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Canarias no se vende! I No Triv locali vincono un primo round

Una resistenza di tre anni contro i sondaggi dei petrolieri della Repsol al largo delle magnifiche isole atlantiche raccoglie oggi un successo: gli speculatori si ritirano.

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di Fabrizio Salmoni

 E’ ufficiale. Con un comunicato stampa il movimento canario di resistenza contro l’aggressione degli speculatori multinazionali al delicato ambiente oceanico ha dato notizia della rinuncia della multinazionale Repsol a proseguire le trivellazioni al largo, 55 km, delle Canarie. Le operazioni di prospezione erano iniziate a novembre a 3000 metri sotto la superficie suscitando subito la reazione dei cittadini e delle istituzioni locali, i governi di Lanzarote e Fuerteventura ma il progetto era in gestazione, contestato e conosciuto da quasi tre anni.

Si era allora costituita una coalizione di organizzazioni civili e associazioni a cui partecipava anche Greenpeace, la Coordinadora Canaria, che come primo passo denunciava la responsabilità del governo nazionale e del Ppe (Partito Popolare, di centrodestra) per il sostegno alle prospezioni (il Psoe si è sempre mantenuto ambiguo evitando di pronunciarsi chiaramente per vedere dove tirava il vento delle Canarie). Venivano denunciate allo stesso tempo le molte criticità delle trivellazioni: dissesto ambientale, pericolo di inquinamento delle acque in caso di fuoriuscite di petrolio con potenziale grave danno anche per le attività economiche delle isole: pesca e turismo in primo luogo. Non per niente si schieravano sul fronte della protesta anche le numerose scuole di surf che sul turismo basano la propria esistenza. E poi le incognite: se la pressione causasse un’ esplosione? e se ci fosse gas?  No Repsol

La Repsol è messa sotto accusa: ha raggranellato decine di querele in quattro anni in diversi paesi del mondo ed è stata già multata due volte per contaminazione ambientale sia dal Consiglio dei Ministri, sia dal governo di Catalogna. E naturalmente Repsol ha promesso 52.000 posti di lavoro (vi suona familiare?) ma la realtà è che a lavorare sulla piattaforma Sandia sono solo 50 i locali su una maggioranza di 300 stranieri (americani, inglesi, angolani, danesi, norvegesi). E nel frattempo gode di esenzioni fiscali sproporzionate rispetto alla maggioranza delle imprese spagnole.

E’ l’italiano Andrea, residente a Fuerteventura da 30 anni, che ci racconta le ultime fasi della vicenda.

Il 13 dicembre scorso, la coalizione esce in mare con una manifestazione di barche salpate dalle varie isole. L’appuntamento per tutte era nei pressi della piattaforma Sandia. Più di 60 imbarcazioni di tutte le stazze fanno rotta sul sito sfidando le condizioni del mare, quel giorno piuttosto agitato, tanto che si registra una ragazza ferita per essersi trovata tra due barche sbattute dalle onde. Alcuni manifestanti si tuffano e nuotano verso la piattaforma sventolando bandiere con la scritta in rosso su bianco No al Petrolio, Si alle rinnovabili. Due motovedette della Guardia Civil sorvegliano incrociando vicino. Poi le condizioni del mare peggiorano e la flotta rientra.  Notriv canarias

Diverse altre mobilitazioni si succedono nell’ultimo mese. Di ieri infine la notizia che Repsol si ritira per gli scarsi risultati delle prospezioni per riprovarci al largo dell’Angola. Repsol non ha trovato niente di buono nella prospezione Canaria, solamente gas in misura insufficiente per lo sfruttamento e tracce di petrolio mischiate ad acqua, per cui abbandona il progetto e a giorni, dopo aver sigillato il pozzo e concluso la parte logistica, si sposterà a sud nell’oceano.

Si concludono cosi quasi tre anni di opposizione sociale al progetto; i canarios sono consapevoli che una vittoria vera e propria non c’è stata ma restano sul chi vive per eventuali implicazioni elettorali o operazioni collaterali e si godono intanto la soddisfazione per aver saputo coagulare un forte fronte ambientalista. E mandano auguri e solidarietà alla Val Susa. (F.S. 19.1.2015)