Notizie Flash

70 anni dalla Liberazione in un’Italia che va indietro

Non sono solo i segni di vitalità delle nuove forme di fascismo a preoccupare ma anche l'involuzione democratica del Paese di cui tanti sembrano non volersi accorgere. Opportunismo, conformismo, pavidità? La speranza dalle lotte sociali.

di Fabrizio Salmoni

 Buon ! I 70 anni di celebrazioni sono preceduti, in questa Italia del XXI° secolo, da una bomba carta alla sede di Rifondazione Comunista di Orbassano, da arresti di antifascisti a Cremona, dal 15% nei sondaggi di una Lega che si sta riciclando come nuovo partito di estrema destra con l’accoglienza tra i suoi ranghi di Casa Pound e Forza Nuova, da un’occupazione di case a Torino  orchestrata dal postfascista consigliere comunale Maurizio Marrone (Fratelli d’Italia), uno che nel sociale  tenta da tempo di sguazzare (ci aveva già provato con i Forconi), dalla condanna europea dell’Italia per la pratica della tortura da parte della polizia, e infine da una bandiera della Repubblica Sociale appesa di fronte al Museo della , al Centro Studi Primo Levi e all’ Istituto Storico della . Ma di quella c’è poco da preoccuparsi, sembra dire Luciano “Cuor di Leone” Boccalatte, direttore dell’Istituto, uno che ci tiene a tenersi fuori dalle polemiche: “Siamo storici – dichiara ai giornali -… non siamo un simbolo politico…sono passate tre generazioni…”, servono “serenità e distanza dal passato…“. Anche dal proprio, evidentemente. Perchè fino a che i partigiani erano vivi, e Boccalatte era un semplice impiegato, l’Istituto aveva ben altro taglio. Nel 1985, quarantesimo anniversario della , l’Istituto promuoveva un convegno che era inevitabilmente un segnale politico, L’insurrezione a Torino, coordinato da Carla Gobetti e dal partigiano Alberto Bianco, in cui si faceva documentazione storica ma certo non in forma asettica e neutra come vorrebbero oggi fare i professori che dirigono l’Istituto, intellettuali “organici” ai salotti del potere torinese. Vi parteciparono persone che, dopo un passato da combattenti, non avevano mai mollato sull’antifascismo e per i quali la documentazione del passato era un mezzo per tenere viva l’attenzione sullo stato della democrazia: Giorgio Agosti, Guido Quazza, Lia Corinaldi, Battista Santhià, , Faustino Dalmazzo, tra i tanti. Gente dall’impegno quotidiano, che non aveva scrupoli a dire ai partiti dove e quando sbagliavano e che, a differenza di Boccalatte, si sarebbero molto innervositi a vedersi sventolare una bandiera di Salò sotto il naso. I tempi cambiano, i veri partigiani se ne sono andati, non tutti con l’omaggio dovuto dell’Istituto Storico, ma soprattutto sono cambiati i rapporti dell’Istituto con il potere. Oggi, la paura maggiore dei Boccalatte è quella di offendere chi dà i fondi per i loro stipendi, cioè gli enti pubblici, cioè a Torino, il Pd. Per non perderli si scuserebbero anche di esistere e cosi si inchinano sovente ai loro garanti. Bandiere di Salò? Ragazzate, sicuramente non ce l’avevano con noi… Be’, su questo non si può che essere d’accordo. Ce l’avevano con i simboli della Resistenza, ridotta dai partiti e dalle scorrerie revisioniste a un catafalco istituzionale a cui le nuove generazioni si sentono estranee mentre l’Italia è soggetta a un’involuzione democratica senza precedenti: il Paese è inquinato a tutti i livelli dalla corruzione, impoverito economicamente e eticamente, incattivito alle radici, governato da una classe politica asservita alle richieste del capitalismo transnazionale e soggetta alle pressioni dei livelli occulti del Potere. Lo Stato risponde a ogni sussulto sociale solo più con leggi punitive, sanzioni, schieramenti di apparati di sicurezza, polizia, esercito (v. Val di e Expo) e, malgrado i dettami costituzionali, accetta l’esistenza di organizzazioni dichiaratamente fasciste come Casa Pound e Forza Nuova. E’ un’Italia in cui il Parlamento viene svuotato di funzioni per facilitare l’avvento del cosiddetto Partito Unico e/o della Nazione, con l’uso crescente dei decreti e dell’imposizione della fiducia; in cui l’opposizione viene attaccata per essere annientata mediaticamente, prima ancora che elettoralmente, con l’accusa di fare “opposizione non costruttiva”. E mi fermo per mancanza di spazio.

TitoloLiberazioneE allora con quale stato d’animo affrontiamo questo settantesimo 25 Aprile? Solo con qualche speranza, che viene dalle lotte sociali sui beni comuni, sull’ambiente, contro le grandi opere, e da quei giovani protagonisti del’antifascismo militante, molti dei quali lavorano per svecchiare anche un Anpi sclerotizzata nella mera retorica commemorativa, prigioniera di logiche istituzionali, di appartenze politiche difficili da scrollarsi di dosso, e incapace di capire che l’Italia è solo più un simulacro di democrazia, in via di svuotamento con ogni giorno che passa.

Ma una speranza sopra tutte: quella che il riscatto del nostro Paese passi di nuovo da una minoranza consapevole come quella che allora seppe elevarsi sopra la palude dell’ignoranza, dell’indifferenza, del conformismo, della paura. Buon 25 Aprile ai veri antifascisti! (F. S. 12.4.2015)

Partigiani