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La sinistra affonda, e non c’è niente da ridere…

La sinistra è in palese difficoltà. Partendo da una riflessione condivisibile del prof. Angelo d'Orsi, qualche ragionamento sulla crisi esistenziale di un pilastro della nostra democrazia.

di Davide Amerio.

Parliamo della . Nel luglio scorso, in occasione della giornata delle “magliette rosse”, il prof. Angelo d’Orsi scriveva, per la rivista Micromega, una riflessione, o potremmo dire, un mesto sfogo, su ciò che è diventata la sinistra oggi nella sua politica, e nelle sue rappresentazioni. Alcuni commentatori (su Micromega) non l’hanno presa molto bene, e vale la pena riportare alcuni passaggi del testo del professore:

[…] Mi sono stufato, per esprimere la nostra opposizione (politica, sociale, culturale, etica) a magliette, scarpe, bandiere; mi sono stufato di assistere – inizialmente perplesso, poi attonito, infine sgomento –, alla trasformazione della lotta politica in mera simbologia, che sembra rinviare più alla moda che alla critica, frutto di passività e inerzia, più che segno di volontà di riscossa.

Mi sono stufato di imbattermi nella parola “populismo”, chiave di volta universale che ormai non apre più nessuna porta, concetto che non spiega nulla, così come viene declinato. Renzi era (è) meno populista di Salvini e Di Maio? Per non parlare di Berlusconi…

Mi sono stufato di sentirmi dire che i leghisti sono fascisti, ma senza mai che nessuno mi spieghi perché non soltanto il vituperato sottoproletariato e l’odiosa “vecchia piccola borghesia”, ma la stessa classe operaia li votino.

Mi sono stufato della ripetizione del grido “Razzisti!” rivolto agli stessi, ma poi nessuno mi fa capire perché al Sud ricoperto di ingiurie e minacce dagli stessi leghisti nel corso degli anni, proprio gli uomini e le donne di quel partito, vengano votati. […]

Mi sono stufato di vedere rivendicare come repertorio politico la serie di parole consunte quali accoglienza, solidarietà, umanità eccetera: nella nostra bocca non suonano meno scontate e stonate che sulla bocca degli avversari; e soprattutto non ci fanno fare un passo avanti nella costruzione dell’alternativa radicale alla linea che ci ha condotto all’attuale Caporetto.  […]

Non ne posso più di coloro che a sinistra spiegano la sconfitta con la cattiveria altrui, non ne posso più della rinuncia programmatica all’autocritica, non ne posso più di sentir dire che è colpa degli altri quando perdiamo. […]

Mi sono stufato della faciloneria con cui vengono liquidati i vincitori di oggi (leghisti e cinquestelle), rinunciando persino a guardare da vicino i due movimenti, per la paura di sporcarsi le mani, rifiutandosi di distinguere, ma accontentandosi di condannare, in modo semplicistico, e alla fin fine, cretino.

Mi sono stufato di leggere (e, ahimè, temo anche scrivere) testi nei quali si percepisce rabbia, sdegno, ribrezzo, persino, invece che analisi concrete e proposte realistiche; mi sono stufato delle ripetizioni pappagallesche e autoconsolatorie che nulla ci dicono del successo e , e della sconfitta di PaP, e di come uscire dal pelago in cui siamo finiti, e con noi l’Italia. […]

Certamente qualcuno gioirà di queste parole, scritte ancora prima di assistere allo scivolone della sinistra sul lancio delle uova a Moncalieri, alle posizioni preconcette in difesa dei poteri “forti”, dopo il crollo del viadotto di Genova, e le dichiarazioni volgari e violente di certi esponenti del PD nei confronti di Lega e Cinque Stelle.

