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Maxiprocesso. Il racconto del 3 luglio a Chiomonte continua in aula bunker

Ancora racconti di una pioggia di lacrimogeni. Sparati ad altezza d'uomo.

di Gabriella Tittonel

“È dai primi anni del 2000 che mi occupo di Valsusa e di Tav, da anni mi occupo di infrastrutture e quanto avviene nei territori interessati” così ha esordito Giuseppe Caccia, ricercatore universitario, già occupato all’Università di Torino e consigliere comunale a Venezia nel corso della testimonianza deposta sui fatti del 3 luglio 2011 a Chiomonte nell’udienza dello scorso martedì all’aula bunker.

Udienza che avrebbe, come di consueto, dovuto iniziare alle 9 e che invece, a causa di un guasto tecnico all’impianto di amplificazione e video è iniziata, dopo l’arrivo dei tecnici, alle 12.  Seguita dall’osservazione fatta, con un pizzico di ironia,  dall’imputato Lussi agli avvocati, come dovesse essere ben chiaro che, comunque, il costo dell’intervento, se eventualmente ci fosse stata qualche condanna, non avrebbe certo dovuto essere addebitato agli imputati stessi.

“Ero salito quel giorno della manifestazione verso Ramat, c’era anche un bel gruppo di ragazzi provenienti da Venezia; sono quindi disceso, attraverso uno dei tanti sentieri, verso il cantiere, la situazione era assolutamente tranquilla,  cambiando poi di colpo giunto in prossimità delle recinzioni dell’area archeologica, dove stazionava un numero impressionante di forze dell’ordine schierate davanti ai manifestanti e di colpo sono stati lanciati un numero impressionante di lacrimogeni, la situazione è diventata molto concitata, l’aria è diventata irrespirabile… in uno di questi lanci, decine e decine ad altezza uomo, un ragazzo vicino a me, uno studente, venne colpito violentemente al petto, lui balzò per il colpo alcuni metri indietro ed io subito cercai di soccorrerlo, cercando di sollevarlo e portarlo via da quell’area…” il racconto di Caccia è proseguito ricordando come con il ragazzo riuscì molto faticosamente a raggiungere la baita, dove alcuni infermieri e soccorritori si stavano prodigando per dare soccorso alle tante persone ferite. Per il ragazzo, Caccia chiese al 118 l’ambulanza, ma non arrivava, salì allora al posto di blocco che era stato posizionato davanti allo svincolo sulla strada per Giaglione, chiese aiuto alle forze dell’ordine che qui presidiavano ma ci vollero ben quaranta minuti prima che l’autoambulanza fosse fatta passare.

La sua è una delle innumerevoli storie incredibili che di quel 3 luglio si sono ascoltate dentro e fuori il tribunale.

Storie riprese dagli altri testimoni dell’udienza, e storie avvenute, come ha sottolineato un altro teste, Mario Cavargna (un master in ingegneria ambientale, un incarico come consulente in Comunità Montana e presidente di Pro Natura Piemonte) in zone dove la delibera del Cipe non prevedeva il cantiere. Anche Cavargna fece esperienza di un lancio di lacrimogeno, in zona totalmente altra, in prossimità delle condotte d’acqua che scendono da Ramat, se lo vide arrivare a pochi millimetri dal capo e andò a ferire un ragazzo a lui vicino.

Storie narrate anche da chi quel giorno si trovava all’interno delle reti, supportate dalla visione di un filmato, assolutamente noto, quello denominato dell’operazione Hunter. Dove chiunque ha potuto vedere, attraverso le immagini, la persona trascinata e colpita all’interno dell’area. Tutto ciò non può che sgomentare chiunque creda nella capacità umana di  rapportarsi con attenzione, rispetto, confronto. Qui nulla di tutto ciò.

Quel giorno quattro furono gli arrestati, molti furono i feriti. E operarono anche macchinari di ditte note. A proposito di quest’ultima questione l’avvocato Bertone ha chiesto che venisse ammesso un articolo de La Stampa del 25 febbraio del 2012 sul tema Italcoge e infiltrazioni mafiose. Richiesta respinta dal presidente Bosio. Perché non d’accordo le parti civili.

Ora il processo continuerà, sempre in aula bunker, il prossimo 1° luglio.

G.T. 18.06.14