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L’artigianato ai tempi della crisi

Nel frenetico mondo moderno la bellezza e la saggezza dell'artigianato vanno scomparendo sotto il peso delle eccessive regole e della globalizzazione

Contributo di Antonio Alei.

L’ fin dal Medio Evo è stato uno dei fiori all’occhiello dell’Italia sia dei “secoli bui” che dei “secoli d’oro”, parafrasando gli scritti di Indro Montanelli, impagabile maestro di Storia e di vita.

Ai tempi di Raffaello Sanzio, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti l’attività degli apprendisti era regolata da contratti con cui, in cambio del lavoro svolto, avevano assicurato vitto e alloggio, ma talora dovevano pagare una retta di mantenimento al “mastro” di turno, altrimenti venivano rispediti a casa di corsa. Non solo, se non davano dimostrazione dei loro talenti e di assidua dedizione al lavoro subivano sovente, oltre la cacciata, punizioni corporali che oggi ti manderebbero dritto in galera buttando le chiavi.

Ricordo benissimo gli del mio paese: fabbri, falegnami, mastri muratori, sellai, ecc.

Gente che aveva trascorso la vita ad affinare il proprio mestiere con dedizione e amore, per dare ciascuno il meglio nell’arte praticata. Poi c’erano gli apprendisti, i “ragazzi di bottega”, mandati dai genitori ad imparare un mestiere su cui avrebbero fondato il loro futuro.

Per l’artigiano non c’erano obblighi fiscali ed assicurativi nei riguardi degli apprendisti, anzi, erano talvolta i genitori che per gentilezza e riconoscenza offrivano al titolare piccoli cadeau sotto forma di uova, dolci, olio, frutta, formaggio, ecc., ossia dei prodotti del loro tribolato lavoro.

Poi sono arrivati i “tempi moderni”, le tasse, le assicurazioni obbligatorie, i contributi, gli eccessi di normative e regolamenti, i sindacati, le “confraternite”, i parassiti del sistema e che fine ha fatto la piccola impresa artigiana? E’ morta, e con essa è morta tutta la conoscenza acquisita in secoli di onesto lavoro tramandato di generazione in generazione, è morta ogni speranza di ripresa, sono venuti meno centinaia di migliaia di futuri posti di lavoro e di ricchezza in fieri; in sintesi, con la fine dell’artigianato è di fatto finita anche l’Italia e non ci sarà più possibilità di risalire la china perché non ci sono più i maestri di un tempo, passati da un pezzo a “miglior vita” dopo essere stati affossati, oltraggiati e angariati da un sistema che definire “iniquo” è già una gratificazione per lo spirito.

Adesso, finché saremo ancora in vita, “godiamoci” gli ultimi scampoli cinesi, prima che il “boia” della crisi abbassi la mannaia sopra le nostre sciocche, insulse e inutili teste.