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C’è ancora vita politica oltre la palude del Populismo? Per una modesta proposta

Populismo è un termine-concetto abusato in ambito politico, sopratutto con una connotazione negativa e dispregiativa, nei confronti di qualcuno, partito, movimento, ideologia

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Populismo è un termine-concetto abusato in ambito politico, sopratutto con una connotazione negativa e dispregiativa, nei confronti di qualcuno, partito, movimento, ideologia.

Oltre l’evidente strumentalizzazione verbale costituisce, di fatto, un serio problema all’interno delle realtà democratiche. Oggetto di analisi e studi che richiedono un capitolo a parte, si desidera qui tratteggiare i lineamenti generali di un fenomeno diventato (ahimè) ordinario, delle sue implicazioni, e di qualche idea per ritessere il filo nobile dello Stato Democratico, così come concepito nella storia dell’occidente, nonché dai nostri Padri Costituenti.

Introduzione

Per comprendere la fenomenologia del populismo possiamo qui evidenziare alcuni suoi caratteri specifici:

  • l’identificazione di un “popolo” idealizzato, che si suppone oppresso e tiranneggiato, in capo al quale grava il compito di “redimere” tutta la società “corrotta”
  •  l’identificazione di élite (corrotte) antidemocratiche responsabili della condizione di difficoltà in cui versa il “popolo”
  • la nascita della figura di un “demagogo” (populista) che si eleva al di sopra della massa popolare oppressa e si erge a unico difensore della stessa
  • una relazione stretta che si instaura tra il demagogo e il suo popolo, che ripone in lui totale fiducia illimitata, sopratutto acritica, e fede incrollabile nelle sue qualità di “Salvatore della Patria”
  • la produzione di un linguaggio elementare (sconfinante nel banale e nell’infantile) per semplificare il messaggio politico. Un linguaggio ingannevole però, non volto a semplificare il discorso per renderlo comprensibile alla portata dei più, bensì a destrutturare la complessità dei problemi reali a beneficio della filosofia populista che si vuole imporre come unica verità legittimata, in quanto presunta “volontà del popolo”
  • Il confronto politico perde di conseguenza il suo significato di ricerca per un ragionevole compromesso tra posizioni differenti, e assume i connotati del “tifo” da stadio: noi/loro, buoni/cattivi, patrioti/traditori, guelfi/ghibellini.

Un’altra precisazione minima necessaria è quella sull’uso del termine “popolo”. La definizione (presente anche nella nostra Costituzione) è oggetto di controversie dai tempi in cui la Grecia dava corpo alle prime realizzazioni democratiche attraverso le Polies. Se il popolo sia da considerarsi una cosa buona o deleteria, e di conseguenza la stessa Democrazia in quanto Kratos (potere) affidato al Demos (popolo), è argomento che richiede altra trattazione. Mi limito qui a precisare come, nella visione più moderna di Democrazia (per esempio in Norberto Bobbio), il popolo sia considerato un concetto “ideale”, “astratto” di riferimento. Il popolo come “massa” non decide; sono i cittadini che lo compongono a scegliere, attraverso le elezioni, chi li deve rappresentare per assumere le decisioni (tranne nei casi dei referendum abrogativi in cui sono i cittadini ad assumerle direttamente). Traslare da un concetto di “popolo” a quello di “cittadino” implica saper guardare alla complessità della società, alla pluralità dei soggetti che la compongono, e alle relazioni che intercorrono (nonché ai relativi rapporti di potere tra le classi sociali), abbandonando la visione (demagogica) di un unico popolo eletto che merita considerazione su tutti gli altri.

Trent’anni di populismo

Ciò precisato, non significa che non esista un “popolo” (di cittadini) realmente oppresso (e tradito), oppure non esistano élite corrotte e pericolose che remano contro la Democrazia; bensì che è la risposta populista a essere sbagliata e, sopra tutto, ingannevole. Essa opera e agisce in disprezzo della Democrazia, in quanto produce molti più benefici per il demagogo (e i suoi sodali), e solo apparentemente per quel “popolo” che pretende di difendere.

Nella casistica italiana del populismo vengono identificati: Berlusconi, Salvini (prima Bossi), Renzi, Grillo. Non dovrebbe essere difficile, a questo punto, mettere in relazione la storia politica di questi personaggi con quanto specificato nell’introduzione.

