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La guerra silenziosa in europa intervista a Tiziana Alterio

Europa, euro, sovranità. Anni di crisi, crescita della povertà e del precariato, perdita dei diritti. Lo spettro di una guerra silenziosa si aggira per l'Europa. Cerchiamo di capirne il senso con una giornalista indipendente.

di Davide Amerio.

e guerra: un’associazione di parole che rimanda la mente alla storia bellica. Distruzione, morti, sofferenze, debiti, sterminio, olocausto. L’idea dell’ unita nasce proprio per evitare il ripetersi di quella drammatica esperienza. La moneta unica ci ha proposto il sogno di un’unità economica, oltre le frontiere; di una fratellanza che, se non riusciva a esprimersi in termini linguistici, almeno ci semplificasse la vita materialmente. Il risultato non è stato quello sperato. Perlomeno quello che è stato propagandato come obiettivo facilmente raggiungibile.

L’Europa impone e dispone le vite di oltre mezzo miliardo di persone attraverso organismi non eletti democraticamente dai cittadini e che si trincerano dietro “regole” prive di fondamento scientifico, o rivelatesi errate. Al coro dei convinti liberisti del “più Europa”, si contrappone, con ragioni di parte sempre più fondate, chi contesta, sin dalla prima ora, un sistema monetario iniquo e improprio.

Tra queste voci, quella di [1], ci propone un viaggio tra dati e le informazioni da lei raccolte, nell’Europa reale. Uno spaccato impietoso sulle conseguenze delle scelte centriche; sull’austerity; sulla perdita dei diritti e della dei paesi. Nel 2016 ha pubblicato, per i tipi della Fuoco Edizioni, il libro  “La guerra silenziosa“. Parla di Europa, di noi comuni mortali, dei , delle sofferenze impartite a intere nazioni; e ci racconta un possibile futuro diverso, fatto di concretezza, soluzioni, e speranze. Quella che segue è l’intervista che ci ha gentilmente concesso, e che con piacere proponiamo ai lettori. Buona lettura.


“Guerra silenziosa” è un titolo forte, dirompente, considerando che parla dell’Europa, quella che dovrebbe essere la “culla” della pace dopo la II guerra mondiale. Come ti è venuto in mente questo titolo?

Perché un giornalista ha il dovere di raccontare la verità, anche se molto spesso quella verità è cruda e la si vorrebbe nascondere. Noi siamo in guerra, una guerra molto più subdola ma non meno catastrofica rispetto alle guerre combattute con le armi. Non si sentono spari, bombe, mitragliatrici, non si vedono le macerie dei palazzi distrutti. Eppure siamo in guerra. Una guerra invisibile tra l’èlite finanziaria, collusa con il potere politico, e tutti noi. Né è derivato un disastro economico epocale con un aumento della povertà, della malnutrizione tra i bambini, dei suicidi e della fuga di talenti dal Sud-Europa verso i paesi più ricchi del Nord. Nell’89 è caduto il comunismo. Oggi stiamo assistendo al fallimento del sistema capitalista, neoliberista che ha creato molte disuguaglianze concentrando la ricchezza nelle mani di pochi.

Parlando di guerra ho voluto inviare un messaggio chiaro poiché se non vedi l’ostacolo non riesci a superarlo e la maggior parte delle persone, prese da una quotidianità sempre più difficile, non comprende cosa realmente stia accadendo alle loro vite. Se ci pensi, in pochissimi anni la nostra vita è cambiata radicalmente in peggio ma non si percepisce chiaramente chi sono i responsabili di un disastro epocale senza precedenti. In fondo, i dittatori del passato firmavano i loro crimini, ci mettevano la faccia. Oggi, invece, grandi gruppi finanziari, grandi multinazionali si arricchiscono con azioni criminali senza però essere visti nelle loro azioni.

Quale relazione c’è tra questo libro e la tua carriera di giornalista? Ovvero quale impulso ti ha spinto a scrivere un libro come questo?

