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Un castagno che urla di dolore

E' l'immagine dell'iniziativa dei valsusini per contrastare la devastazione della Clarea. Dal 27 Giugno al 3 Luglio un tronco tagliato davanti ai municipi. DSCN1503

L'urlo del castagno secolare tagliato in Val Clarea, sorprendentemente uguale a quello di Munch, è l'espressione del dolore fisico, dell'angoscia che quell'albero ha subito. Quello stesso dolore prende allo stomaco chiunque guardi la devastazione inferta ad una valle che era selvaggia, incolta ma viva. Ora la Val Clarea sta morendo perchè sono più di 5000 gli alberi, castagni  e betulle, abbattute dai devastatori con cinica noncuranza. I tronchi sono lasciati a terra dai "lavoratori" che li hanno sradicati, neanche tagliati, poi vengono segati e portati via (qualcuno dei "lavoratori" o delle ditte se li venderà e farà qualche denaro in più). Checchè dicano Virano o Esposito che promettono una ri-piantazione a "lavoro finito", la Val Clarea morirà, sacrificata al loro "progresso". Basta guardarla. Un disboscamento coatto che è crimine contro l'umanità e la Costituzione (art. 9) e che non dovrà rimanere impunito, con o senza Tav. I reati sono già formulati: devastazione, saccheggio dell'ambiente senza contare le aggravanti. Bisogna portare i bambini e gli scettici del Tav a vedere cosa è capace di fare l'uomo per profitto, per fame di potere.

E’ una valle storica la Val Clarea; vi erano sistemate le “barricate”, sistemi difensivi ideati dal Castellamonte, che dovevano ostacolare le invasioni dal Delfinato; vi cozzarono nel 1627 le truppe di Luigi XIII e di Richelieu e dovettero cambiare strada, passare in cresta. Ora, delle barricate rimane qualche rudere nella vegetazione ma la testimonianza storica del territorio, cosi com’era va perduta. La Clarea è anche il primo terreno in Italia dove si piantarono le patate; lo fece la famiglia Belletto i cui discendenti risultano ancora proprietari. Le patate si vendevano a 8 soldi all’emina (circa 20 Kg) nel 1757 e la terra inquinata dai gas Cs forse porta in sè ancora informazioni genetiche e biologiche sull’alimentazione. Ora vogliono sistemarvi 20 piloni di cemento. Per non parlare dell’area neolitica distrutta dai cingoli dei blindati polizieschi quel 3 Luglio 2011. E’ un’insieme unico in cui natura e opera umana coesistono in maniera indivisibile e unitaria: è un bene comune che lo Stato non dovrebbe arrogarsi il diritto di distruggere.  Si scrive con tanta simpatia dei dimostranti turchi che combattono per un parco ma per i valsusini che combattono per una intera valle solo insulti, menzogne, botte, gas, soldataglia.

Una iniziativa è stata oggi annunciata in conferenza stampa a S. Ambrogio dal sindaco Fracchia, da Mario Cavargna di Pronatura Piemonte, da Gigi Richetto a nome dei Comitati: un tronchetto di castagni verrà trasportato ed esposto dai valsusini in tutte le piazze e davanti a tutti i municipi, poi anche a Torino presumibilmente davanti alla Prefettura giovedi pomeriggio (qualcuno proporrebbe anche la sede Pd, maggiore responsabile dello scempio). I tre esponenti della resistenza popolare hanno anche denunciato come follia lo studio e le promesse di ricollocazione museale dell’area archeologica per un costo di 800.000 euro: prima distruggono poi ci fanno anche profitto. L’unica soluzione è fermare il progetto. L’appello alla consapevolezza e al dovere di difendere quel bosco, ad opporsi anche fisicamente alle malefatte del profitto e della corruzione è rivolto a tutti, donne e uomini sensibili alle ferite inferte alla terra, al futuro dei figli. “Da un’opera che porta distruzione non può che derivare morte. La nostra difesa del territorio – ha detto Richetto – assume oggi un significato più grande. La valle è la nostra fabbrica, il nostro ambiente. Bisogna resistere e difendere l’Italia tutta anche dalla devastazione finanziaria“.

Dal 27 giugno al 3 luglio, giorno in cui i sindaci firmeranno congiuntamente un esposto sulle spese fuori cantiere, il tronco viaggerà dunque per la valle e si soffermerà in particolare davanti ai municipi di Chiomonte e Susa per denunciare i rispettivi sindaci che per un piatto di lenticchie, qualche rotonda e il restauro di un teatro hanno svenduto la terra di tutti. “In spregio ai propri cittadini – dice Fracchia – due sindaci che rappresentano 7000 su 50.000 abitanti della valle svendono anche la propria dignità di amministratori“. Poi l’estate di lotta continuerà. (F.S. 25.6.2013)

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