Ma ciò significa che, da trent’anni a questa parte, l’Italia è vittima del susseguirsi di politiche populiste, le quali hanno generato conflitti sociali (da stadio), e non hanno pressoché risolto nessuno dei problemi del paese. Gli unici beneficiari sono stati i demagoghi alla testa di questi populismi (con alterne fortune). Il danno “antropologico” (come forse lo chiamerebbe P.P. Pasolini) è evidente. Nel paese non si discute più dei problemi, ma si attuano strategie (con la complicità dei media servili e partigiani) per distruggere i “nemici” di quel “popolo eletto” che si presume sia da “salvare”. Non compromessi, ma sopraffazione. Non soluzioni, ma affermazioni personali. Non più partiti come attori di una arena nella quale si confrontano opinioni e visioni, ma comitati d’affari operativamente complici di potentati economici, criminalità organizzata, vincoli esterni europei. Una condizione di “guerra” elettorale permanente con affidamento alterno a tecnocrazie imposte (quando il conflitto entra in stallo), e assoluta marginalizzazione del Parlamento.

Vi suona famigliare?

C’era una volta la Costituzione Italiana.

Una meraviglia, la nostra Costituzione. Frutto di un incontro (seppur obbligato dagli eventi), tra diverse culture politiche, e personalità di alto profilo politico e culturale, consapevoli del peso che gravava sulle loro spalle: immaginare e costruire un nuovo paese, per i sopravvissuti a due terribili guerre mondiali, e per le generazioni future. Non fu facile trovare un compromesso tra la filosofia Liberale, Comunista, Socialista, Azionista, Cattolica, ma ci riuscirono, operando con i principi democratici fondamentali: tolleranza, dialogo, argomentazione delle idee, deliberazione a maggioranza, massima considerazione (e difesa) per le minoranze (in quanto destinate a diventare potenziali maggioranze nell’ottica dell’alternanza).

La parte degli articoli dedicati ai principi fondamentali mette al centro della Legge Suprema la persona umana, la sua dignità, il suo valore antropologico e morale, la sua capacità di contribuire allo sviluppo sociale attraverso il lavoro e la crescita individuale.

Certo l’occhio dei padri fondatori era rivolto sapientemente alla storia. Un prima guerra mondiale figlia di retoriche nazionaliste, delle pretese di egemonia, e prevaricazione (in un’ottica mercantilistica) delle nazioni. Una seconda guerra devastante che si radicava nelle umiliazioni inflitte alla nazione e al popolo tedesco, che avrebbe reagito chiudendosi in teorie espansionistiche di rivalsa, e di suprematismo razziale. Era naturale, in quel momento, guardare all’unità europea come necessario filo conduttore di una trama politica che stabilizzasse in modo permanente la Pace tra i popoli. Non immaginavano certo la costruzione di un’Unione Europea fondata sul neoliberismo (allora sconosciuto nei termini contemporanei), e, la “limitazione” della sovranità (mai “cessione”), come previsto dall’art. 11, era in funzione della Pace, della concordia, e della utilità reciproca. Non certo di un’Europa germano-centrica (mercantilistica), di un neocapitalismo predatore, e della marginalizzazione dei paesi definiti PIIGS, nella logica neoliberista del ricatto dei mercati.

Senza scordare quel “ripudio della guerra” che certo non comprendeva la vendita di armi a belligeranti, costituendo, di fatto, una guerra per “procura” a beneficio di obiettivi geopolitici di altri Stati (USA).

I continui tentativi di manipolazione della Carta Costituzionale sono il sintomo di una classe politica che risponde ad altre logiche, e interessi, rispetto al paese e allo spirito originale della Costituzione. Dal pareggio di bilancio, alle ultime modifiche draconiane sul taglio dei parlamentari, passando per il giusto processo, è un continuo tentativo di mettere mano alla Carta come se si trattasse del Menù di un ristorante in cui gli avventori si sentono i padroni. I cittadini avveduti hanno respinto l’ignobile colpo di mano renziano del 2016.

I gloriosi trent’anni.

