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L’Europa sul lettino dello psicanalista.

Europa: fuori dalla retorica europeista il continente vive tante, troppe, contraddizioni e il futuro è incerto e anche pericoloso. Una disamina geopolitica

di Fabrizio Bertolami.

In questi giorni assistiamo alle convulsioni della politica europea dovute all’azione congiunta della crisi dei migranti, degli effetti permanenti della crisi economica e dell’indecisione cronica della classe dirigente europea in merito all’eventuale intervento militare nelle varie aree di conflitto dalle quali l’Europa è circondata. Il quadro che emerge somiglia ad uno stato di schizofrenia accompagnato da una dissociazione psichica che rasenta una pericolosa bipolarità. E non manca neanche una situazione inconscia di transfert, per ora latente ma che da già segni evidenti di presenza.

La matassa ha diversi capi e non è possibile cercare di sbrogliarla tirandone uno solo senza ingarbugliarla ancora di più. Proviamo ad elencare e riassumere le questioni sul tavolo e l’atteggiamento dell’Europa verso ognuno di esse.

Cominciamo con la Turchia. Per anni la richiesta di adesione della Turchia all’Unione Europea è stata rimandata a causa della ferma opposizione della Francia, ed a tratti anche dell’Italia e della Germania. I principali ostacoli erano, e sono, la natura solo parzialmente democratica dell’ordinamento turco, il suo mancato rispetto delle minoranze etniche, armene e curde in primis, e la paura di una non integrabile cultura islamica nel tessuto sociale europeo ancora formalmente cristiano. Con la crisi dei migranti sorta a seguito della guerra civile in Siria, molte di queste preoccupazioni sono state messe da parte. Oggi assistiamo ad un rapido mutamento di orientamento che ha portato ad una serie di accordi che sono il preludio ad una maggiore integrazione del paese anatolico nell’Unione.

A ben vedere tali accordi assumono però la forma di un ricatto posto dal Presidente turco Erdogan nei confronti dell’Europa per arginare il flusso senza fine dei migranti, siriani e non, in partenza dal suo territorio verso le nazioni nord europee attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”. Erdogan non solo ha richiesto un cospicuo aiuto economico (3 miliardi di euro annui per i prossimi tre anni) per gestire transito e rimpatrio dei richiedenti asilo verso l’Europa, ma anche l’abolizione del visto richiesto ai cittadini turchi per raggiungere i paesi dell’UE. Il punto fondamentale è dato dal rifiuto di quasi tutte le nazioni est europee ad accogliere pro quota i migranti e alla chiusura di molte frontiere che potenzialmente può portare alla fine del Trattato di Schengen e della libera circolazione in Europa. Se i migranti restano in Turchia queste tensioni possono stemperarsi e rientrare. Sempre in questi giorni assistiamo però ad una involuzione nelle politiche di libertà di stampa che ha portato alla chiusura di alcuni, anche importanti, giornali turchi, all’incarcerazione di figure dell’opposizione al governo dell’AKP guidato dall’ex ministro degli esteri Davutoglu e in generale ad una restrizione delle libertà di espressione e di critica che possono portare all’instaurazione di un regime non democratico in Turchia.

Ecco il primo dei capi dell’ingarbugliata matassa: l’Europa ha bisogno della Turchia per non disintegrarsi e per farlo è disposta a sorvolare sui suoi presunti valori, la libertà d’espressione e l’ordinamento democratico delle nazioni che ne fanno parte. Contemporaneamente però mette sotto accusa, e minaccia di sanzioni, la Polonia del neoeletto governo nazionalista guidato dal PIS a causa della promulgazione di una nuova legge che concede al governo la facoltà di influenzare pesantemente la televisione di Stato ed anche la direzione di alcuni giornali. Inoltre, il governo di Varsavia si rifiuta di accollarsi una quota dei migranti in arrivo dal medioriente e dall’Africa ed anche per questo è stata paventata l’ipotesi di sanzioni da parte di Bruxelles. La Polonia si avvia a affiancare l’Ungheria nella lista delle nazioni che non si adeguano ai diktat eurocentrici. Un esempio di realismo causato dalla necessità, si dirà. E’ infatti necessario tanto riportare Varsavia entro i dettami ed il controllo di Bruxelles quanto garantirsi l’aiuto del gendarme turco per frenare l’ondata migratoria. Sarà, ma la sensazione di ipocrisia generata da tali atteggiamenti è forte.

