzate ad applicare tecniche di PMA non possono non garantire anche la diagnosi genetica preimpianto: in mancanza di strutture idonee o di personale, le aziende sanitarie devono predisporre convenzioni con il privato per non interrompere un servizio. A questo si è aggiunta nel 2015, con la sentenza della Corte Costituzionale, la rimozione del divieto di PGD per le coppie fertili con patologie genetiche o cromosomiche, consentendo così a tutte le coppie fertili con patologie genetiche o cromosomiche di dare alla luce un figlio, che altrimenti non potrebbero avere.”

 Temi sicuramente di difficile comprensione ma che negli anni hanno incontrato maggiori resistenze da parte della politica rispetto all’opinione pubblica: basti pensare che da una recente survey condotta da SWG su un campione di 1.000 cittadini Italiani, ben il 72% si dichiara favorevole alla diagnosi genetica preimpianto e il 57% considera importante la donazione alla ricerca scientifica degli embrioni non utilizzati, invece di lasciarli congelati indefinitamente [1].

“Una politica decisamente sorda rispetto ai diritti della donna e della coppia in tema di salute, diritto alle cure, principio di uguaglianza, genitorialità e una legge, la 40/2004 appunto, con la quale siamo costretti a fare i conti spostando la discussione, il confronto e la battaglia nei tribunali – prosegue Filomena GalloResta dunque un vuoto normativo su tanti fronti e molte sono le richieste inascoltate. Un esempio su tutti: i nuovi LEA, recentemente pubblicati in Gazzetta Ufficiale, che includono le tecniche di procreazione medicalmente assistita tra le prestazioni garantite dal Servizio Sanitario Nazionale ma non la diagnosi preimpianto e i test genetici, creando così una condizione di evidente discriminazione.”

Sul fronte dell’informazione e della ricerca scientifica, infine, di recente l’ On. Pia Elda Locatelli ha depositato una interrogazione parlamentare affinché il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, renda noti i dati sulla diagnosi preimpianto e il numero di embrioni/blastocisti crioconservati non idonei per una gravidanza oltre che per sapere se nella prossima relazione saranno resi noti anche i dati relativi alle coppie fertili portatrici di patologie genetiche che in virtù della sentenza 96/2015 della Corte Costituzionale che dal 2015 possono accedere a tali trattamenti.

“Non sono noti i motivi di tale omissione, ma si tratta di una grave mancanza da parte del Ministero, tra l’altro tenuto dalla stessa Legge 40/2004 a fornire queste informazioni – precisa Filomena GalloTali dati sono importanti sia per la conoscenza delle informazioni su queste tecniche e sia perché il nostro Paese ha un numero importante di blastocisti/embrioni crioconservati non idonei per una gravidanza che potrebbero essere donati alla ricerca scientifica – conclude Gallo – Possibilità attualmente vietata dalla legge 40, che preferisce non distinguere tra embrioni per tecniche di PMA e embrioni non idonei a tali tecniche perché mai determineranno una gravidanza che restano crioconservati nei centri di PMA senza la possibilità di utilizzo in alcun modo”.

di Viola Tofani per Associazionelucacoscioni.it

[1]Le libertà individuali e civili”, Indagine SWG su un campione di 1000 italiani, dicembre 2016