Qualche tempo fa l’ex segretario Bersani ha spiegato la situazione della sinistra (intesa come PD), con una delle sue pittoresche immagini: la mucca nel corridoio. L’immagine prende spunto da un detto delle sue parti, che intende significare: sei stato incapace di vedere e valutare gli avvenimenti macroscopici, come fossi stato incapace di vedere una “mucca nel corridoio”. Bersani ha aggiunto un altro elemento importante affermando che coloro che oggi tifano per una caduta del governo giallo-verde, non hanno capito il livello del rischio politico: quello di ritrovarsi un toro anziché una mucca nel corridoio.

Immagini bucoliche a parte, chissà se lo stesso ex segretario valuta come anch’egli non vide la mucca nel corridoio, a suo tempo. Durante il periodo in cui il M5S cresceva nei consensi e nel paese, la sua posizione si limitò a considerare il fenomeno con il termine “antipolitica” (ve lo ricordate quanto ci hanno smarronato con questa storia?). Non solo, il suo compare di partito, tale Letta, in prossimità delle elezioni dichiarava che era meglio votare Berlusconi piuttosto che M5S.

La questione è seria, e lo è perché il crollo di un partito, ma anche di una intera area di pensiero che non riesce più ad esprimere una politica comprensibile a misura di elettore, non è un buon auspicio per il funzionamento della democrazia.

Sappiamo bene che l’unione M5S-Lega non è un fenomeno che potrà durare a lungo nel tempo. Inutile negarselo. Non sappiamo quando avverrà, ma accadrà sicuramente, perché alcune posizioni di politica sociale sono incompatibili. Il lasso di tempo in cui questo distacco avrà luogo, potrebbe essere determinato da alcuni fattori:

  • Quando Salvini riterrà di potersi giocare la carta di leader unico del centro destra
  • Se, lo potrà fare, avendo sulla testa 49 milioni di motivi che potrebbero spingerlo a non rifiutare, troppo a lungo, il richiamo del “torna a casa Lessie” che ogni tanto lancia Berlusconi; a meno che quest’ultimo non si suicidi politicamente con l’abbraccio mortale di Renzi
  • Le previsioni sul livello del divario che si sta creando nel M5S tra il vertice e una parte storica -significativa,- del movimento, che mal digerisce certe posizioni leghiste su questioni sociali, , e grandi opere. Questo divario potrebbe avere conseguenze molto spiacevoli nelle prossime tornate elettorali per il movimento.

La questione che pone il professor d’Orsi è molto seria se si mette attenzione alla natura dei problemi politici in gioco, oltre le schermaglie e le battute. Per esempio, la questione dell’immigrazione è stata il propulsore che ha consentito alla Lega di fare un balzo enorme nei sondaggi elettorali; molto limitato, invece, l’effetto sul M5S. Indubbiamente, di entrambi, è stata apprezzata la fine della sudditanza all’Europa, cui siamo stati condannati dai precedenti governi. Ma la questione “migranti” non termina, o si risolve, con la sola questione dell’equa distribuzione delle persone sul territorio europeo. C’è in ballo molto di più. E’ come se in casa avessi una perdita di acqua ingente e mi limitassi a risolvere il problema chiedendo aiuto ai vicini di casa per avere secchielli in più, per drenare l’acqua. Se non risolvo il problema della perdita, avrò sempre un fiume di acqua indesiderato dentro casa, che non saprò come gestire e dove farlo confluire.

Questo implica saper guardare con una visione globale del fenomeno, ovvero un’analisi politica sulla situazione in cui versa un intero continente, tra guerre di clan (o etnie), carestie, povertà, dittature, guerre per procura. A questa situazione non è estranea una grande responsabilità dell’occidente: dai tempi della schiavitù colonialista, allo sfruttamento delle risorse di questi paesi per uso esclusivo occidentale (con il supporto della corruzione locale), alle ingerenze politiche per lo stesso motivo con veri e propri ribaltamenti di potere imposti dall’esterno.

Il detto “aiutiamoli a casa loro”, non può che suonare come una beffa, nelle orecchie di un migrante: se l’occidente si fosse tenuto lontano dal continente africano, li avremmo aiutati molto di più evitando colpevoli ingerenze.