Il secondo punto è il trattamento economico riservato alla Turchia ed il contemporaneo risicato aiuto (si parla di poco più di 300 milioni di euro) fornito alla Grecia costretta dagli eventi a divenire l’anticamera dei profughi in attesa di entrare in Europa. Se infatti alla prima sono stati forniti ingenti capitali per allestire e gestire campi profughi e procedure di identificazione e rimpatrio, alla seconda è stato imposto di fare da sola, pena l’imposizione di dure sanzioni. Non solo. Alla Grecia pare non verrà accordata alcuna “clausola migranti” che possa alleggerire il peso economico di questa situazione sulle già disastrate finanze elleniche. La Grecia si trova quindi tra l’incudine della pressione migratoria ed il martello dell’austerità tedesca in materia di conti pubblici.

L’ipocrisia prima evidenziata comincia così a prendere la forma di una schizofrenia dettata dall’incapacità di essere solidali con un paese membro che ha già pagato duramente le rigidità dei trattati e i balbettamenti delle varie cancellerie europee. Grecia e Turchia,stesso problema ma due pesi e due misure.

Al momento in Europa le frontiere di Austria, Croazia, Slovenia, Macedonia, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Svezia sono chiuse ponendo grossi problemi al transito di persone e merci da e verso gli altri paesi europei. Questa situazione crea i presupposti per una possibile creazione di nuove rotte per i migranti che, complice l’arrivo della bella stagione, potrebbero interessare la Polonia e soprattutto l’Italia. Già si parla dell’arrivo sulle coste siciliane e pugliesi di centinaia di migliaia di nuovi profughi, economici e non, capaci di mettere in crisi le già poco efficienti strutture ricettive italiane. Il governo Renzi ha già messo le mani avanti richiedendo che i sovracosti della gestione emergenziale vengano stornati da quanto dovuto dall’Italia a Bruxelles per riequilibrare deficit e debito pubblico.

Europa migrazioni

Oltre alla questione migranti ce ne sono almeno altre due di non meno rilevante impatto: le sanzioni alla Russia per la questione ucraina e la gestione della guerra in Siria, che peraltro vede nel decisivo apporto della stessa Russia una possibile risoluzione. Le sanzioni economiche alla Russia dovrebbero terminare a giugno ma già alcuni paesi, sotto la forte pressione americana, ne chiedono un rinnovo. E’ noto che le limitazioni al commercio con Mosca stanno danneggiando vistosamente le esportazioni italiane, polacche e tedesche e che più a lungo si protrarranno più daranno modo ad altri concorrenti di sostituirsi ai produttori europei sul mercato russo. Se vogliamo possiamo interpretare questa come una fase “pre TTIP” ovvero un’approntamento dell’ambiente che si creerà se e quando il trattato di libero scambio tra UE ed USA verrà approvato tagliando fuori la Russia e le nazioni euroasiatiche dal commercio con l’Unione Europea. La Russia non è però spettatore passivo di questa situazione ed è anzi, comprensibilmente, lieta della vittoria dei partiti neonazionalisti in Polonia ed Ungheria, tanto che si sospetta un contributo diretto di Mosca a tali vittorie.

E’ notizia di questi giorni che la Serbia ha rinunciato formalmente alla richiesta di adesione all’EU e non farà tantomeno richiesta per entrare nella NATO, optando forse per la SCO (Security and Cooperation Organization) a guida Russo-Cinese. Un tale precedente, misto alla dipendenza energetica di tutte le nazioni europee dalla Russia, potrebbe portare alcune di esse a riconsiderare i rapporti con Bruxelles.