Osservare la realtà, cercare di approfondire le dinamiche politiche ed economiche in corso per poi raccontarle è il mio lavoro, la mia passione. Ma questo libro nasce anche perché ho sentito sulla mia pelle la sofferenza di tante persone intorno a me che hanno visto cambiare rapidamente la loro esistenza in peggio ma che, per dignità e pudore, avevano difficoltà a raccontare. Ho voluto dare voce alle loro sofferenze cercando di inquadrare le problematiche italiane da una prospettiva più ampia. Ecco perché la mia ricerca riguarda tutti i Paesi del Sud- Europa poiché ho voluto raccontare quanto una parte dei Paesi Europei stiano vivendo un unico destino.

In merito ai dati che hai riportato, sulla realtà dei paesi PIIGS (o mediterranei), dalla chiusura del libro a oggi, come è variata la situazione? Di paesi come Grecia e Portogallo non sentiamo più parlare.

Nulla è variato, anzi è peggiorata e non potrebbe essere altrimenti poiché è l’intero sistema che va ripensato totalmente. In Italia si parla di crescita dell’occupazione grazie al Job Act ma se poi analizzi bene i dati e la realtà ti rendi conto che sono notizie di facciata per tranquillizzare l’opinione pubblica, soprattutto in prossimità delle elezioni. E’ vero che la disoccupazione è calata ma sono aumentati notevolmente i lavori precari, quelli che durano anche solo 4 giorni. Nel 2015 avevamo il 54% di lavoratori assunti a tempo indeterminato, nel 2017 siamo al 32%. La flessibilità è diventato un must del mercato del lavoro: a farci le spese sono i lavoratori mentre ad arricchirsi sono le grandi aziende.

L’unione Europea continua a sottoporre i Paesi del Sud-Europa a pesantissime misure di austerità e stiamo facendo sacrifici enormi con la finalità di abbassare il debito pubblico. Tuttavia, dopo 7 anni di austerità il debito pubblico continua a salire. E’ evidente che la ricetta non funziona ma non deve funzionare perché, diversamente, come si farebbe a giustificare la nuova ondata di privatizzazioni del patrimonio pubblico? In Italia, in Grecia, in Portogallo, in Spagna stiamo assistendo ad una colonizzazione silenziosa, una nuova forma di conquista di interi Stati attraverso la cessione del patrimonio pubblico svenduto a multinazionali e lobby finanziarie. Non parlo di teorie complottiste ma di fatti, di realtà.

Nel 2016 un importante istituto di ricerca inglese, il Transational Istitute ha passato sotto la lente di ingrandimento la potente industria delle privatizzazioni nei Paesi del Sud- Europa e c’è da restare sgomenti. Stanno entrando a gamba tesa cinesi, giapponesi, olandesi, tedeschi, americani, arabi. Stiamo svendendo anche i servizi essenziali per i cittadini come l’energia elettrica, la sanità, i trasporti. Il Portogallo ha svenduto il servizio postale, i trasporti, la società elettrica nazionale e gli aeroporti così come la Grecia ha svenduto ben 14 aeroporti, intere isole, beni storici, la Spagna sta liquidando la sanità pubblica e non è da meno il nostro Paese dove sono in corso le privatizzazioni delle Poste e delle Ferrovie dello Stato. Tutto deve diventare privato ed essere venduto a multinazionali che sono poi le prime ad evadere miliardi di euro di tasse sotto gli occhi complici della classe politica.

Ma ciò che stiamo svendendo non è soltanto il patrimonio pubblico ma la stessa democrazia poiché non siamo più sovrani in nessun campo, quello politico, economico, alimentare, energetico. Paesi come il nostro che soltanto 15 anni fa erano la 4° potenza economico mondiale oggi sono il fanalino di coda tra i Paesi Europei. Di tutto questo c’è una responsabilità precisa di amministratori che non hanno saputo governare i processi della globalizzazione e hanno lasciato le briglia sciolte alla finanza e alle multinazionali. Bisognerà prima o poi che qualcuno paghi per questi crimini.

Se oggi scrivessi un aggiornamento del libro: quali capitoli aggiungeresti? Cosa modificheresti?

