Dal Messico al Cile storie di Madonne dalla parte degli oppressi

La Madonna come immagine non di una divinità occidentale ma come difensore degli oppressi. Così in Messico e in Cile si rivisita la figura della madre di Cristo.

di Maria Teresa Messidoro (*)

La Profana Virgen.
Questa immagine è apparsa a Oaxaca in , nel 2006, quando la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (APPO), rivisitò la famosa Virgen de Guadalupe, durante uno dei più importanti esperimenti di autogoverno e democrazia al mondo, che durò sei mesi, molto di più della stessa Comune di Parigi, che organizzò e gestì la città di Parigi dal 18 marzo al 28 maggio del 1871.

Tutto iniziò nel giugno 2006 con l’insurrezione popolare contro il governatore dello stato di Oaxaca, Ulises Ruiz, individuo dalle tendenze autoritarie: la scintilla fu lo sciopero degli insegnanti del luogo, non solo per rivendicazioni sindacali, ma come gesto di protesta e di malcontento per la dilagante disuguaglianza sociale presente in tutto il Messico. Il 14 giugno le forze di polizia cercarono di reprimere violentemente l’insurrezione popolare: la popolazione reagì, costruendo barricate nelle piazze e nelle strade, dando vita contemporaneamente alla APPO.

La APPO nacque dunque come conseguenza di un’assemblea convocata dal sindacato degli insegnanti di Oaxaca (Secciòn 22) per decidere in che modo reagire alla costante e crescente repressione da parte della polizia federale e come si sarebbe potuta allargare l’insurrezione. Venne così proposta a Oaxaca una assemblea popolare permanente, a cui parteciparono tutti coloro che nei giorni precedenti erano scesi nelle strade occupandole, sia la componente degli inseganti sia quella indigena e contadina; in questo modo l’assemblea divenne permanente e si stabilizzò, diventando ciò che conosciamo come APPO.

Sulle barricate fece allora la sua apparizione la con la maschera anti-gas, accompagnata dallo slogan: “Protégenos Santísima Virgen de las Barricadas”

Una Madonna dunque distante dagli stereotipi tradizionali, simboli di una fede incarnata nella lotta, di una speranza nell’unità e nella forza d’animo degli insurrectos.

Dopo sei incredibili mesi, l’autonomia di Oaxaca fu cancellata da una forte repressione da parte del governatore, ma lasciò il segno nella coscienza di chi l’aveva animata. La Virgen de las Barricadas si ritirò, ma non scomparve definitivamente.

Ed eccola riapparire in , alla fine del 2019,  durante le proteste popolari, che continuano ancora oggi, nonostante i morti, i feriti, gli scomparsi e l’instaurazione di un clima di terrore, tristemente troppo simile a quello degli anni della dittatura di Pinochet.

A Santiago del Cile nel 2010, in un altro periodo di manifestazioni, era apparso il cane Negro Matapacos (dallo spagnolo: matar, uccidere, e paco, in gergo cileno “sbirro”; il suo soprannome completo si tradurrebbe in “Nero ammazza sbirri”).

Questo cane esisteva per davvero, prima di diventare una icona della lotta: fu una tranquilla signora, Maria Campos, protettrice già di cinque gatti e tre cani, ad accoglierlo a casa sua, offrendogli un riparo, nel 2009; da allora, per molto tempo, tutti i giorni, dopo averlo rifocillato e dopo avergli dato una sorta di “benedizione”, gli sistemava un bel fazzoletto rosso al collo e lo mandava a fare la sua parte accanto a chi protestava, difendendoli dagli attacchi repressivi della polizia. Morirà per cause naturali nel 2017, secondo alcuni lasciando una grande cucciolata, sicuramente pronta a fare la sua parte contro i pacos attuali.

Sepolto il perro Negro Matapacos, ma non sopite le rivolte popolari, ecco  rinascere oggi la Virgen de las Barricadas.