Russia importazioni gas

La crisi dei migranti e l’intervento russo in Siria sono appunto elementi che stanno portando ad un riavvicinamento alla Russia , almeno da parte delle opinioni pubbliche, di molte nazioni dell’area balcanica ed est europea in virtù di due presupposti: la natura essenzialmente cristiana (sia essa cattolica o ortodossa) della maggioranza di esse e l’assertività con cui Putin è intervenuto in sostegno di Assad per ristabilire l’ordine minacciato dal caos provocato dall’ISIS e dalle altre milizie jihadiste. Ecco quindi un altro elemento di confusione nelle menti dei governanti europei posto dall’atteggiamento da tenere nei confronti dell’intervento russo in Siria. Non c’è dubbio che Putin abbia deciso l’invio, su richiesta dell’attuale legittimo governo siriano, della sua aviazione per obiettivi geopolitici meramente russi ma è pur vero che senza di esso probabilmente oggi il Califfato Islamico si estenderebbe dall’Eufrate al Mediterraneo. La cancelliera Merkel si è recata il mese scorso ad Ankara per assicurare il sostegno della NATO alla Turchia (segnatamente in chiave antirussa) ma contemporaneamente la Francia ha intrapreso azioni militari coordinate con la Russia della propria aviazione e della marina sul territorio siriano. Gli americani hanno stigmatizzato questo rapporto troppo intimo tra Hollande e Putin ma la geopolitica ha le sue regole, che necessariamente ricadono nell’interpretazione realista delle Relazioni Internazionali.

Dopo la schizofrenia europea sul tema dei migranti ecco quindi apparire la bipolarità nel rapporto con la Russia. Sanzioni e voglia di cooperazione convivono senza un’apparente razionalità.

All’inizio di questo articolo abbiamo accennato ad una possibile situazione di “transfert” di questa disturbata Europa che si manifesta nei suoi rapporti con l’Inghilterra. A giugno si terrà infatti il che chiederà agli inglesi se vogliono o meno abbandonare il rapporto, peraltro molto contrastato, con l’Unione Europea. Si fanno sempre più forti i timori che possa verificarsi realmente un’uscita del Regno dall’UE e ciò viene visto con timore da alcuni governi e con soddisfazione da parte di altri. Tra questi ultimi sembrano annoverarsi tanto la Francia quanto la Germania che vedrebbero ridursi l’influenza finanziaria della City londinese sul territorio europeo anche se questo scenario potrebbe venir contrastato dalla possibile fusione tra la Borsa di Francoforte e quella di Londra, che già possiede quella italiana. Sia i tedeschi che i francesi sono certi che la scelta inglese di abbandonare l’Unione si rivelerà un boomerang per Londra e la possibilità di punirla per le troppe intromissioni nella politica europea, che vorrebbero gestire in tandem senza ulteriori soci, sarebbe una grande soddisfazione. Esiste un termine tedesco preciso per questa situazione, Schadenfreude, letteralmente “gioia infame” che ben si attaglia a questo desiderio dei due grandi d’Europa.

Il transfert in questo caso si manifesta nella volontà di molti paesi europei di concludere questa difficile relazione non solo con Londra ma anche con l’istituzione europea nel suo insieme che, in questi 15 anni, ha portato quasi tutte le economie dei 28 alla deflazione, alla disoccupazione e ad una crisi sociale che sembra inarrestabile. La Brexit rappresenterebbe quindi al contempo il timore di un’esplosione della costruzione europea ma anche una sorta di “libera tutti” che potrebbe permettere ad alcune nazioni di sganciarsi finalmente da Bruxelles proprio a causa di questo evento.

In definitiva, se questa è la diagnosi complessa di questo travagliato stato psichico-politico dell’Europa, quale potrebbe essere la terapia per curarlo o almeno attenuarlo? Al momento l’unica cura sembra essere la massiccia somministrazione di “droga monetaria” inoculata dalla BCE di Mario Draghi che, dispensata a piene mani, sta alleviando le pene economiche di quasi tutte le economie continentali. Ad ogni nuova “iniezione di liquidità”, però, l’effetto calmante diminuisce, proprio come accade ad un paziente che progressivamente si assuefa a dosi sempre più elevate di antidepressivi. Con la riduzione a zero del tasso di riferimento , il fondo è stato ormai toccato e l’eventuale discesa in territorio negativo (NIRP, ovvero Negative Interest Rate Policy) porterebbe ad una sicura rivolta da parte della Bundesbank e ad un azzeramento dei margini di interesse delle già pericolanti banche europee. Ci vorrebbe forse un intervento più drastico, una sorta di cura “San Patrignano” fatta di tagli estremi al Welfare ed ai bilanci di tutte le nazioni europee ma nessun governo vuole essere il primo a proporla poichè potrebbe generare una rivolta sociale ancor più violenta di quella già vista in Grecia.

