Covid e cambiamenti climatici il rapporto con la complessità

Dal Covid e dal grave problema ambientale si dovrebbe trarre una lezione sul rapporto che la nostra società ha con la complessità. E non è un buon rapporto.

di Davide Amerio

In una recente puntata di “L’aria che tira” ascolto per caso la Myrta Merlino pronunciare questa frase: ho sentito qui in studio scienziati dire tutto e il contrario di tutto (sul )… non ci sto’ a capire più nulla.

Gordon Pennycook, un opinionista per CBC (Canada), scrive un articolo nel quale espone una tesi semplice: la crisi da Covid-19 mostra l’ipocrisia di quanti negano che il cambiamento climatico sia opera dell’uomo.

Se crediamo che su certi argomenti dobbiamo rivolgerci a chi ne sa più di noi – sostiene Pennycook, – come nel caso del Coronavirus, è una ipocrisia sostenere che i cambiamenti climatici non sarebbero determinati dall’azione umana, come sostenuto dal 97% degli scienziati a livello planetario.

In questi ultimi mesi, sempre a seguito della crisi sanitaria, si è acuito lo scontro “titanico” tra modelli informativi: quello degli tradizionali (che amano definirsi “quelli seri” sic!), e quello proveniente dai social, e dalla rete in generale, spesso accusato (troppo sovente a sproposito) di essere veicolo di fake news.

Apparentemente questi fatti possono sembrare disgiunti, ma se alziamo lo sguardo analizzando l’insieme, si delinea un quadro preoccupante.

Tralasciando le facili, quanto vere, battute che si potrebbero fare sugli editori “seri”, facendo l’elenco delle fake, e delle distorsioni informative, che in questi decenni ci hanno propinato, andiamo alla domanda centrale: quanto siamo davvero informati sulle questioni che influenzano la nostra vita?

Questione che ci conduce a un’altra: stante la dei problemi che attanagliano il mondo, e che influenzano la nostra vita, quanto siamo in grado di comprendere questa per formulare un giudizio razionale?

La complessità del mondo, le molteplici interazioni della contemporaneità, agiscono su noi, sulla nostra posizione sociale, su ciò che siamo, vorremmo essere, o diventare. Essendo complesse richiedono sempre più delle specifiche competenze, una per ogni settore dello scibile umano.

Alcune in-competenze non ci preoccupano, mentre altre ci pongono in una condizione critica.
Se non so nulla di astrofisica, o di fisica quantistica, la mia vita procede comunque; certo, a livello di “cultura”, ovvero di consapevole cognizione del mondo in cui siamo immersi, e per avere una mente “aperta” e flessibile, sarebbe bene conoscere anche un po’ di queste materie.

Ma se parlo di Covid-19, la mia ignoranza, in medicina, biologia, chimica etc etc, mi pone in difficoltà. Cerco conforto nell’esperto, ho bisogno di risposte “certe”, perché è la mia vita, o quella di persone care, a essere in gioco.

La specificità di ogni settore richiede parecchio studio per maneggiare un minimo sindacale di conoscenza, e potere formulare un pensiero critico (indipendente) su certi argomenti.

La maggioranza ha coscienza che il sistema economico che si è creato intorno a noi non soddisfa: rafforza le disuguaglianze, e promuove la precarietà. Il contrario di quel modello che ci era stato proposto negli anni ‘50 e ‘60: il lavoro non sarebbe mancato, per chi avesse voluto voglia e intraprendenza, ed era possibile progettare un futuro per sé e la propria famiglia.

Formulo una ipotesi: ci sono tre livelli di struttura sociale con i quali ci misuriamo, in parte inconsapevolmente, che però agiscono sulla nostra esistenza: quello politico-retorico, quello istituzionale, e quello economico.

L’analisi marxista mantiene una sua validità: la base economica è la struttura sulla quale poggia tutto il sistema; che ci piaccia o meno, o che ne siamo o meno consapevoli.

Il livello istituzionale è quello formalizzato con Leggi, Regolamenti, Accordi (nazionali ed extra nazionali) cui siamo inevitabilmente soggetti.

Il livello politico-retorico è quello che interpreta i modelli di società possibile e, teoricamente, dovrebbe offrirci delle ipotesi di soluzioni percorribili; prendendo in considerazione le affermazioni degli “esperti”, e sviluppando una azione politica (economica, sociale, sanitaria, etc etc) conseguente.

Ma qualcosa non funziona più in questo sistema. I buoni principi ispiratori (benessere, felicità, libertà, protezione sociale, lavoro, progresso…) sono tanto richiamati nella retorica politica, quanto oscurati da procedure istituzionali poco chiare, e che troppo spesso operano in senso contrario.

Prendiamo il caso dell’euro e dell’Europa. Da promessa di grande comunità solidale e pacifica, dopo l’esperienza di due guerre mondiali, si è trasformata in un Leviatano di burocrazia e teorie economiche neo-liberiste, che sostiene un processo di globalizzazione nel quale la finanza viaggia a briglie sciolte. Il sogno dei liberal più convinti; dove lo stato viene marginalizzato, tranne poi essere riesumato quanto bisogna metterci le pezze, perché le grandi teorie hanno fallito nel loro intento, e han creato disastri economici di portata mondiale.

