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Jobcenter tedesco, dai diritti sociali alla denigrazione

Il passaggio dal sistema di sicurezza sociale a tutela dei lavoratori a un modello di “inclusione” dove i disoccupati sono trasformati in una grande sacca di lavoratori poveri sottoposti a un regime di controlli rigidamente coercitivo

di Valsusa Report

. Su Le Monde Diplomatique, una finestra che spiega, dopo anni, l’applicaziopne del modello tedesco che tanto piace ai francesi e che con gli incontri del , anche in Italia con qualche probabilità, si appresta ad essere applicato. Sulla ragione sociale del partecipare alla spesa pubblica, all’essere di nuovo utili al paese, all’eliminazione dei fannulloni!! Può annidiarsi un modello di coercitivo degli ultimi.

Gli esempi denunciati da

Prendiamo alcune frasi dall’articolo di Olivier Cyran, tradotto da Anna Sperati per alcune riflessioni che il lettore vorrà farsi in vista del prossimo G7 di Venaria Reale in provincia di Torino. Buona riflessione, non tutto quello che viene prospettato…….luccica!!

Da Le Monde Diplomatique
Ore otto del mattino, il Jobcenter di Pankow, quartiere di Berlino, è da poco aperto al pubblico e già 15 persone attendono davanti allo sportello d’accoglienza, ciascuna chiusa in un silenzio ansioso. “Perché sono qui? Perché se non rispondi alle loro convocazioni, si riprendono ciò che ti hanno dato” borbotta un signore sulla cinquantina a voce bassa. “Del resto, non hanno nulla da proporre. A parte forse un impiego da venditore di mutande, chissà.” L’allusione gli strappa un magro sorriso. Da un mese, una donna di 36 anni, madre sola, educatrice e disoccupata, ha ricevuto per posta un invito del Jobcenter di Pankow a fare domanda per una posizione da agente commerciale per un sexy-shop. Pena per la mancata domanda: un’ammenda. “Ne ho viste di tutti i colori con questo centre, ma questo è troppo”, reagisce l’interessata su Internet, prima di annunciare la propria intenzione di sporgere denuncia per abuso di potere.

Una signora sulla sessantina con pensione di 500 euro mensili non è sufficiente per vivere, perciò riceve un contributo dal Jobcenter. Poiché fatica ad arrivare a fine mese, da poco è impiegata a tempo parziale (“mini job”) come donna delle pulizie per una casa di cura, che le assicura un salario netto mensile di 340 euro. “Rendetevi conto” , afferma la signora con voce agitata, “che la lettera del Jobcenter mi comunica che non ho dichiarato i miei redditi e che devo rimborsare 250 euro. Ma quei soldi non li ho! Inoltre, ho dichiarato tutto dal primo giorno. Ci deve essere un errore…”.

Il signor Jürgen Köhler, un abitante di Berlino di 63 anni, esercita in modo autonomo la professione di grafico. Spiazzato dalla concorrenza delle grosse compagnie, che abbassano i prezzi, non ha abbastanza progetti perciò si è iscritto al Jobcenter. “Un giorno, racconta, ho ricevuto per posta una notifica che annunciava che mi sarei dovuto presentare il lunedì e martedì successivi alle 4 del mattino presso un agenzia di interinale, per essere assegnato ad un cantiere ed essere pagato la sera stessa. Inoltre sono stato invitato a procurarmi delle scarpe di sicurezza. Evidentemente non possedevo l’equipaggiamento richiesto e non avevo mai lavorato in un cantiere di costruzioni. Cominciare alla mia età non mi pareva una buona idea.” Poiché era troppo tardi per tentare un ricorso, al signor Köhler non è rimasto che contestare la misura in tribunale, sperando che il giudizio arrivasse prima delle sanzioni, che possono decurtare il sussidio del 10%, 30% o anche del 100%. Membro del gruppo di disoccupati Ver.di, il sindacato unificato dei servizi, il signor Köhler, ha potuto beneficiare di un avvocato gratuito e di una decisione in suo favore. Ma non tutti hanno questa fortuna.

Lo sfruttamento

Non sono tutti errori, anche in Italia la sperimentazione di Equitalia ha messo in luce gravi problemi difronte ai quali vi sono stati anche molti suicidi. In Germania la chiesa protestante dal 2007 ha messo in strada furgoni che spiegano “come difendere i miei diritti di fronte al Jobcenter”. Questo mostro burocratico suscita molto sconforto e sentimento di impotenza presso i disoccupati, che lo percepiscono, non senza ragione, come una minaccia.

Un sistema che pagando “una misera provigione”, nella maggior parte per causa degli affitti, entra nella vita delle persone utilizzando la necessità della trasparenza ad ogni costo, pena essere riluttanti e quindi finire nella categoria dei parassiti.

Da Le Monde Diplomatique:
Dei 500.000 Hartz IV che vivono a Berlino, il 40% paga un affitto che supera il limite imposto. Il Jobcenter ha inoltre la facoltà di sbloccare dei pagamenti d’urgenza, ciò conferisce un diritto che equivale quasi alla curatela. Conto in banca, acquisti, spostamenti, vita familiare o anche sentimentale: nessun aspetto della vita privata degli assistiti sembra sfuggire all’umiliante radar dei controllori. Le 408 agenzie del paese dispongono di un’iniziativa che talvolta supera l’immaginazione. Alla fine del 2016, per esempio, il Jobcenter di Stade, nella Bassa Sassonia, ha inviato un questionario ad una disoccupata nubile e in attesa di un figlio, chiedendo di divulgare l’identità e la data di nascita dei suoi partner sessuali.

