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Trump e la via del protezionismo commerciale

Il presidente Trump mette in discussione tutti i Trattati commerciali in essere, con l'obiettivo di ridurre l'impatto della Cina e aumentare la produzione interna. Non di meno intende rivedere gli accordi commerciali con l'Europa, comunque considerato partner privilegiato.

di Fabrizio Bertolami.

A distanza di poco più di un anno dal suo insediamento, Donald ha dato il via al programma protezionista in ambito economico che ha caratterizzato la sua campagna elettorale.

Nei primi giorni della sua presidenza era già ricorso ai poteri presidenziali per ritirare gli dal TPP, il trattato trans-pacifico, affermando che non era vantaggioso per gli Stati Uniti. Lo stesso argomento è stato invocato in merito al estero, con l’Unione Europea e diverse nazioni asiatiche, per prodotti quali pannelli solari, elettrodomestici, acciaio, alluminio ed altre decine di categorie di prodotti.

La guerra commerciale.

Difficile non chiamarla “guerra commerciale” poiché ne ha la forma, e la sua sostanza si manifesterà nei contraccolpi che causerà in Europa, se realmente si verificherà. L’obiettivo principale, a detta del presidente americano, è la Cina, accusata di pratiche commerciali scorrette (dumping salariale, aiuti di stato, furto di brevetti, ecc) ma le ricadute sul rapporto con l’Europa sono evidenti.

Le eventuali sanzioni decise da Trump non avranno lo stesso impatto su ciascuna delle nazioni che compongono l’Unione Europea. Alcune di esse come l’Italia, la Francia e la Germania, hanno un apparato industriale che per dimensione aggregata e specializzazioni si mette in diretta concorrenza con quello americano. In particolare la Germania è il quinto esportatore a livello mondiale verso gli USA con l’8,1 %, mentre importa a sua volta il 5,5 % dagli Stati Uniti.

L’Italia esporta il 7,8% ed importa il 3,3 dagli USA [1].

Il gioco di Trump.

Trump ha affermato che i dazi nei confronti dell’UE sono “sospesi” sino al 1° maggio, ma la Commissione Europea ha, giustamente, respinto un ultimatum così imperativo invocando il dialogo.

In effetti quello di Trump sembra il bluff di un giocatore di poker poichè, se è vero che i dazi danneggeranno i paesi che più esportano in USA, è anche vero che i consumatori americani, complessivamente, importano quasi 500 miliardi di $ di merci dall’Europa e quasi 1000 miliardi dalla Cina , su un complessivo di 2,21 trilioni di $[2].

Sostituire quei prodotti con gli omologhi americani sarebbe, nel breve e medio periodo, più costoso per i consumatori americani e comunque per alcuni prodotti, potrebbero non esserci alternative praticabili (basti pensare alle automobili).

Ma i dazi non sono il punto principale del contenzioso con l’Europa. Lo sono invece principi come quello di precauzione adottato nella Comunità o le normative europee sulle importazioni di certe categorie di prodotti americani come la carne di manzo e il pollame, i cereali OGM, farmaci ed automobili. Queste norme, a detta degli americani, impedendo l’esportazione dei loro prodotti verso il Vecchio Continente, causano l’attuale squilibrio della bilancia commerciale americana, e sono state oggetto di contenzioso anche in seno al WTO.

I Trattati che Trump non ama.

All’inizio di questo articolo abbiamo citato il TPP, il trattato commerciale tra 11 nazioni che si affacciano sul Pacifico, voluto da Obama e osteggiato da Trump. Quel trattato ha un gemello, diciamo “dormiente”, tra gli USA e l’altra sponda atlantica, l’Unione Europea, e cioè il .

Il Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica, che ha visto Stati Uniti ed Unione Europea confrontarsi per 15 round prima di interrompersi bruscamente, mira a realizzare un mercato privo di dazi e barriere doganali tra le due sponde dell’Atlantico. Il trattato inoltre definisce anche un’armonizzazione degli standard produttivi e legislativi su diverse materie, le cosiddette Barriere Non Tariffarie (BNT). Possiamo definirlo “dormiente” poiché non vi è stato alcun pronunciamento ufficiale sull’interruzione dei negoziati né da parte dell’UE, né dagli USA.

Attualment tariffe e dazi doganali nel commercio transatlantico sono già piuttosto ridotte (5,2% per l’UE e 3,5% per gli Stati Uniti, dati 2015). Notevoli sono invece le differenze regolamentari, legislative e normative tra le due sponde dell’Oceano. Si pensi solamente alla differenza tra le unità di misura (gli USA non adottano il sistema metrico decimale), ai diversi formati e tensione delle prese di corrente (220 volt in Europa, 120 volt in USA) o alle norme sull’import- dei prodotti agricoli. Il trattato punta quindi a ridurre le BNT, ovvero all’eliminazione o armonizzazione di tutte quelle norme che rendono costoso il commercio di una stessa categoria di prodotti tra Europa e USA[3].