Approfondirei ancora di più gli effetti sulla vita delle persone che sta avendo il sistema neoliberista. Questa guerra silenziosa, condotta attraverso misure economiche e la finanza, è più lenta ma produce gli stessi effetti di una guerra combattuta con le armi. Effetti visibili in una duplice direzione: da un lato li ritroviamo nei licenziamenti, nell’annullamento dei diritti sociali, nello smantellamento del welfare, nei tagli ai salari, nell’impossibilità di curarsi, nella perdita delle case, nell’aumento dei suicidi e della depressione, nell’aumento della malnutrizione tra i bambini, nella fuga all’estero. Ma, dall’altra parte, li percepiamo anche quando ci sentiamo schiavi di un sistema che ci ha resi parte di un meccanismo infernale votato alla sola produzione di merce da consumare.

L’Essere umano è stato svilito poiché è facilmente interscambiabile, è un semplice ingranaggio della catena produttiva dove, non soltanto il bene è privo di anima ed è sottoposto alla dura legge su cui si regge il capitalismo, e cioè quella dell’usa e getta, ma la stessa persona è svilita nella sua unicità, nella sua ricchezza umana e nei suoi talenti per diventare un anello anonimo della produzione globalizzata, pronto ad essere espulso quando si presentano condizioni diverse e più favorevoli per le leggi del mercato. Ecco, io approfondirei ancora di più questi aspetti e di come è possibile liberarsi da questa schiavitù, dalla perenne corsa senza senso a cui questo sistema ti sottopone per non pensare troppo.

E il primo passo da fare è rallentare, riprendersi il proprio tempo, fare silenzio, quanto più possibile, dentro di noi e intorno a noi. Personalmente, ho fatto questa scelta diversi anni fa, ho rallentato, ho scelto di vivere in campagna nella natura e sono uscita da un sistema mediatico che poco mi apparteneva e da lì mi si è aperto un altro mondo, fatto di semplicità, di essenzialità e di rapporti umani più intensi.

L’ipotesi che formuli nel libro, quello di una “comunità” dei paesi del sud del Mediterraneo ha qualche possibilità di essere realizzata? Quanti e quali governi di questi paesi sono consapevoli di questa opportunità?

Sarebbe, a mio avviso, l’unica strada percorribile per far cambiare direzione all’Unione Europea. Il referendum in Grecia nel 2015, quando il 64% dei greci disse no ad altre misure di austerità e l’Unione Europea ne fece carta straccia dopo pochi giorni, è stato un evento storico che ha chiarito definitivamente quanto i singoli paesi, soprattutto quelli del Sud-Europa, abbiano poco peso politico presi singolarmente. Diversamente, un’Alleanza tra Portogallo, Italia, Grecia, Spagna e Cipro le cui economie se si unissero rappresenterebbero il 4° Pil a livello mondiale, sarebbero una forza tale da riuscire ad imporre un cambio di rotta all’attuale politica europea. E che tipo di cambiamento dovremo imporre? Bè, dovremo, a mio avviso, far pesare il fatto di essere un’Europa Mediterranea diversa dall’Europa del Nord. Ma per fare questo dovremo, innanzitutto comprendere cosa significa avere una vocazione mediterranea, cosa significa essere cittadini mediterranei.

La coscienza collettiva si rivoluziona solo partendo da se stessi. Come un corpo unico formato da tante cellule così il corpo collettivo potrà operare un vero cambiamento partendo da ogni singola cellula che siamo tutti noi.

E allora immaginiamo che quando fu creata l’Unione Europea fu celebrato un matrimonio tra due diverse vocazioni di questo Continente, una Nordica, portatore di valori tipicamente maschili con la sua razionalità tecnico scientifica, la sua propensione alla leadership e alla competizione spinta e con la sua necessità di potere e di controllo (pensiamo alla Germania) e una invece Mediterranea, portatore di valori tipicamente femminili con la sua capacità di accoglienza, di condivisione, di empatia con l’altro, pensiamo al Sud-Europa.