L’obiettivo della coercizione.

Un duplice rintocco, se da una parte l’indebolimento del codice dei lavoratori avvenuto in Germania, in Italia e in Francia non ha fatto riflettere le coesioni sociali del diritto del lavoro, forse il rafforzamento dei controlli sui disoccupati, che saranno sanzionati in caso di rifiuto di due offerte di lavoro consecutive, farà scattare una sveglia di attenzione. Dove finisce la libertà dell’individuo? Forse dove inizia il lavoro? Bisognerebbe ricordare che per l’esistenza e la sussistenza non serve per forza comprare un pomodoro, lo si può coltivare in un fazzoletto di terra. Il controllo delle masse popolari ha sempre avuto un grande fascino del potere, forse il sistema fondato sulla crescita del denaro non ha più un freno.

Da Le Monde Diplomatique:
Il Job center è definito come un “servizio migliorato per i clienti”. Entrato in vigore il primo gennaio 2005, il regime studiato va di pari passo con l’altro pacchetto dell’Agenda 2010, che definisce la deregolamentazione del mercato del lavoro. Questa è definita dalla defiscalizzazione delle basi salariali, il lancio dei mini jobs a 400 euro, poi 450 euro al mese, soppressione dei limiti di ricorso al lavoro temporaneo, sovvenzioni alle agenzie di lavoro interinale che richiamano disoccupati di lunga durata ecc. La febbre dell’oro si impossessa degli imprenditori, soprattutto nel settore dei servizi. Riforniti di nuova manodopera proveniente dai Jobcenter, gli imprenditori approfittano dell’opportunità per trasformare dei posti di lavoro regolari in posizioni precarie, liberi, coloro che li occupano, di fare la coda al Jobcenter per integrare la loro paga ridotta. Il lavoro ad interim aumenta, passando da 300.000 assunti nel 2000 a quasi un milione nel 2016. Nello stesso tempo, la proporzione di lavoratori poveri – remunerati al di sotto di 979 euro al mese – passa dal 18% al 22%. La creazione nel 2015 del salario minimo, a 8,84 euro all’ora, non ha invertito la tendenza: 4,7 milioni di lavoratori attivi sopravvivono con un salario bloccato a 450 euro al mese. La Germania ha convertito i suoi disoccupati in bisognosi.

Nel 2016, circa un milione di sanzioni sono state pronunciate, con un prelievo di 108 euro a testa, un guadagno notevole per l’agenzia federale del lavoro, che è anche l’autorità che tutela i Jobcenter. Nello stesso anno, questi ultimi sono stati oggetto di 121.000 reclami, che sono stati rigettati nel 60% dei casi.

La pressione sociale.

La pressione sociale che poi si è riversata anche sui minori ha di sicuro aumentato il numero dei lavoratori attivi, ma ha anche genrato oppressi che in un loop di debito non potranno mai più uscire dal meccanismo. Come avviene nelle democrazie occidentali il diritto di manifestare si è tramutato in appuntamenti del lunedì per formare cortei di disobbedienza e contrasto. Probabilmente la sudditanza ideologica che ha accompagnato l’instaurarsi di questa legge nazionale ha fatto tracollare le manifestazioni che avevano assunto una rilevanza su tutto il territorio, l’inserimento dei sindacati di categoria ha così bloccato il meccanismo della contrapposizione sociale ed interrotto qualsiasi trattativa sulla legge.

Da Le Monde Diplomatique:
Nel novembre 2003, tra lo stupore generale, una manifestazione organizzata al di fuori del contesto sindacale ha riunito 100.000 persone a Berlino (….). Cinque mesi più tardi altre manifestazioni si verificano a Berlino, Stoccarda e Colonia, circa mezzo milione di oppositori si riuniscono a manifestare. Un numero mai visto dal dopo guerra. Questa volta i direttori dei sindacati sfilano in prima fila: “Avremmo potuto vincere”, afferma il signor Krämer. “Ma la DGB ha avuto paura di perdere il controllo e si è astenuta dal convocare altre mobilitazioni. Le manifestazioni del lunedì si sono trovate isolate e il movimento si è spento. Abbiamo perso un’occasione storica. Bisogna dire che non fa parte della cultura sindacale tedesca, contestare le decisioni di un governo democraticamente eletto, anche se a titolo personale me ne pento.

Dalla Francia tramite la testata giornalistica di Le Monde Diplomatique arriva l’allarme, una ricerca che apre gli occhi sull’Europa, un articolo minuzioso e ben scritto che anticipa di fatto proprio il G7 di Venaria Reale in provincia di Torino, un G7 che parlerà di lavoro e industria, di sanità. Temi che intrecciano proprio questa volontà di controllo. La legge di adeguamento del lavoro che ha di fatto mandato in soffitta la tutela dei lavoratori, l’eta pensionabile spostata a 67 anni (i politici a 65), sono i primi allarmi.

V.R. 15.9.17