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Pro Natura Piemonte: nuovo ritrovamento Uranio in Val Susa

Uranio in Val Susa, un nuovo ritrovamento. Mentre molti politici, madamine e Confindustria parlano di progresso, si confermano i pericoli per i cittadini.

COMUNICATO STAMPA

30 novembre 2018 Comunicato stampa Pro Natura Piemonte

Valle Susa: ritrovato nuovo giacimento di

Nel corso di una indagine per verificare ed aggiornare i dati in merito ai pericoli per la salute connessi al progetto di scavo di un tunnel di base, il team di persone che nel novembre di 21 anni fa avevano ritrovato e segnalato le gallerie ed il giacimento di uranio di Venaus, hanno ritrovato anche il secondo importante giacimento della valle che risultava essere in comune di Salbertrand in località San Romano.

L’affioramento non fu scavato con gallerie geognostiche probabilmente per la sua vicinanza al paese da cui dista 1 chilometro ed è localizzato in un prato in cui, in una area piuttosto circoscritta, si misurano alti valori di radioattività, provenienti da rocce profonde uno o più metri rispetto al suolo ed, al momento attuale, irraggiungibili.

I valori registrati sono stati di circa 100 volte il fondo naturale, quest’ultimo misurato ad un centinaio di metri di distanza, sul fondovalle, presso la fontana comunale, Il giacimento è anche a meno di un chilometro a ovest del previsto cantiere della  Lione dove si porterà il materiale scavato per frantumarne una parte da mescolare al
cemento da utilizzare per la preparazione dei “conci” che serviranno a sostenere le volte del tunnel.

Il rimanente materiale di scavo sarà avviato ai luoghi di deposito. Inoltre il giacimento è solo a qualche decina di metri di differenza di quota. Questo conferma l’esattezza degli studi e delle prospezioni eseguite nel 1980 dall’Agip mineraria che aveva rilevato 19 “anomalie spettrometriche” nella parte italiana del Massiccio dell’Ambin in cui deve essere scavato il tunnel.

Due di esse sono i giacimenti di pechblenda di Venaus e Novalesa. LTF/TELT, la società che ha progettato la Torino Lione, non ha mai esplicitato come intende gestire il reperimento di materiali radioattivi, restando assolutamente nel generico su di un rischio che nel peggiore dei casi potrebbe impedire l’attraversamento di una parte del massiccio, mentre in una previsione più “ottimistica” potrebbe mettere in pericolo la salute degli abitanti ovunque siano trasportate o lavorate le rocce estratte.

Per la valutazione del rischio direttamente connesso allo scavo del tunnel di base occorre ricordare che LTF/TELT, relativamente alla galleria geognostica di Chiomonte, non ha mai spiegato:

1) perché a dicembre 2014 ad un solo anno dall’inizio dei lavori di scavo con la “talpa” TBM, ha interrotto le misurazioni della concentrazione del radon, anche se i lavori sono proseguiti nel 2015 e tutto il 2016

2) perché la galleria geognostica di Chiomonte preventivata di 7.540 metri di lunghezza, sia stata bruscamente interrotta a 7.020 metri, cioè 520 metri prima del termine fissato, originando il problema del licenziamento anticipato delle maestranze addette allo scavo.

I problemi per la salute connessi alla costruzione della Torino Lione sono di drammatica attualità anche dopo l’esame degli ultimi progetti: Per il problema dell’amianto la soluzione proposta del deposito nell’ex tunnel geognostico di Chiomonte riguarda un quantitativo di rocce corrispondente ai primi 420 metri di galleria dopo l’imbocco di Susa.

Eventuali altri reperimenti dovrebbero essere affrontati con lo scavo di altre gallerie di deposito che bloccherebbero i lavori per due o tre anni. Ci sarebbero quindi forti pressioni per ignorare il pericolo. Il problema delle polveri sottili PM10 è tutt’ora irrisolto, perché anche valesse la soluzione di utilizzare dei silos, aumenterebbero enormemente i travasi.

Resta quindi di piena attualità la valutazione contenuta nello stesso studio di VIA sul progetto preliminare di LTF secondo cui, “in caso di lavori, ci si dovrà attendere un incremento del 10% delle malattie (e quindi della mortalità) di natura cardiocircolatoria e polmonare.”

Il giacimento di pechblenda di Salbertrand, secondo gli studi pubblicati dal Politecnico di Torino nel 1999 e nel 2004, esprime livelli di radioattività analoghi a quello di Venaus. Ma differenza di questo, a Salbetrand non si può raggiungere la roccia madre ed avvicinare lo strumento di misurazione alla fonte radioattiva.

A Salbertrand è disponibile solo una stretta buca profonda una sessantina di centimetri in cui bisogna infilare la testa ed il braccio attendendo che il contatore raggiunga i valori massimi. In questo modo si son visti valori di 8,50 mR/h (milliRoentgen/ora, uno dei metodi per misurare la radioattività). Estraendo il contatore la misura decade velocemente e questo è il motivo per cui la foto dà una misurazione di 6,52 mR/h. Essendo una operazione pericolosa senza le necessarie protezioni, ci si è fermati a due tentativi.

Il sito di Salbertrand dovrebbe avere una notevole estensione perché ad un centinaio di metri, sempre in una zona a prato montano, è presente almeno un secondo affioramento, qui probabilmente molto più profondo perché i valori sono risultati di dieci volte inferiori. Politecnico di Torino, che dice testualmente: “L’eventuale estrazione del minerale ed il suo abbandono non controllato potrebbe essere molto pericoloso per la salute, anche perché
un contatore geiger non darebbe alcun risultato. La radioattività è proporzionale alla massa del minerale e la polverizzazione delle pechblenda (che avviene all’estrazione, nel deposito e nella frantumazione per produrre sabbia) non consentirebbe una sua facile rilevazione”.

Dal punto di vista biologico il pericolo è costituito in particolare dalle polveri di rocce uranifere, in quanto gli ossidi di uranio emettono radiazioni alfa e beta che, al contrario dei raggi gamma, hanno una massa maggiore ed impattano fortemente persino contro le molecole dell’aria. In condizioni normali queste si esauriscono in distanze dell’ordine di centimetri ma, per questa stessa caratteristica, quando una particella di polvere di pechblenda si posa sulla pelle o viene inalata ed entra negli alveoli polmonari, crea gravi danni perché, la radiazione beta, non attraversa ma colpisce le molecole delle cellule viventi e danneggia il loro DNA, aprendo la via a malattie degenerative.

Il presidente
(Mario Cavargna)