Ebbene, ad un certo punto questo matrimonio è entrato in crisi perché la parte dominante, quella maschile, ha iniziato ad esercitare un potere di controllo ritenendosi superiore all’altro mentre la parte femminile, non avendo maturato dentro di sé, la piena consapevolezza della sua unicità e della sua forza si è lasciata totalmente soccombere da questa energia predominante.

In un matrimonio, in genere, le responsabilità non sono di un’unica parte. Cosa non funziona in questa “unione”?

Ambedue le parti hanno la propria quota di responsabilità. L’una, il Nord-Europa, guidata dalla Germania, per non aver compreso e rispettato la ricchezza della diversità imponendo il proprio unico modello dominante, il modello capitalistico, dove tutto è ridotto ad omologazione e profitto.

L’altra, il Sud-Europa, per non aver compreso dove risiedeva la propria ricchezza, il proprio valore e si è iniziata a rapportare al sistema dominante in termini di mancanza, di subalternità perdendo di fatto la propria identità culturale e diventando una copia mal riuscita di quello stesso modello imposto con aggressività.

Un gioco perverso e auto-distruttivo per ambedue le parti.

Cosa sta vivendo l’Europa in questo momento storico se non una fase di dominio e di imposizione della propria visione del mondo attraverso le politiche di austerità e di colonizzazione imposta dal Nord-Europa con l’acquisto di interi patrimoni del Sud-Europa?

E cosa sta vivendo il Sud-Europa se non una fase di subalternità economica, politica, culturale e sociale smarrendo se stessa, e la propria grandezza storica?

Un Sud che per rincorrere un modello di società capitalistica si è prostituito al punto di arrivare ad una corruzione dilagante sia dentro che fuori le istituzioni pubbliche.

C’è qualche possibilità per recupera questo rapporto nord-sud europa, per ricostruire una nuova, unica, identità comune?

Ci troviamo in un momento di crisi ma anche di grande opportunitàE la grande opportunità che abbiamo noi popoli del Sud passa necessariamente attraverso la presa di coscienza delle nostre peculiarità, della nostra vocazione mediterranea. Dobbiamo prendere forza dalla nostra identità senza soffocarla e dall’altro lato dobbiamo cercare però di integrare anche i valori positivi di cui è portatore il Nord-Europa, come l’efficienza, la capacità organizzativa, il rigore.

Così come il Nord-Europa dovrebbe integrare la sua capacità di leadership con i valori di solidarietà, di cooperazione, di condivisione di cui è portatore il Sud-Europa. Dunque, se non faremo questo passaggio continueremo ad essere arrendevoli nei confronti dei diktat di Bruxelles, continueremo a lasciarci colonizzare perdendo la nostra identità e il nostro potere.

E il Nord-Europa se non integrerà i valori della solidarietà, della cooperazione, dell’accoglienza, diventerà sempre più fredda e cieca rispetto ai bisogni dei cittadini.

E’ necessario recuperare una posizione paritaria tra le due diverse anime dell’Europa, quella Nordica e quella Mediterranea. Solo riconoscendo e accettando reciprocamente le diversità e le vocazioni che le rappresentano, si può ricominciare a camminare insieme. 

Che ipotesi potrebbero essere valide per correggere le disparità e gli squilibri generati dall’Euro e dai parametri imposti, notoriamente privi di fondamenti scientifici? Occorre uscire dall’euro completamente o intravedi possibilità per una Europa che corregga i propri errori?

Non abbiamo più alcun tipo di sovranità. Siamo sempre più dipendenti dal cibo prodotto in altri Paesi, non abbiamo indipendenza energetica, la nostra legge di bilancio deve essere approvata da Bruxelles e non abbiamo più la proprietà della nostra moneta. Con l’Euro abbiamo definitivamente consegnato ad Istituzioni, non elette democraticamente dal popolo, la nostra sovranità monetaria.

Il punto è come iniziare a recuperare la nostra sovranità e la nostra libertà, non soltanto monetaria, ma in tutti i campi che coinvolgono direttamente la nostra vita quotidiana.