Quella Costituzione ha consentito al paese di partecipare a pieno titolo, giocando un ruolo da 4° potenza economica mondiale, ai “gloriosi trent’anni” di crescita e sviluppo: economico, sociale, politico. Una Costituzione “emancipativa”, come viene definita, la cui chiarezza e semplicità di comprensione, definiva gli strumenti fondamentali del Diritto sia per le generazioni presenti, sia per quelle future. Questa sua natura, in difesa del “cittadino” e della comunità, sarebbe presto diventata invisa al sistema neoliberista il quale, dopo aver dovuto cedere terreno di fronte alle conquiste sociali e politiche delle “masse”, ha iniziato un processo sotterraneo di revisionismo del pensiero economico, nel momento in cui le teorie keynesiane si trovarono in difficoltà nel dare risposta agli improvvisi stravolgimenti causati dagli shock petroliferi.

Tangentopoli

I guai del nostro paese però, hanno avuto, come concausa e origine, nel progressivo deterioramento del livello qualitativo delle classi politiche dagli ‘80 in poi. Se è vero che la sovranità monetaria era il naturale fondamento su cui si fondavano le politiche economiche, è altrettanto vero che le forme clientelari hanno imposto una spesa pubblica troppo spesso indirizzata al favore di pochi. Il frutto amaro è stata la crescita di un Debito Pubblico ingiustificato che non ha prodotto beneficio per l’intero paese, ma ha favorito solo alcuni.

Con Tangentopoli abbiamo, in molti, sperato che la tanto declamata “questione morale” diventasse davvero una preoccupazione politica all’interno dei partiti. Non può esserci “buona politica” se non ci sono “politici virtuosi” realmente in grado di farsi carico della responsabilità istituzionale che hanno accettato di assumere. Le Leggi (anche quelle Supreme) non hanno efficacia se non c’è, tra i cittadini, e tra i politici, quel reale sentimento di rispetto che è loro dovuto. La Democrazia perisce se non viene percepita come un ideale a cui tendere costantemente, un desiderio da mantenere vivo, un’ambizione fruttuosa, un sentimento comune di tolleranza e rispetto. Se ci si illude che essa esista e permanga per sempre, solo perché è stata conquistata una volta, si commette il grave errore di sottovalutare quei poteri, quelle filosofie, che la disprezzano, la avversano, anche se non palesemente. Sono queste forze a remare sempre contro; quelle che amano gli “arcana imperii”, e considerano il “popolo” una massa da sfruttare (economicamente), da sottomettere, da traviare con discorsi che mettano gli uni contro gli altri, creando divisioni e conflitti, mentre i poteri occultano i loro interessi.

Se confrontiamo la foto di un Aldo Moro, vestito in modo elegante sulla spiaggia, che tiene per mano la figlioletta, alla quale ha appena spiegato come il suo ruolo di rappresentante delle istituzioni comporti degli obblighi (per il rispetto di tale ruolo), con quella di un Salvini al Papeete, chiaramente alticcio e con lo sguardo smarrito nel generoso seno di una giovane astante, abbiamo un quadro piuttosto chiaro del progressivo decadimento morale, culturale, e politico del paese.

Sul Bunga Bunga di berlusconiana memoria, e sulla teoria che “chi ruba per il partito” è un “diversamente onesto”, possiamo stendere un velo pietoso per risparmiarci almeno l’ulcera.

Per un nuovo progetto politico

Se siete giunti pazientemente fin qui, dovreste aver già maturato qualche idea su ciò che dovrebbe caratterizzare un diverso progetto politico per transitare fuori dalla palude del populismo. Un nuovo soggetto, affinché sia realmente tale, dovrebbe farsi carico sia dei problemi contingenti, sia delle necessità emergenti nella società.

A livello contingente abbiamo sicuramente la necessità di modificare il paradigma economico. Il libero mercato permane nella sua logica, ma tutto ciò che è stato introdotto dal neoliberismo, in termini di libertà illimitata della finanza e del globalismo, ha dimostrato quanto esso produca diseguaglianze economiche e sociali; nonché pericoli per la Democrazia generati dalla concentrazione di capitali in poche mani. Il lavoro, al centro della Costituzione, è stato oggetto dei peggiori attacchi: compromettendo la dignità delle persone e costringendole a una condizione di perenne precarietà e indebitamento.

Non di meno importanti sono le necessità emergenti e le questioni sociali irrisolte da tempo immemore. Trascurare questi problemi comporta essi continuino a costituire un baluardo per quelle forze politiche di sinistra che ne fanno un ipocrita vessillo: mentre in realtà sono subalterne da tempo alla logica neoliberista.

