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Ambientalisti con la “bernarda” degli altri

Davvero risolviamo il problema dell'ambiente abolendo pannolini e assorbenti monouso e tornando al passato degli anni 50/60?

di Bruno Garrone.

Gli ambientalisti, o perlomeno quelli che si definiscono tali, sono brava gente, volenterosa e appassionata. Talvolta però inciampano, politicamente parlando, quando la loro “fede” sovrasta la razionalità.

Francesco d’Uva () ha recentemente sollevato reprimende verso quelle che vorrebbero l’abbassamento dell’Iva sugli assorbenti, che, secondo loro, sono beni di primaria necessità.

Apriti cielo. La questione pare ridicola lì per lì, di fronte a tutti i problemi del paese. Ma la risposta piccata e perentoria del pentastellato, promotore dell’uso delle coppette e degli assorbenti lavabili, per fronteggiare le mestruazioni, lascia qualche perplessità.

Sopra tutto nel modo di intendere il proprio ruolo di politico. La questione dei pannolini inquinanti, per cui sarebbe meglio tornare a quelli lavabili, fu già sollevata da molti anni or sono, in un altro impeto ambientalista. 

Ci sono due questioni in ballo, sull’argomento. La prima riguarda l’opportunità che un maschietto si metta a sindacare su come le donne devono gestire al meglio il loro ciclo mestruale. La seconda riguarda il ritorno al passato, nella pretesa che l’ambiente si salvi solo se si rinuncia alla comodità.

In generale l’uso di assorbenti/pannolini e prodotti simili, si è evoluto di pari passo con lo sviluppo della società e degli impegni che ciascuno di noi ha maturato.

Pensare che una donna, che magari lavora, possa tornare a fare quello che faceva mia madre negli anni ’60, riempiendo la vasca di pannolini “lavabili” e lavando tutto il giorno (perché è nota la rigogliosa attività fecale dei bambini), è semplicemente improponibile. E non lo è per egoismo, ma per sopravvenuta necessità del ritmo e del modello di vita.

Lo stesso si potrebbe dire dei pannoloni usati per l’incontinenza di qualsiasi genere. Se si pone mente a quanto accade negli ospedali, e nei ricoveri, e a quello che infermiere devono affrontare tutti i giorni, risulterà piuttosto evidente l’improponibilità dell’idea, anche considerando gli aspetti di igiene e sicurezza.

Il punto è quindi un altro. La nostra vita, negli ultimi 50 anni, è stata arricchita, e resa più confortevole, da una serie innumerevole di prodotti, molti dei quali oggi sappiamo essere deleteri per l’ambiente. La soluzione? Non c’è nell’immediato.

L’unica azione ragionevole è l’imbastire un percorso fatto di ricerca e studio, per migliorare i prodotti e renderli compatibili con la protezione dell’ambiente (vedi, per esempio, la plastica biodegradabile, e le sfere di acqua – al posto delle bottiglie). Presentarsi al pubblico con soluzioni che rendono più difficoltosa l’esistenza, più di quello che già è, non può che trovare ostracismo o indifferenza.

 Il discorso vale anche per l’alimentazione. Sappiamo che gli allevamenti intensivi sono dannosi per l’ambiente, ma non è con la pretesa di far diventare tutti vegetariani che risolviamo il problema. È necessario predisporre una progressiva riduzione di questo tipo di allevamenti, aumentare la consapevolezza che un minore consumo di carne è benefico per tutti, migliorandone la qualità e proteggendo l’ambiente. 

Sono tutte scelte individuali radicate, e certo sollecitate dall’impulso consumistico (che genera anche molti sprechi).

Per un politico, il lancio di anatemi è sempre una strada perdente, a meno di instaurare un regime autoritario e oppressivo per i disobbedienti. Diversamente lavorare per sensibilizzare e migliorare i consumi è la strada più saggia e percorribile.

(B.G. 18.05.19)