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Ventidue milioni di migranti a causa di catastrofi climatiche solo nel 2013

Nel solo 2013 i disastri climatici hanno costretto 22 milioni di persone ad abbandonare le loro case. Ma ciò che interessa è la sicurezza del "mos maiorum".

di Massimo Bonato

Proprio mentre parte l’operazione di caccia all’uomo internazionale Mos maiorum, volta a schedare i presenti in area Schengen, vengono portati gli ultimi ritocchi a un documento del Norwegian Refugee Council’s Internal Displacement Monitoring Centre, che si occupa di registrare le migrazioni, dal punto di vista quantitativo, e qualitativo, ovvero a partire dalle cause che producono i flussi, gli spostamenti di persone, di popolazioni.
Mentre cioè il Consiglio dei ministri europeo si preoccupa della “sicurezza”, vi è chi da anni produce studi che siano di sprone a una più elevata attenzione agli effetti climatici prodotte dalle politiche economiche, a politiche ambientali sostenibili, a politiche umanitarie che salvaguardino i diritti umani delle persone sfollate, migrate a causa di disastri naturali.

L’ultimo rapporto presentato dal Norwegian Refugee Council’s Internal Displacement Monitoring Centre è inquietante. Dimostra infatti come nel solo 2013 le calamità naturali abbiano provocato lo spostamento di 22 milioni di persone dai propri siti originari.
La migrazione è un fenomeno, questo sì, globale, e sempre più crescente è quello dovuto a catastrofi ambientali naturali o causate dall’uomo. L’Asia è da sempre la regione più colpita: solo in essa 19 milioni di persone (l’87,1 per cento del computo mondiale complessivo) ha dovuto lasciare la propria abitazione l’anno passato. E sono comunque ancora sempre i paesi in via di sviluppo a dover sopportare le catastrofi più pesanti, con l’85% dei migranti. Nelle Filippine per esempio, il solo tifone Haiyan ha costretto 4,1 milioni di persone a lasciare le proprie case; nell’Africa sub-sahariana, le inondazioni stagionali hanno causato un significativo sfollamento in Niger, Ciad, Sudan e Sud Sudan – paesi, in cui peraltro, le popolazioni si trovano a subire anche condizioni di conflitto e la siccità, e sono quindi già di per sé altamente vulnerabili.
Si tratta di cifre enormi e in aumento, considerando che si presentano tre volte superiori agli sfollamenti dovuti a conflitti armati e quattro volte superiori a quelli che le catastrofi naturali avevano prodotto negli anni Settanta.

M.B. 17.10.14