Francamente non vedo soluzioni che partono dall’alto. Piuttosto credo in una rivoluzione silenziosa dal basso che può indicare una nuova rotta. Penso alle monete complementari, penso alla valorizzazione delle economie locali, penso alla ricostruzione delle comunità e ai molti ragazzi che stanno ritornando alla terra consapevoli che una comunità è libera quando è innanzitutto autosufficiente a partire dal cibo e dall’acqua. Lo scorso anno sono stata referente per l’Italia di NESI, il primo Forum mondiale sulle Nuove Economie tenutosi a Malaga. Ebbene sono venuti da tutto il mondo visionari, pensatori, economisti che stanno immaginando e mettendo in pratica nuovi modelli di società economica più giuste, più rispettose della natura e dell’uomo, direi più umane. Ecco, noi abbiamo bisogno di Umanità e di anteporre l’uomo, e non più il profitto, a qualunque scelta politica, economica, sociale, culturale che sia.

Nel tuo libro parli di Nuovo Rinascimento Mediterraneo. Cosa intendi?

Sono fortemente convinta che, proprio in questo momento buio della storia, ci siano i semi di una Nuova Rinascita che io chiamo Nuovo Rinascimento Mediterraneo e il luogo di questa rinascita è proprio il Sud, non inteso geograficamente ma come ventre di quella umanità che inizia a capire che le deviazioni della modernità e del progresso sono armi letali per la propria felicità. In questo senso il richiamo del Sud è la metafora del richiamo alla vita e alla felicità che si oppone al richiamo alla carriera e al denaro che ha reso l’uomo individualista e incapace di sentirsi parte di una comunità più grande. E’ per questo che solo dal Sud è possibile avviare un Nuovo Umanesimo capace di ispirare un Nuovo Rinascimento Mediterraneo e l’Italia può essere il motore di questa rivoluzione culturale.

In questa società complessa, dove, sopra tutto in quella italiana, prevale un buona dose di analfabetismo funzionale (grazie alle politiche scolastiche e culturali, figlie di quei principi della nota Loggia P2 di Licio Gelli e sviluppati poi da Berlusconi) pensi sia possibile esserci una coscienza politica di cambiamento? Cosa ti suggerisce l’esperienza politica che stai vivendo come attivista del M5S che ti vede impegnata, da più di 5 anni, nel Tavolo Politiche Europee e in un Tavolo di Lavoro che hai recentemente fondato sulle Nuove Economie, oltre ad essere stata candidata alla Regione Lazio?

Siamo in un tempo in cui bisogna avere coraggio.

Per troppi anni abbiamo abdicato alla volontà di capire e di reagire lasciando campo libero agli sciacalli della politica e del mondo dell’economia ma, davanti a sfide così difficili non possiamo rimanere le stesse persone: o si diventa persone disperate o si diventa migliori e ci si impegna per il Bene Comune.

Io non ho risposte precise e soluzioni immediate ad una realtà così complessa, ma ho capito che non posso più tirarmi indietro di fronte alla responsabilità di agire e di impegnarmi anche politicamente. E’ per questo che ho deciso di impegnarmi nel M5S, unica forza politica davvero in grado di portare quel cambiamento di cui l’Italia e l’Europa ha disperato bisogno.

Il programma del M5S è un programma che ha in sé molte idee in grado di cambiare radicalmente il modello di società, è un programma in cui al centro c’è il cittadino con i suoi bisogni e con la sua necessità di poter realizzare la sua unicità, la sua vocazione in uno Stato che è in grado di accompagnarlo e sostenerlo nel suo percorso.

Infine, da quando sono diventata mamma adottiva, la mia forza e la mia determinazione a cambiare ciò che va rivoluzionato è aumentata notevolmente.

(D.A. 07.04.18)

[1] Tiziana Alterio è una giornalista indipendente con un passato sia alla Rai che a Mediaset.  Appassionata dell’area Mediterranea e ferma oppositrice del pensiero unico dominante, quello capitalista occidentale che riduce tutto ad omologazione. Ha viaggiato come reporter in Africa, Asia, Sud-America e mondo arabo. Esperta di tematiche sui Paesi Mediterranei, ha fondato e diretto la testata giornalistica ilmediterraneo.it. Ha svolto docente in alcuni in master universitari.