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Lavoro: lo Stato tutela lo sfruttamento

Il tema del lavoro fa sempre parte della campagna elettorale. La sinistra ne rivendica la difesa. Ma come si comporta davvero oggi lo Stato nei confronti del lavoro?

Contributo di Franco Trivero.

Qual’è la reale condizione del , oggi? Ad ogni consultazione popolare,  il cittadino elettore con la sua astensione al voto e quindi alla rinuncia di sovranità, ci fa arrivare un unico messaggio: “Un messaggio di rassegnazione che si manifesta in sfiducia nel futuro e nella classe politica“.

Una classe politica che viene ritenuta responsabile del declino in cui ha trascinato il Paese e contribuito allo sgretolamento della classe media: quella parte di popolazione che in tutte le economie occidentali si è sempre fatta interprete di una speranza di miglioramento delle condizioni di vita proprie e del paese in cui vive. 

La mancanza del lavoro.

La mancanza di lavoro è il vero tema sociale, ma non solo, che coinvolge e meno . In 70 piazze italiane, alcuni mesi fa si sono riempite di studenti che hanno manifestato contro l’alternanza insegnamento – lavoro. Ribattezzata dagli studenti “l’alternanza scuola – schiavitù“.

Intervenire sull’istruzione per esportarvi il proprio modello di società è il primo atto da tentare se si vuole cambiare l’assetto istituzionale di un popolo (come indicato nel “Piano di rinascita democratica” della P2 di Licio Gelli).

Dal comparto istruzione al “modello Expo”, passando per tirocini, stage o per alternanza scuola – lavoro, tutte queste forme di lavoro non retribuito vengono presentate come un’opportunità per chi le pratica. 
L’accordo dell’ottobre 2016 tra il Ministero dell’Istruzionee McDonald, per esempio, prevede di “beneficiare degli studenti”, delle scuole superiori, consentendo a 10mila di loro ogni anno di lavorare gratis per una delle più grandi multinazionali al mondo.

La logica liberista.

Si tratta di una logica tipicamente neo-liberale secondo la quale le possibilità occupazionali dipendono dalle competenze del “capitale umano”.
In un contesto di elevata disoccupazione, la crescita di posizioni lavorative non pagate va ad aggravare ben più che a risolvere la situazione occupazionale. (Per uno studente che compie gratis quella mansione, un disoccupato resta a casa).
Expo Milano 2015 è stata la piattaforma reale, avendo anche carattere internazionale,  dalla quale rivendicare e ottenere dai Cgil -Cisl-Uil, un accordo quadro sulla gestione del personale. Infatti nella sua aberrazione il modello è semplice : su un totale di 20mila lavoratori, il 95% dei quali ha lavorato in forma “gratuita”, senza un contratto di lavoro e senza forme assicurative.

Il fornitore ufficiale di queste forme di lavoro è “garanzia giovani“, dando per acquisito che per le nuove generazioni lavorare gratis è meglio che rimanere senza lavoro e che serve per costruirsi un curriculum. 
Non è il lavoro a dover essere riformato, che in questi vent’anni ha subito tali e tante riforme da averlo snaturato e svilito nel suo contributo più nobile, sancito dalla stessa Costituzione all’art. 36, “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa […]

La Costituzione e il lavoro.

Quella Costituzione,  costantemente ignorata da tutte le politiche che hanno volutamente frantumato il mondo del lavoro. Sono i partiti e la politica più in generale insieme ai sindacati a doversi riformare, pena il definitivo scollamento tra opinione pubblica, lavoratori e istituzioni.
I Sindacati  hanno responsabilità enormi per la loro miopia e omertosa acqiescenza e legittimazione a questa deriva culturale che ha reso il lavoro .

Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia a maggio, ha dichiarato : “Il reddito per abitante è ai livelli del 1998 e dal 2000 ad oggi il PIL italiano è rimasto invariato contro il + 27% della Spagna”.

Rappresenta un fatto che la possibilità di delocalizzare la produzione in Europa,  con minori costi del lavoro, ha causato non solo la riduzione dell’occupazione, ma ha innescato un processo di “deflazione dei salari“, in concomitanza con una “deflazione dei diritti“.

