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Roma con gli sgomberi, povertà contro legalità

I fatti di Roma con gli sgomberi effettuati dalla polizia dimostrano le conseguenze dell'indifferenza politica nel rimandare la soluzione dei problemi.

di Davide Amerio.

Con gli di giovedì scorso, a , attuati con la mano pesante delle forze dell’ordine, si scrive un altro capitolo di questa Italia oramai preda dell’isteria e incapace di risolvere qualsivoglia problema senza scatenare sciacallaggi politici e tifoserie da curva sud.

Il problema di Roma

La questione immigrati è certamente complessa ma sicuramente ingigantita in un paese che non conosce più i confini della legalità e, per dirla con il compianto Rodotà, il “diritto di avere dei diritti”.

In questo scontro oramai quotidiano tra la povertà diffusa e crescente, l’alienazione dei diritti, e la mortificazione della legalità – a opera di una classe politica palesemente corrotta e incapace,- ciascuno può dedurne le ragioni che preferisce e difendere le posizioni che più gli aggradano, con buona pace della ricerca di adeguate soluzioni.

Hanno ragione coloro che sostengono che la “proprietà” va rispettata e difesa? Certo che sì. Lo prevede la nostra Costituzione. Nel merito, leggendo il fondo di Travaglio su FQ del 26 agosto, si scopre che la storia dell’occupazione di quegli stabili, da parte di migranti, viene da lontano, con precisione dal 2013. Quell’invasione di 11 piani e 32 mila metri quadrati, di proprietà di un fondo pensione (San Paolo e altre aziende), faceva parte delle 100 occupazioni abusive in essere a Roma, per le quali la giunta Marino e il Prefetto Pecoraro non fecero nulla.

La situazione nel tempo è andata degenerando: la proprietà perdeva 5 milioni all’anno per mancata rendita (e ne spendeva 2 per bollette di acqua e luce), mentre la situazione sulla sicurezza dello stabile e delle persone peggiorava nel tempo. Dopo 4 anni si giunge alla situazione odierna.

Hanno forse torto coloro che ritengono inadatta, e grave, la procedura di sgombero da parte delle forze dell’ordine? Assolutamente no. Fronteggiare muri di agenti in divisa antisommossa non è certo indice di una trattativa amichevole, e qui in Val di Susa ne sappiamo qualcosa.

I diritti da difendere

La nostra Costituzione prevede una serie di diritti fondamentali per la salvaguardia della dignità della persona. Una abitazione decorosa è certamente tra questi. Sappiamo anche, grazie alle vicende di Mafia Capitale che la gestione dei migranti, attraverso cooperative e organizzazioni criminali è stato – al passato? – un business che ha reso più soldi che il traffico di droga.

Più recentemente il salvataggio umanitario nei mari della Libia ha conosciuto le attenzioni della nostra magistratura che, dopo le aspre polemiche ideologiche, ha dato corso a indagini avvallanti i forti sospetti, anche su questo fronte, dello sfruttamento della disperazione e della povertà

Come si può conciliare allora lo scontro tra i bisognosi di diritti fondamentali e una “normale” legalità che bilancia i diritti con i doveri di rispettare la legge (e la Costituzione)?

Sicuramente non con uno scontro ideologico per scrivere sulle lavagne elettorali l’elenco dei “buoni” e dei “cattivi”. Come illustra Travaglio, i “veri colpevoli” sono le autorità che hanno permesso l’occupazione abusiva di oltre 100 edifici. Questa falsa “tolleranza” maschera in realtà l’indifferenza per i problemi reali del paese e delle persone. L’incapacità di definire i contorni della legalità non riguarda solamente la questione dei migranti, ma di tutto il sistema paese.

L’ipocrisia

Facile difendere la legalità quando la questione riguarda gli immigrati, un po’ meno quando questa investe i personaggi politici e le classi dirigenti dei partiti. Allora ci si appella al fumus persecutionis da parte della magistratura.

La cattiva gestione dei problemi genera situazioni critiche. E non si possono escludere atti di violenza con le sole belle parole. Le questioni irrisolte producono insicurezza, che a loro volta alimentano odio e razzismo. In questo meccanismo perverso la politica di basso profilo, questa sì “populista” si inserisce come se non avesse alcuna responsabilità nelle situazioni venutesi a creare; come se il “passato” non fosse “cosa loro”.

I disastri del presente sono figli di nessuno? La forbice tra i bisogni reali delle persone e i privilegi – e gli interessi,- della casta politica continua a dilatarsi. Fino a quando possiamo reggere, senza prendere atto che la “legalità” non può essere usata a intermittenza o in favore di gruppi di interesse e di potere?