Di certo non esiste alcuna cura indolore ma, come ogni terapia psicanalitica prescrive, è necessaria prima di tutto una piena presa di coscienza della situazione del paziente Europa. Per prima cosa l’Unione non ha una guida politica unitaria ed è pertanto preda dei diversi obiettivi economici e geopolitici dei suoi aderenti. Essa è nata per impedire nuove guerre fra le potenze che la compongono e per “arginare” il potere economico della Germania e l’eventualità che quest’ultima potesse scegliere di creare un proprio spazio economico-politico condiviso con la Russia. L’Unione vorrebbe dare di sè un’immagine di “Comunità di Destino” ma non può fondarsi su valori storici condivisi proprio per il fatto che il suo membro più forte ed influente è anche stato la causa delle due guerre mondiali che hanno devastato il continente nel XX secolo. Inoltre in molti casi nega le stesse radici Greco-Cristiane che sono il fondamento della maggior parte degli ordinamenti giuridici, politici e sociali delle nazioni che la compongono. In definitiva l’Europa è tenuta insieme da un collante economico che però ha effetti troppo differenti su paesi tanto diversi e che con il tempo sta creando una frattura sempre più ampia tra i paesi del nord e quelli mediterranei e dell’est con i primi che beneficiano della stabilità dell’Euro ed i secondi che ne subiscono gli effetti di un valore troppo elevato che mina la loro competitività in termini di esportazioni.

Bisogna poi prendere in considerazione l’irrisolto rapporto con la Russia che alcuni paesi vorrebbero coltivare in maniera più stretta ma che è obiettivamente impedito dalla presenza americana in seno alla NATO. In questa fase di post-globalizzazione, inoltre, gli obiettivi economici e geopolitici tra l’UE e l’alleato americano stanno sempre più divergendo e ciò si manifesta non solo nelle tensioni con la Russia, ad esempio nel caso della nascita e risoluzione della questione ucraina, ma anche nelle politiche ondivaghe e apparentemente non ragionate nei confronti della sponda sud del mediterraneo e del Medio Oriente. Anche il rapporto con l’Inghilterra non è mai stato risolto e ad oggi essa risulta un membro influente della NATO ma non adotta l’Euro pur facendo parte dell’Unione. Tutto ciò è insieme causa ed effetto di una politica a volte ricattatoria da parte del Regno Unito, il quale cerca di ottenere più benefici possibili senza pagarne completamente il prezzo evitando di adeguarsi appieno alle rigide normative imposte dalla Commissione Europea.

In definitiva, sembra banale dirlo, non vi è alcuna certezza che nei prossimi anni l’UE mantenga l’attuale configurazione. Essa potrebbe infatti rafforzarsi, trovando in sè stessa le motivazioni per una maggiore integrazione o costretta dagli avvenimenti nell’ambiente che la circonda ma potrebbe parimente esplodere a causa delle troppe contraddizioni interne. Intanto però cresce la forza dei partiti “euroscettici” in tutto il continente, Podemos in Spagna, Front National in Francia, Movimento 5 Stelle in Italia e Alternative fur Deutschland in Germania, segno del fatto che le popolazioni europee non condividono più il progetto predisposto per loro dalle Elite. Se il processo dialettico in Europa funzionerà questi partiti potrebbero prendere il potere nei rispettivi paesi e forzare Bruxelles ad adottare politiche diverse a partire da quelle in campo economico. Se invece l’Europa delle cancellerie deciderà di mettere da parte le pratiche democratiche che a parole dice di difendere e voler diffondere, potremmo assistere alla “turchizzazione” dell’Unione e ad una progressiva criminalizzazione del dissenso che ci riporterà di colpo indietro di settant’anni. Dopo aver vinto la Guerra Fredda contro il totalitarismo di stampo sovietico dell’URSS potremmo accorgerci di averne importato le modalità,finalità e contenuto cambiando solamente il nome del contenitore.

(F.B. 12.03.16)

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