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Burkini di ferragosto… sotto il costume un fiume di parole

Eccola la polemica per il periodo estivo: è giusto o no vietare il costume integrale (Burkini) delle donne musulmane sulle nostre spiagge?

di Davide Amerio.

Ero preoccupato. Non era ancora noto quale sarebbe stato il tormentone agostano sul quale si sarebbero riversate fiumi di parole e di polemiche. Finalmente l’argomento è arrivato. Basta con queste storie di guerre, tragedie, economia allo zero virgola, terrorismo, disoccupazione. Parliamo di cose serie. Il , ovvero il costume da bagno integrale, molto integrale, utilizzato dalle donne per stare in spiaggia e praticare il nuoto.

Ci sono due chiavi di lettura. La prima non attribuisce all’uso del Burkini un problema filosofico e sociale. Se lo vogliono usare, devono poterlo fare tranquillamente. Libertà di vestirsi come uno meglio crede o come ritiene più opportuno secondo i dettami del suo credo religioso.

La seconda, ritiene il costume una costrizione imposta alle donne musulmane, come molte altre, che limita la loro libertà e le opprime attraverso lo strumento della religione. Numerosi sono i riferimenti dei limiti imposti alle donne nel mondo musulmano. Quanto alle violenze che le donne subiscono se non obbediscono agli usi e costumi a loro imposti, gli esempi abbondano. Quindi l’uso di un costume del genere dovrebbe essere proibito e vietato, in nome della libertà, per le donne, di vestirsi come meglio ritengono.

Quale miglior tormentone estivo che una questione così antitetica? Chi ha ragione? Qual’è il comportamento più giusto da adottare? Tollerare o proibire? Siamo di fronte al così detto “scontro di civiltà”?

Battute a parte, la risposta non è assoluta e dipende da quale questione si vuole mettere in evidenza. Sarebbe opportuno considerare, come premessa, che parlando del mondo musulmano stiamo parlando di una realtà che riguarda circa un miliardo e mezzo di persone. Mica di una “setta” di qualche migliaio di adepti. Le interpretazioni di una religione, da parte di un numero così considerevole di persone, sparso per ogni angolo del mondo, possono essere caratterizzate da molte sfumature. Ho conosciuto musulmani, in Italia e all’estero (Egitto) con idee diverse sui precetti religiosi del . Mediamente i fedeli sono disciplinati, ma esistono le eccezioni e alcune “libere” interpretazioni. Ho conosciuto donne che liberamente hanno scelto di mettere il velo e altre che non lo usano pur ubbidendo ad altri precetti.

Da un punto di vista laico, la separazione tra la religione e lo Stato è netta. Un “valore” anche religioso può essere principio ispiratore di leggi (per esempio la solidarietà), mentre un precetto o un dogma non possono diventare un obbligo imposto dallo Stato. La differenza tra il mondo occidentale e quello musulmano su questo punto è molto ampia. Pur essendoci realtà fortemente “laiche” anche in questa parte di mondo. Ci stupiamo vedendo le foto di paesi medio orientali nei quali le donne, negli anni ’70, vestivano come le occidentali. Che cosa è successo? Probabilmente se studiassimo la storia di quei paesi scopriremmo che “l’involuzione” è stata causata da ingerenze esterne, occidentali, intervenute per difendere interessi non certo dei popoli di quei paesi e che hanno causato l’affermazione di gerarchie religiose sullo Stato.

Come si fa a stabilire se l’uso del velo (o di un Burkini) è volontariamente accettato (come può esserlo per un cattolico andare tutte le mattine in chiesa) o è imposto? Vero che la donna è soggetta a delle imposizioni, nella religione musulmana, ma dipende dal paese di provenienza, dalla cultura e dai valori che la persona vuole perseguire e le regole che è disposta ad accettare.

Sotto un profilo politico possiamo appellarci al diritto alla libertà per tutte le donne di vestirsi, agire, muoversi, come meglio ritengono opportuno. Ma siamo sicuri che “vietare” il costume in questione aiuterebbe la “causa” per la libertà delle donne musulmane? oppure soddisferebbe solamente il nostro simbolismo politico? Vogliamo la libertà per queste donne ma non riusciamo ancora a garantire la sicurezza alle “nostre” che vivono libere di vestirsi come pare loro ma subiscono violenze casalinghe e discriminazioni sul lavoro.

Non è uno scontro di civiltà ma l’incontro tra due mondi differenti sulla linea temporale della storia. Dobbiamo farcene una ragione. Senza venir meno, o tradire, i nostri principi di laicità e libertà conquistati a fatica con secoli di lotte e sofferenze, è necessario, e doveroso, essere tolleranti e non mettere in ridicolo gli usi e costumi degli altri. Ma nessuno si ricorda più lo scandalo che crearono le prime donne che indossavano i bichini in spiaggia? E i tanga? E il topless? E il ceffone, da parte di un futuro Presidente della Repubblica, a una donna perché indossava un vestito troppo scollato?

La laicità è come la democrazia. Non la puoi imporre. Lo stesso per la libertà. Sono valori che ti devi conquistare comprendendo la differenza tra l’averli e il non averli. Aiutiamo, se davvero vogliamo far qualcosa di buono, queste donne a conquistare questi valori, ma con rispetto e , senza criticare o strumentalizzare il loro credo per le nostre beghe da cortile.