Proviamo a farne una breve (e incompleta) disamina:

LGBT: se la famiglia è il fondamento della società, negare il riconoscimento al diritto d’amare liberamente e costituire un’unità famigliare a tutti è un grave errore. Se abbiamo più famiglie (anche omosessuali) questo non può che giovare alle fondamenta della società. Occorre osteggiare le forme di neoliberismo non interessate alla felicità dei singoli, bensì a vendere loro dei prodotti sfruttando il genere. Non è la teoria Gender neoliberista quella che renderà “liberi” uomini e donne la cui identità non coincide con la loro forma biologica, ma la comprensione di queste necessità umane e le risposte politiche adeguate, affinché possano trovare il loro personale sviluppo umano.

Immigrazione: abbiamo bene in chiaro, in questi ultimi decenni, come l’Italia sia stata lasciata sola, quando non svenduta per meri interessi politici (Renzi), nell’affrontare questo delicatissimo problema. Il colpevole non è lo sventurato alla ricerca di una opzione migliore di vita, bensì chi lo vuole come tale: piegato alla logica del mercato globale, e degli interessi geopolitici dell’occidente. L’accoglienza non può diventare un affare lucroso per alcuni; nemmeno una generazione di manovalanza a basso costo per imprenditori voraci, o per la criminalità organizzata. In onore alla teoria della Democrazia, chi è parte di un sistema sociale, e produttivo, in modo chiaro e trasparente, ovvero si è conquistato un ruolo all’interno della comunità, non può continuare ad essere escluso dai diritti politici.

Droga: da circa 70 anni ascoltiamo la manfrina della “lotta alla droga”. Direi che è un periodo sufficiente per riconoscere che questa guerra non ha avuto successo; tranne quello di aver costruito imperi criminali mondiali, che producono ricchezze sommerse pari al PIL di intere nazioni. Forse sarebbe il caso di rivedere la strategia “proibizionista” tanto cara a certi politici. Per quanto riguarda le droghe leggere, c’è un universo economico che si potrebbe aprire con la fine delle contraddizioni sulla coltivazione della Canapa.

Aborto – Violenza di genere: metto insieme questi due argomenti perché la recente sentenza della Corte Suprema americana, ha dato fiato al pensiero anti-abortista. Considero qui un fatto trascurato, ipocritamente, da quanti avversano l’aborto. Questo paese non ha memoria di un qualsiasi processo culturale di educazione sessuale, a partire dal livello scolare, che offra ai giovani consapevolezza della maternità, del rispetto delle donne, del rispetto della omosessualità. L’argomento è sempre stato tabù, grazie alle ingerenze catto-vaticane e ai loro seguaci politici, i quali parlano a sproposito dell’argomento (sesso come mero atto riproduttivo), e razzolano peggio. Si valuti, per esempio, che in Italia la parola “preservativo” è diventata diffusa, mediaticamente, solamente a causa della diffusione dell’HIV. Quanto beneficio, intermini di diminuzione delle gravidanze indesiderate, di violenza sulle donne, sul mondo LGBT, si potrebbe ottenere se la scuola educasse alla tolleranza, alla comprensione, al rispetto? (e tralascio qui il capitolo scuola…)

Grandi Opere: dalla Val Susa può venire un grande insegnamento su come la manipolazione dei dati, e dei fatti, sia stata propedeutica a una logica perversa sulle opere pubbliche, di cui il paese avrebbe davvero bisogno. Sempre compiute a beneficio di pochi intimi, a danno dell’ambiente, delle comunità locali, e delle finanze pubbliche. Non si può pensare di produrre PIL e Sviluppo con investimenti in favore degli amici, e degli amici degli amici.

Mi rendo conto che questo testo è incompleto, ma l’obiettivo dello scritto è “gettare un sasso nello stagno” delle coscienze di quanti ancora agognano un paese differente. Tutti i temi hanno bisogno di dibattito, chiaro e trasparente. Non c’è buona azione politica se non c’è chiarezza di pensiero. La prassi segue la teoria. Non c’è antagonismo, come qualcuno vorrebbe far sbrigativamente credere.

Negli ultimi dieci anni abbiamo visto come la mancata discussione, lo studio, l’approfondimento, degli argomenti politici, economici, e sociali, da parte del fu M5S, e quindi la mancanza di un pensiero politico coerente e consapevole, abbia condotto al naufragio di quella speranza, e alla sopravvivenza del sistema di potere partitocratico ortodosso.

Vorrei, davvero con il cuore, che si evitasse lo stesso errore.

(D.A. 21.07.22)