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Scuola: elogio del 7 in condotta

La scuola ha perso quel ruolo basilare di educatrice. Quanto serve indire giornate contro la violenza di qualunque specie se le nostre fondamenta educative vacillano?

di Davide Amerio.

Recentemente i nuovi parametri della “Buona ”, prevedono la modifica del voto in condotta con un giudizio sintetico. La settimana appena terminata si è chiusa con l’ennesima notizia di violenze commesse su minori, da parte di di una scuola materna. I casi sono molti, come illustra un articolo del FQ. Ieri si è tenuta la giornata contro la sulle donne. Che cosa lega queste tre notizie? 

C’era una volta il 7 in condotta a scuola.

I “diversamente giovani” ricordano certamente cosa significasse – negli anni 60′-70′,- un voto di condotta a scuola che fosse inferiore all’otto. Bocciatura assicurata! Il comportamento in classe, qualunque fosse il rendimento scolastico dell’allievo, aveva peso nella valutazione finale del discente.

Certo un numero secco può essere ingeneroso e incompleto per definire un comportamento. Il rischio del “7” pendeva anche su bravi studenti di temperamento troppo vivace. Oppure potevano farne le spese ragazzi turbolenti il cui comportamento aveva origine in problematiche dinamiche famigliari.

È certamente un bene che, nel tempo, i parametri di valutazione siano diventati più articolati e completi, cercando di valutare gli allievi tenendo conto di eventuali deficit individuali e dei problemi ambientali nei quali essi vivono, e che influiscono sulla loro capacità di rapportarsi con la scuola, nonché sul rendimento scolastico.

La svolta infelice. 

I nostri genitori erano figli della II Guerra Mondiale: cresciuti tra i bombardamenti e sotto il Fascimo. Quasi a tutti loro toccò l’esperienza dei “Giovani Balilla”. Per essi la scuola era un proseguimento dell’attività educativa svolta dalla famiglia. I docenti (di ogni ordine e grado) erano persone cui si doveva rispetto: sia da parte dell’allievo che da parte del genitore.

La “disciplina” era un fondamento: nessuno aveva da ridire se volteggiava uno scappellotto sulla testa di qualche discente, oppure, in casi tutt’altro che rari – quando i richiami “all’ordine” non erano sufficienti, – qualche verga si abbatteva sui palmi delle mani, o sulle punte delle dita, dei più temerari indisciplinati.

È importante che i metodi si siano evoluti nel tempo. Non è necessaria la violenza fisica per esigere il rispetto. Lo sviluppo delle scienze che studiano l’essere umano ha consentito nuovi approcci educativi e di insegnamento.

Questa svolta però non è stata del tutto felice. Le trasformazioni sociali degli anni ’80 e ’90, hanno prodotto un atteggiamento, nei confronti della scuola, tutt’altro che positivo. Le ragioni sono certamente molteplici. Non da ultimo la scarsa considerazione che la politica ha avuto nel corso del tempo nei confronti dell’istruzione e della sua importanza.

La prevaricazione dei figli sui genitori.

Abbiamo assistito in quel periodo, nel quale la televisione diventò “padrona” delle nostre vite, ad un ribaltamento dei rapporti tra la scuola, le famiglie, e l’educazione. Il benessere, il consumismo, quel senso di onnipotenza di poter fare qualsiasi cosa (cattiva maestra fu già la politica), hanno fatto perdere, nel nostro paese, il senso dei limiti, del rispetto e dei ruoli.

La scuola diventata sostituto della famiglia, con il compito – impossibile,- di sopperire alla manchevolezze di questa. Genitori impietosamente accondiscendenti nei confronti dei figli, disposti ad aggredire e insultare un docente perché ha dato una “nota” di biasimo al loro pargoletto, oppure un voto che essi ritengono immeritato.

Studenti, dalle scuole elementari in poi, che si comportano in modo aggressivo, irrispettoso, e talvolta violento, nei confronti degli insegnanti; i quali sono stati lasciati privi di strumenti adeguati per ostacolare e contenere il  fenomeno.

Docenti inadeguati che si comportano in modo oltraggioso nei confronti dei propri allievi e, come i tristi casi di cronaca ci dimostrano, reagiscono in modo irragionevole e inaccettabile per un “educatore”.

Le conseguenze. 

Ovviamente, non tutta la scuola è in queste condizioni. Il punto è che queste derive alimentano,  in molti ragazzi, un senso di impunità e di spregiudicatezza (e anche qui la politica ha fatto da maestra). 

La scuola, sopratutto quella dell’obbligo, non può essere “alternativa” alla famiglia; e non può sopperire alle carenze di questa. È urgente un ripristino dei ruoli, dei diritti e dei doveri nell’ambito scolastico. 

Poco serve fare “giornate” e manifestazioni contro la violenza (di ogni tipo, dal bullismo al ), se non è più la scuola a porre dei limiti ai comportamenti dei giovani. Se non ha più strumenti per definire il confine tra ciò che è civile e accettabile, e ciò che non lo è. 

Cosa serve manifestare contro la violenza quando le prime vere “nemiche” delle donne sono quelle madri cedevoli nei confronti dei figli maschi, ai quali non sanno impartire il rispetto della dignità umana, oltre che dell’educazione civile?

Come può sopperire la scuola a queste carenze se ai genitori viene dato il “potere” illimitato di contestare il docente nell’esercizio delle sue funzioni? 

Come si può pretendere che la scuola sia credibile se essa non viene dotata di strumenti di valutazione per identificare eventuali squilibri educativi, o personali, del corpo docente, che possono inficiare l’equilibrio dei ragazzi?

I Confini mancanti.

Continuiamo a parlare di bullismo, di violenza, di volgarità, e di aggressività; nella vita quotidiana, e nei social. Sono parole a vuoto se non c’è una base educativa che definisce, con chiarezza, i confini tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Non si può insegnare tutto. Non lo è mai stato, e non lo sarà mai. Si devono insegnare i criteri per saper distinguere, nei momenti della vita, quello che è giusto fare al meglio delle proprie capacità da ciò che non deve essere fatto. Fondamentale, e imprescindibile, l’insegnamento del rispetto delle persone, senza distinzione di razza, sesso, o credenze politiche e religiose. 

Se sui Social si manifesta troppo sovente tanta stupida arroganza, lo si deve alla rinuncia di molte famiglie di svolgere il proprio ruolo educativo, e a una classe politica maestra di impunità e irresponsabilità individuale. Il frutto avvelenato di tutto questo è una condizione di a-moralità che pervade il nostro sistema sociale e le nostre vite.

(D.A. 26.11.17)