La riforma del Jobs Act, prevede l’abolizione della tutela prevista dall’art. 18 che prevede il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiusto e illegittimo. Tutti gli assunti a “tutele crescenti” è la forma giuridica tipica di ogni nuovo contratto di lavoro, in cui il vecchio contratto a tempo indeterminato sparisce e sorge un nuovo contratto in cui il lavoratore potrà essere ” liberamente licenziato”, previa corresponsione di denaro. 

L’espressione demagogica “tutele crescenti” è un artificio, uno dei tanti a cui il governo Renzi e il ci hanno abituato,  per far credere cose diverse da quelle che realmente si fanno.  Il di Renzi – che abolisce l’art. 18, flerta con Marchionne, umilia la scuola e prova a cambiare, con arroganza, la Costituzione, – non ha più nulla a che fare con la sinistra, il mondo operaio e studentesco. Lo stesso Alberto Asos  Rosa sul (FQ 9 ottobre) afferma: ” le politiche economiche propugnate da Renzi, sono nettamente di destra“.

È manifesta la palese collaborazione delle forze di sinistra nel declassamento del lavoratore al servo della gleba del XIX secolo” (A.Bevere).

Precarizzazione del lavoro.

La precarizzazione di ogni forma di lavoro, anche quelle sino ad oggi garantite da tutele, come i contratti a tempo indeterminato, consentono di alimentare e giustificare  il conflitto generazionale: “i padri garantiti stanno togliendo lavoro e possibilità di lavorare ai propri figli”. 

La stessa e identica narrazione, ripetuta come un mantra, per giustificare e imporre in modo antidemocratico ricette di austerità sul piano fiscale e dei conti pubblici. Lavoro precario e sfruttamento caratterizzano oggi anche il settore pubblico. 

Da sempre i colossi dei call center vivono di commesse pubbliche, ampi profitti e basso costo del lavoro. Un esempio è quello di Almaviva, infatti la sua posizione di forza sul mercato gli permette di aggiudicarsi commesse pubbliche. All’indomani dei 1666 licenziamenti di Roma, colpevoli di aver rigettato l’ennesima riduzione di tutele e salari, Almaviva si è aggiudicata, in raggruppamento temporaneo di impresa, un appalto Consip del valore di 850 milioni di euro.

Il settore pubblico esternalizza servizi a chi non fa che competere al ribasso sui diritto dei lavoratori, utilizzando quando conviene trasferimenti coatti e licenziamenti, viceversa lo Stato dovrebbe essere in prima fila a garantire il rispetto dei diritti tutelati dalla Costituzione. Mentre le imprese possono contare sulle commesse dello Stato,  indifferente ai meccanismi che regolano l’organizzazione del lavoro al massimo ribasso“. (M.Fana) 

Un modello che rischia di venire emulato in altri settori.
 (Es. Nella trattativa dell’acquisizione dell’Ilva, gli acquirenti ci stanno provando).

Lo Stato agevola lo sfruttamento del lavoro.

L’esternalizzazione dei servizi pubblici rappresenta la manifesta volontà di come lo Stato abbia abdicato alla sua funzione di garante dei diritti individuali e collettivi, che in questo caso coinvolgono i lavoratori a prestare un servizio al cittadino che diventa il  fruitore del servizio reso.

L’argomento privilegiato per giustificare gli appalti è la necessità di tagliare la spesa pubblica. In realtà a diminuire sono i servizi resi alla collettività attraverso la spesa sociale (sanità, scuola, asili, trasporti pubblici ecc…) Per aggiudicarsi gli appalti, le imprese appaltatrici scaricano il risparmio sul prezzo richiesto in sede di gara sui lavoratori. 
Questi fatti rendono evidente il declino della Repubblica fondata sul lavoro e il sorgere della Repubblica fondata sullo sfruttamento. 
Negando così la realizzazione del principio Costituzionale “al lavoro retribuito”; diritto negato a intere generazioni a cui viene rubata  la dignità è un futuro!

Come diceva M. Fana : “meno diritti più crescita. Abbiamo solo meno diritti“.