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Dal “Manifesto di Ventotene” alla “Brexit” La parabola di un’utopia europea

Il concetto di Europa nasce con il manifesto di Ventotene scritto da Altiero Spinelli. Quanto è distante questa Europa da quel progetto iniziale?

di Antonio Alei.

Il Manifesto di Ventotene, finito di redigere nell’agosto 1941 da , Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni è stato definito da molti come l’atto ispiratore per la costituzione di una dei popoli e non più degli stati nazionali, ponendosi a base dei diritti fondamentali della futura Unione.

La speranza riposta dai tre intellettuali era quella di costituire una federazione sovranazionale il cui scopo fosse quello di mettere al centro l’individuo nella sua massima espressività umana e sociale, nel ridistribuire le ricchezze prodotte al fine di mitigare le disparità fra le diverse classi e garantire a tutti eguale dignità. I veri nemici da abbattere erano: i totalitarismi, i nazionalismi, i comunismi.

Seguì nel 1946 il famoso discorso di Sir Winston Churchill all’Università di Zurigo che auspicò di “creare una sorta di Stati Uniti d’Europa. Solo così centinaia di migliaia di lavoratori saranno in grado di recuperare le semplici gioie e speranze che rendono la vita degna di essere vissuta.”

A queste parole fece seguito dapprima la conferenza dell’Aja del 1948 e poi la costituzione del Consiglio d’Europa con il Trattato di Londra il 5 maggio 1949. I primi stati aderenti furono 10 (oggi sono 47), ossia: Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Svezia; praticamente in contrapposizione al blocco economico comunista dei paesi aderenti al Comecon. Ma siamo già in piena Guerra Fredda e quasi metà dell’Europa è avviata verso ben altri destini (il blocco di Berlino Ovest da parte delle forze di occupazione sovietiche durerà dal 24 giugno 1948 all’11 maggio 1949). Qui la storia d’Europa si biforca per i prossimi 40 anni, destinati a lasciare un segno indelebile in molti paesi dell’ex blocco sovietico e non, Germania in primis.

Ernest Bevin, allora ministro degli esteri britannico, pronunciò il discorso d’apertura all’atto della firma del trattato: «Oggi trova la sua forma definitiva in questo trattato che apre la strada alla speranza di una nuova vita per l’Europa. Siamo testimoni, per la prima volta nel nostro vecchio continente, della nascita di un’istituzione democratica comune.»

Il trattato definisce gli scopi del Consiglio d’Europa, ne stabilisce gli organi, fissa la sede del Consiglio a Strasburgo.

Successivamente vennero redatti altri trattati a corollario dell’intesa amichevole fra la Francia di Robert Schuman e la Germana di Konrad Adenauer quale tentativo di mettere la parola fine alla secolare rivalità fra i due stati, auspici USA e Gran Bretagna, cui premeva la costituzione di un fronte comune e coeso da opporre ad una eventuale invasione da parte del Blocco Orientale.

E’ intorno a questa necessità contingente che viene a costituirsi il nucleo fondante dell’Unione. Il cemento, oltre al nemico dell’Est, doveva essere riposto sia nelle comuni origini culturali e confessionali che dando inizio alla costruzione politica dell’edificio europeo e alla libera circolazione di persone e merci fra i diversi paesi membri; senza questi legami si sarebbe finito per costruire un castello su fondamenta di sabbia, come poi si rivelerà di fatto.

Questo i tre padri fondatori, perché a Schuman e Adenauer verrà aggregato in seguito Alcide De Gasperi, lo sapevano bene, essendo tutti passati per ben due conflitti mondiali causati dai nazionalismi esasperati e dalle manie di grandeur dei vari leader politici.

Il francese Jean Monnet, consigliere economico di Schuman, dedicò sé stesso alla causa dell’integrazione europea e fu il maggior ispiratore del “Piano Schuman” che prevedeva l’unione dell’industria pesante europea.