Per comprendere però questi passaggi occorre una minima competenza macroeconomica che non appartiene certo ai più. Solo se hai qualcuno (esperto) che ti mostra, trattati alla mano, le differenze sostanziali tra questi e la nostra Costituzione (differenze istituzionali), puoi arrivare a comprendere gli altri due livelli:

– quello retorico-politico, con il quale ti hanno raccontato un’Europa ben diversa da quello che effettivamente è

– quello economico, laddove gli interessi prevalenti non sono quelli italiani, ma di altri paesi che dominano nel consesso europeo.

Questo esercizio può essere svolto su altri argomenti, per esempio per le mutazioni climatiche (leggi surriscaldamento globale del pianeta). I negazionisti, ricorda Pennycook, sono per lo più al soldo di corporation del petrolio, del gas, del carbone, e non sono in grado di produrre studi scientifici adeguati per confortare le loro tesi.

Per esempio, la giovane Greta può piacere o meno, ma affermare che non è credibile perché dietro di lei ci sono interessi economici delle green, è piuttosto ridicolo. Ammesso che sia così… per quale motivo le green sarebbero un male e tutte quelle (fortissime e ricchissime che sponsorizzano precise parti politiche, sopratutto negli States) del petrolio, carbone, gas, sarebbero invece un bene?

Un’analisi possiamo anche farla per la pandemia, anche se siamo ancora in mezzo alle turbolenze.

Un dato sicuro è che la grande preoccupazione politica è stata la consapevolezza di una sanità ridotta ai minimi termini, grazie alla compiacenza verso le politiche europee dell’austerità.

Il protrarsi della situazione di allarmismo, pone una domanda: quanto dipende da un pericolo reale, e quanto piuttosto dal desiderio di compiacere aziende farmaceutiche che produrranno il vaccino?

Se non bisogna demonizzare il mondo della produzione dei medicinali, che comunque ha salvato milioni e milioni di vite, non di meno porsi questa domanda è lecito: proprio il livello di corruzione nel nostro paese, nell’ambito sanitario, non è un segnale che ci tranquillizza.

Potremmo proseguire con altri argomenti scottanti, come quello della migrazione, mettendo in evidenza come la retorica politica poggi per lo più sulla non conoscenza dei fatti, della storia, della mancata consapevolezza collettiva di come la fine del storico implica la presenza di un neo- tutt’ora vigente. Questo produce sofferenza, povertà, e schiavitù, per milioni di persone in continenti dove lo sviluppo economico e sociale è assolutamente disomogeneo.

Anche qui potremmo esaminare gli effetti economici che si muovono “underground” rispetto ai proclami e alle istituzioni internazionali.

Quanti sono al corrente che nei telefonini, tablet, computer, televisori, oggetti per noi indispensabili e di uso quotidiano, è presente il cobalto, un metallo raro, raccolto nelle miniere del Congo dove vengono impiegati i bambini per scavare a mani nude?

Quanti sanno che esistono paesi come l’Angola, ricchissimo di petrolio, ma la cui popolazione è tenuta nella miseria, perché i benefici economici sono assorbiti dalle élite al potere (con il bene placido degli occidentali, anche della nostra Eni)?

La breve disamina di esempi ci porta alla questione centrale: cosa realmente conosciamo del mondo? Su quali basi formuliamo i nostri giudizi? Come possiamo conciliare il tempo necessario per conoscere gli argomenti con l’impegno quotidiano di ciascuno di noi?

L’, i , i giornali, i così detti “editori” dovrebbero aiutarci con questo problema. Dovrebbero affiancarci in questi labirinti, per metterci nella condizione di conoscere meglio le questioni, per formulare una opinione coerente e utile.

Ma perché questo avvenga occorre una informazione libera e indipendente; lontana dalla commistione politica e padronale. Esattamente l’opposto di quello che normalmente avviene nel nostro paese.

La maggioranza degli editori non sono puri, ma sono al soldo di qualche potere industriale, e/o soggetti a interferenze politiche. Lontano è il ricordo di un grande giornalista, , quando scriveva, negli anni ‘80, un libro dal titolo eloquente: “Il padrone in redazione”, con il quale aveva cercato inutilmente di spiegare ai suoi colleghi ( in primis) che quando metti un “padrone” in redazione… lui è il padrone! e il resto conterà sempre poco.

Scorrere i nomi delle proprietà dei giornali italiani, che vanno da gruppi industriali a quelli farmaceutici, passando per costruttori edili, offre un impietoso panorama di interessi di parte che poco hanno a che fare con la libertà di informazione, la conoscenza, le scelte razionali e consapevoli.

Inutile accusare la gente di essere troppo sensibile alle fake news, di credere troppo a quello che legge sui social. La responsabilità di certa irrazionalità, e non di rado aggressività, nasce dentro il sistema della politica e dell’informazione servile, che non offrono più garanzie di oggettività e onestà intellettuale.

Facile quindi che si producano delle “bolle” informative, in cui le persone si rinchiudono, cercando conforto nelle tesi che confermano le proprie convinzioni (errate o meno), i propri pregiudizi, piuttosto che mettere tutto in discussione.

Facile per i politicanti cavalcare le onde di un malcontento diffuso poco consapevole delle origini della propria condizione economica e sociale, e delle possibili soluzioni eterodosse; della storia vera di altre genti e paesi da cui ci si sente minacciati.

Facile per i “prenditori” dell’ continuare a lavorare per i propri interessi affiancati da politici e informazione compiacenti, nonché dalla criminalità organizzata.

Tutto troppo facile… un sistema che non può reggere a lungo il confronto con una realtà complessa senza collassare.

Ti è piaciuto questo articolo? condividilo con i tuoi amici !!!