Il TTIP è stato combattuto aspramente da movimenti e partiti in tutta Europa. Anche governi, come quello francese di Hollande e quello tedesco della Merkel hanno sollevato dubbi su alcuni suoi punti. Quello che Stati Uniti ed Europa stavano contrattando era un accordo tra pari, ma Trump ha svelato l’inganno gettando sul tavolo i numeri dell’export tedesco (116 mld $, dati 2016 [4]), italiano (47 mld $) e francese (48 mld $) in America e di quello americano in Europa (307 mld $ ).

Trump ha dichiarato più di una volta di voler ricostruire la base industriale degli Stati Uniti e per farlo ha già messo in atto, oltre ai dazi su diversi prodotti, anche incentivi fiscali al rientro di attività dall’estero e riduzione delle tasse per le imprese. Il mercato americano è ampio e ricco, ma a guadagnare da esso non sono i lavoratori americani ma le sole , grandi , corporations. Paradossalmente, più le grandi corporations macinano profitti, producendo in paesi in via di sviluppo e rivendendo in America, più gli Stati Uniti si indebitano. I numeri dicono che i cittadini americani non hanno però il lavoro sufficiente per pagare i prodotti in vendita. Solo nel 2017 hanno chiuso più di 5000 centri commerciali [5] e con i consumatori se ne sono andati via anche i lavoratori.

E le fabbriche avevano già chiuso anni fa. Dopo aver subito l’offensiva giapponese negli anni ’80, specialmente in campo automobilistico e nell’elettronica, oggi è il tempo delle aziende cinesi. Marchi come Huawei, Lenovo, Cosco, Haier, Great Wall e stanno rapidamente sostituendo tanto i giapponesi quanto gli americani sul mercato nordamericano.

Le esportazioni USA.

Gli USA importano ulteriori 580 mld $ di merci da Canada e Mexico, gli altri due aderenti del NAFTA, anch’esso molto osteggiato da Trump. Anche con questi due paesi la bilancia commerciale è negativa, poiché gli USA vi esportano solo 497 mld $ di beni, ed è sicuramente per questo che il presidente americano vuole ridefinire i termini dell’accordo nordamericano.

Non possiamo dimenticare che Trump si è detto anche molto critico del WTO e che la sua politica estera , in tema di commercio estero, prevede esclusivamente accordi bilaterali [6]. In definitiva i dazi di Trump hanno un duplice scopo: in primo luogo ridurre le importazioni dalla Cina stimolando il ritorno di attività produttive negli Stati Uniti, il cosiddetto “in-shoring”[7].

In secondo luogo, riportare l’Unione Europea al tavolo delle trattative sul commercio atlantico in una posizione di forza e contrattare un accordo bilaterale, un TTIP “light”, che metta d’accordo la forte vocazione esportatrice delle aziende europee, soprattutto tedesche, e americane senza intaccare i rispettivi campi di eccellenza. Come detto, il rapporto tra Cina e Germania sta crescendo rapidamente in forza e intensità e questo può minacciare lo status economico globale degli USA. La relazioni tra le due nazioni può rafforzarsi attraverso i collegamenti ferroviari attraverso la Russia, tagliando fuori gli Stati Uniti dalle rotte del commercio globale.

Trump, insomma, cerca di indebolire entrambe, e contemporaneamente provare a rafforzare il rapporto con quella che Brzezinski definì “la testa di ponte democratica sulla massa continentale”, ovvero l’Europa.

Questo è un imperativo geopolitico pressante per evitare di essere tagliati fuori da un commercio globale che vede sempre più la logistica via mare soccombere su quella via terra, rendendo vana la supervisione militare delle vie marittime da parte degli USA, rendendoli così meno “necessari”. Lo scontro immaginato chiaramente da Sir Harford Mackinder, più di cento anni fa, tra le potenze di mare e quelle di terra, non si è ancora concluso. Si è solo spostato nel campo economico. E speriamo ci resti.

(F.B. 30.03.18)


1 – F. Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo. Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 140 
2 – https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
3 – F. Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo. Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 115 
4 – https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/ 
5 – https://clark.com/shopping-retail/major-retailers-closing-2017/
6 – http://www.bbc.com/news/world-us-canada-41529550 
7 – In-shoring è il processo di rimpatrio delle aziende americane, un tempo trasferitesi all’estero per godere di costi del lavoro e più bassi e normative meno restrittive.