Qui è necessario aprire una parentesi per meglio comprendere i meccanismi che furono alla base dell’idea d’Europa.

La cosiddetta dichiarazione Schuman è il discorso tenuto a Parigi alle ore 16 del 9 maggio 1950 da Robert Schuman, l’allora Ministro degli Esteri del governo francese, che viene considerato il primo discorso politico ufficiale in cui compare il concetto di Europa come unione economica e, in prospettiva, politica tra i vari Stati europei e rappresenta l’inizio del processo d’integrazione europea.

La dichiarazione prospetta il superamento delle rivalità storiche tra Francia e Germania, legate anche alla produzione di carbone ed acciaio, grazie alla realizzazione di un’Alta Autorità per la messa in comune ed il controllo delle riserve europee di tali materie prime. L’auspicio trovò realizzazione poco meno di un anno dopo, con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Con questo discorso si diede avvio al processo di creazione della futura Comunità, da sviluppare come base concreta per una possibile federazione.

La dichiarazione Schuman si colloca in una fase storica nella quale gli Stati Uniti d’America erano favorevoli ad una ripresa economica dell’allora Germania Ovest, che avrebbe permesso di contenere ulteriori aggressioni sovietiche in Europa, nonché combattere eventuali malcontenti che avrebbero potuto portare al diffondersi delle idee comuniste (negli USA siamo in pieno periodo Maccartista). La Francia, timorosa di fronte alla prospettiva di una ripresa tedesca, ma desiderosa di essere considerata dagli USA l’alleato privilegiato in Europa al posto della Gran Bretagna, decise di rendere “europeo” l’acciaio tedesco. In questo modo una futura guerra tra Francia e Germania sarebbe stata impensabile ed impossibile, facendo dello storico motivo di discordia tra le due nazioni (il controllo di tali risorse) un motivo di integrazione e pacificazione.

Il trattato costitutivo della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) fu firmato a Parigi il 18 aprile 1951 ed entrò in vigore il 24 luglio 1952. Il “Mercato Comune” previsto dal trattato viene inaugurato il 10 febbraio 1953 per il carbone e il ferro e il 1º maggio seguente per l’acciaio. Il trattato aveva una durata di 50 anni ed ha avuto termine il 23 luglio del 2002.

Su un binario parallelo correvano frattanto gli accordi bilaterali Franco-Tedeschi che sfoceranno con la firma delTrattato dell’Eliseo il 22 gennaio fra il presidente francese Charles De Gaulle (succeduto a Schuman) e il cancelliere tedesco Konrad Adenauer, che pose le basi per una stretta collaborazione fra i due paesi su tutte le principali questioni politiche, economiche e culturali; come, del resto, sta accadendo ancor oggi (vedi rapporti Merkel-Sarkozy e Merkel-Hollande).

Seguiranno a breve la Conferenza di Messina del 1-3 giugno 1955 cui parteciparono: Italia, Germania, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo; e, finalmente, il 25 marzo 1957 venne siglato il Trattato di Roma, ossia l’atto costitutivo della CEE.

Nel frattempo (27 maggio 1952) era stato firmato l’atto costitutivo della CED (Comunità Europea di Difesa) che doveva essere nelle intenzioni dei firmatari il nerbo per la creazione di un vero e proprio esercito comune, passo fondamentale verso una prossima unificazione politica. A causa dell’opposizione francese (sta rinascendo l’idea di Grandeur basata sul nuovissimo armamento termo-nucleare) e dell’esclusione del Regno Unito, tale proposta, fondamentale per il futuro successo dell’Unione, non vide mai la luce. Analogamente, sempre la Francia di De Gaulle si oppose il 29 gennaio 1963 (solo ad una settimana dalla firma del Trattato dell’Eliseo) all’entrata anticipata nella CEE di Gran Bretagna, Irlanda, Norvegia e Danimarca a causa dell’attritostrisciante franco-britannico, da attribuirsi almeno in parte al fallimento congiunto (con relativa figuraccia internazionale) del tentativo di occupazione del Canale di Suez che l’egiziano Nasser aveva di colpo nazionalizzato, noto appunto come Crisi di Suez (6 novembre 1956).

