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Ancora no al Tav. Dirlo in marcia

di Massimo Bonato

Sono venuti da Torino, da Milano, dal Piemonte e dalla Lombardia; son venuti da Pisa, Livorno, Firenze, Roma; son venuti dalla Sicilia. Si sentiva parlare piemontese, italiano e romanesco, francese e inglese, tedesco. Son venuti in 4000 almeno. Son venuti i sindaci della valle, senatori M5S e consiglieri comunali. Sono venuti a Giaglione per marciare contro il Tav e son venuti in molti, con in gola slogan vecchi e nuovi. Perché nuova è la violenza di cui i sindaci in comizio parlano: non soltanto quella da cui prendono le distanze in quanto rappresentanti dello Stato, ma quella che lo Stato agisce con sempre maggior frequenza e solerzia ai danni chi protesta.

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Marta c’è. Ci sono i nuovi arresti e i processi in corso. Tutti si sentono le mani addosso, che non sono quelle delle botte; non sono quelle che stringono un manganello come strumento dissuasivo ma come arma di aggressione (nonostante sul Manuale di Polizia sia ben specificato uso e comportamento che i Pm di Torino e d’Italia continuano a ignorare: una testa rotta significa un uso non consentito del manganello, lapalissiano, da manuale appunto, eppure…); sono mani che violano l’intimità di una persona, di una donna, e trasformano la violenza in violenza di genere, ancora più odiosa perché riporta tutti indietro nella civiltà stessa e ricordano come la donna possa ancora essere considerata soggetto debole, di cui profittare, violare, disprezzare in quanto donna. Uomini e donne, donne e uomini lasciano che dalla gola sgorghi allora il grido “Se tocchi una tocchi tutte”.

Sindaci e rappresentanti tengono un breve comizio alla partenza. I temi sono quelli noti: il Tav va fermato, la valle va smilitarizzata, la violenza non è ammissibile, le Forze dell’Ordine devono poter essere identificate e non continuare ad agire nel più completo anonimato. Chiude Alberto Perino che ricorda come sia il movimento a decidere il livello delle manifestazioni. Che sia pacifica o meno è il movimento a decidere quale strada percorrere; del resto, la vergogna che permea e ammorba il cantiere è la prima a condurre al suicidio escavatori e gruppi elettrogeni, che non sopportano di lavorare per una tale opera.

Quattromila persone sfilano sotto il cocente sole di luglio, si refrigerano alle fontane, discutono, tacciono e marciano, si ritrovano. Arrivano al ponte sul torrente Clarea e salgono. Vengono invitate a salire. Vengono spinte a salire. Il ponte è presidiato da truppe in tenuta antisommossa verso le quali invettive e brevi sermoni non mancano di riecheggiare in quell’angolo di bosco. Si sale il crinale, si guada più in alto per guadagnare il sentiero che conduce alle reti attraverso il parco archeologico, o quel che ne rimane.

Di nuovo un cancello. Di nuovo reparti con scudi e caschi indossati. Ci sono Mazzanti, Pietronzi, i Vip dell’Ordine pubblico che preme tanto ai media sottolineare. “Il corteo senza incidenti” scriveranno, perché quel che interessa è lo spettacolo. Se una manifestazione sfila senza incidenti, mah… è una bella cosa. Pacifica. L’importante è che sia pacifica. E sottolinearlo restituisce anche la cifra di che cosa si sia voluto far diventare agli occhi dell’opinione pubblica il movimento No Tav: un movimento che se fa una manifestazione pacifica, deve star nel titolo perché è cosa strana.

Ma i cancelli principali sono aperti. I reparti schierati e l’idrante pronto. Pronte invettive e sermoni. Tutti i cancelli sono presidiati. I cortili zeppi di blindati.

Si svolge uno striscione dirimpetto agli scudi “Giù le mani dalla Valsusa”. Colorato. Conciso. Chiaro. Lo tiene gente sorridente. Perché in fondo, la prima preoccupazione di un generale è sempre che l’umore delle truppe sia alto. E in Val di Susa pare ancora altissimo.

Massimo Bonato 27.07.13

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