Le responsabilità dell’occidente europeo sono chiare (basta un po’ di storia). Il punto politico che ci interessa qui è l’errore commesso a sinistra: creare un progetto politico basato sul “senso di colpa” che l’occidente dovrebbe avere nei confronti dell’Africa. Poteva funzionare? Assolutamente no, se la soluzione consiste in una immigrazione indiscriminata. Perché i problemi che ne sono nati, e che hanno comportato implicazioni nella vita di molte persone qui, sono stati considerati “effetti collaterali” accettabili. Tranne alcune isole di integrazione felice, il risultato della politica sull’immigrazione è un disastro senza precedenti: problemi di ordine pubblico, tempi di identificazione assurdi, rimpatri falliti, caporalato con sfruttamento, criminalità organizzata che utilizza immigrati come manovalanza, affari milionari sui viaggi dei migranti, etc etc.

Un altro punto che dovrebbe far riflettere è che l’immigrazione indiscriminata (porti aperti a oltranza, abbattimento di tutte le frontiere) è lo stesso progetto che ha il pensiero iper-liberista sul modello di quello illustrato dall’Economist tempo addietro. A nessuno sorge il dubbio di quanto sia strano se la sinistra, sul terreno dell’immigrazione, si incontra con il pensiero liberista globalista più sfrenato?

Certo l’immigrazione è un problema umanitario, e non si può evitare la questione, o pulirsi la coscienza, limitandosi ai respingimenti e rientri in finti centri di accoglienza libici (occhio non vede, cuore non duole). Anche se suona un po’ ipocrita tutta questa umanità espressa in favore di chi cerca di allontanarsi dall’Africa, ma nessuna parola viene spesa per i milioni di persone che restano, impossibilitati a partire e costrette a morire di fame, a subire torture e violenze.

Analoghi ragionamenti, nel senso di non aver colto la questione centrale, possono essere fatti sull’euro e sull’Europa, laddove la sinistra ha accettato acriticamente le imposizioni europee (sino all’oscenità dei vincoli di bilancio in costituzione), con vincoli privi di solidità scientifica. Proprio in questi giorni alcuni soggetti del PD, con sommo sprezzo del ridicolo, offrono lezioni di economia equiparando il debito nazionale ai debiti famigliari, e pretendono di illuminarci su quanto sia bella la rinuncia alla propria sovranità, e su quanto è diventata bella la Grecia dopo essere stata spolpata dalla Troika.

Il M5S si trova, di conseguenza, persino suo malgrado, a dover essere, così giovane, l’erede di quel pensiero che si preoccupa della concreta situazione che vivono le persone, oltre gli stretti confini delle ideologie politiche; pensiero che una volta apparteneva alla sinistra, anche a quella democristiana. Un compito analogo lo svolge la Lega, con altri parametri politici però, e questa attività politica di entrambi, viene oggi ancora definita, spregiativamente, come populista.

I problemi menzionati richiedono, e richiederanno, elaborazioni di pensiero che vadano bel oltre la semplice visione di breve periodo (nella quale si può certo beneficiare di un alto consenso). Per concretizzare soluzioni efficaci, e di reale cambiamento, è necessaria una progettazione di medio lungo periodo e, sopratutto, mani libere da ricatti politico-affaristici; pena un ulteriore grado di sfiducia dei cittadini, e allora non sappiamo davvero cosa potrebbe capitare.

Concludiamo quindi questa riflessione (certo incompleta) tornando a piè pari dentro l’invocazione del professore Angelo d’Orsi: una sinistra chiusa nel simbolismo e nei confini delle categorie destra/sinistra, fascista/antifascista, rivoluzionario/reazionario, razzista/antirazzista, ossessionata dal populismo, indisposta ad accettare serenamente il M5S come interlocutore politico, non possiede gli strumenti per mettere in discussione se stessa e per progettare il futuro. Questo è un problema che riguarda, nel complesso, il buon funzionamento della democrazia e mina la possibilità di avere alternanza politica.

(D.A. 21.08.18) – pubblicato anche su Scenarieconomici.it