Il resto della storia è abbastanza noto. Intorno al nucleo iniziale di 6 Stati si sono aggiunti nel 1973 Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca (l’Europa dei Nove). Grecia, Spagna e Portogallo entrano a farne parte rispettivamente nel 1981 la prima e nel 1986 gli altri due (Europa dei Dodici).

Poi sarà la volta dell’Austria, di Cipro, di Malta, della Svezia e via via di tutti gli altri fino agli attuali 27 stati.

Il 7 febbraio 1992 i 12 firmano il Trattato di Maastricht. Il 1° gennaio 2002 entra in vigore la moneta unica (Euro).

In sintesi, i presupposti iniziali basati, oltre che sull’unione economica anche su quella militare e politica, sono col tempo venuti meno per colpa di rivalità interne, di situazioni internazionali contingenti e di egoismi sia personali che nazionali. Una vera Federazione avrebbe dovuto contemplare, oltre alle istituzioni politiche sovranazionali tipiche di una unione come gli USA, almeno una lingua parlata comune, materie di studio comuni e una mobilità di persone e lavoro assai più spinta di quella attuale (ad esempio nulla si sarebbe dovuto obiettare al fatto che uno di Barletta avrebbe potuto fare il vigile urbano ad Helsinky o a Praga e viceversa).

Ci si è incarogniti invece a perseguire una politica meramente monetaria, finanziaria e speculativa senza anche qui varare un piano di sviluppo organico delle peculiarità (quali l’agroalimentare o il turismo per l’Italia) dei singoli stati e di una sinergia industriale e tecnologica nei diversi comparti produttivi. Si è corsi dietro al diametro dei pomodori e alla lunghezza dei cetrioli, quando le priorità strategiche erano ben altre. Si sono tirati dentro l’Unione stati economicamente disastrati quali gli ex paesi dell’Est Europa in una politica, sia interna che estera, miope e poco accorta, con la falsa illusione di accerchiare prima e contenere poi la naturale e secolare espansione Russa verso gli sbocchi su mari più caldi (Mediterraneo e Mar Rosso) del gelido ed infido Baltico o del cul de sac del Mar Nero, col rischio di generare malumori ed attriti striscianti (vedi manovre Nato in Nord Europa e Ucraina) con uno stato sterminato che da sempre, malgrado il doppio filo trans-atlantico anglo-americano, è stato, volenti o nolenti, protagonista e artefice della Storia europea degli ultimi 500 anni.

Insomma, dal punto di vista politico ed economico, l’Europa attuale è stata un fallimento totale sia negli obiettivi nebulosi e in parte utopici che ne erano alla base, sia nella realizzazione di una vera “unione di intenti” capace di superare le barriere ideologiche e populistiche.

Oggi ci troviamo esattamente di fronte ad un “ritratto” dell’Europa che è esattamente l’opposto di quello auspicato, gettando il cuore oltre l’ostacolo, alla base dell’Unione perorata dai padri fondatori. Si voleva sviluppare un nuovo modello socio-economico, si volevano mettere al centro l’uomo e la sua felicità, si volevano smussare le disparità economiche fra i singoli e gli stati (ricchezza distribuita anziché concentrata in poche mani), si volevano combattere i nazionalismi che hanno da sempre “avvelenato” il continente portandolo a guerre disastrose. E cosa abbiamo oggi? Esattamente divisioni fra stati, nazionalismi risorgenti, forti squilibri economici, una potenziale IV^ Guerra Mondiale che batte alle porte tanto del Sud che del Nord Europa,  un continente tenuto in “ostaggio” dalla Finanza Internazionale e dai suoi “oscuri” obiettivi.

Peggio di così non ci si poteva augurare.