Apparsa per la prima volta sui muri di Santiago agli inizi di quest’anno: è sempre una donna, ma questa volta con un vestito mapuche, sullo sfondo la bandiera Walmapu, simbolo dei popoli originari e che spesso è stata sventolata nelle ultime manifestazioni di piazza.

La Virgen è chiamata di nuovo a proteggere chi lotta, questa volta contro il governo di Piñera, per esigere una vita degna e con giustizia sociale.

Dimostrando nuovamente che se la figura di Maria, madre di Cristo, arrivò nel continente Abya Yala con i conquistatori, ben presto i popoli conquistati se ne riappropriarono, considerandola non più come patrona degli invasori, bensì come “la Madre de Dios”, a fianco degli e dei discriminati, quindi delle loro lotte e ribellioni.

E così la figura di Maria ha assunto rapidamente i caratteri indigeni, meticci o negri, a seconda della regione;  in Brasile la Virgen Aparecida ha la pella nera, in Messico la Virgen de Guadalupe ha la pelle ibrida indo-europea, a Cuba la Virgen de Caridad è una mescolanza di afro ed europeo, in Costa Rica la Virgen de los Ángeles ha la pelle nera.

Non solo: nelle differenti rappresentazioni di Maria si possono ritrovare le radici delle religioni ancestrali: secondo alcuni antropologi, la Virgen de Guadalupe, ad esempio, rappresenta la dea Tonanzin, divinità nahuat chiamata “madre de los dioses”.

Madre sicuramente di quelle ragazze e ragazzi che in Cile compongono la “Primera Linea” e combattono contro le ingiustizie.

La sacra bruja

Grazie a Rebelión, ho scovato questo racconto nella pagina PalabreAndo del catalano Gustavo Duch Guillot:

“La bruja.

Mento se dico che la nonna di Danilo era per metà strega, perché possiedo delle prove inconfutabili che era strega al cento per cento. Una di queste prove è quello che racconta suo nipote, riferendosi a ciò che è successo un giorno in una casa vicina alla loro, nella modesta campagna brasiliana, quando portarono da sua nonna con urgenza un bimbo di un anno e mezzo, più bianco di molti cadaveri.

Danilo – disse sua nonna – portami per favore un pugno di foglie di quell’albero che fa ombra alle piante del caffè.

La nonna lo chiese con urgenza al nipote, però senza perdere la sua calma, dimostrando di essere perfettamente padrona di ciò che stava succedendo.

Con queste foglie in mano, incominciò a scuoterle, così come scuoteva il bimbo, emettendo contemporaneamente grida molto forte o sottovoce. Danilo e il resto degli osservatori non si stupirono né si spaventarono, tanto erano abituati ai rituali della nonna. Passarono soltanto alcuni minuti ed ecco il bambino riprese il suo colorito nelle guance e sorrise.

Ma la cosa più sorprendente fu che contemporaneamente le foglie magiche dell’albero che faceva ombra alle piantine di caffè che la nonna coltivava con molta cura, marcirono improvvisamente nelle sue mani.

Dimostrando che la morte – di cui tanto abbiamo paura – non è nient’altro che ciò che viene prima della vita.”

Lo slogan della pagina di Gustavo è “Perché raccontare è un’altra forma di camminare

Vero no? Visto che las brujas, o le streghe, non sempre necessariamente volano sulla scopa.

Ed è per questo che due anni fa si diffuse un manifesto che diceva “Brujas del mundo, unámonos”, un manifesto in cui circa duecento donne, soprattutto francesi, artiste, intellettuali e politiche, rivendicarono la “bruja” come simbolo femminista di resistenza sociale.

Intendendo per streghe tutte coloro che ieri come oggi, non si sottomettono al potere degli uomini: donne senza figli, a volte vedove, altre volte senza mariti a cui chiedere protezione, donne ricche di sensualità, donne anziane che nel corso degli anni hanno saputo accumulare saggezza ed indipendenza, donne che sono state capaci e ci provano ancor oggi a sfidare le regole imposte da una società profondamente maschilista e patriarcale.

“Siamo le nipoti di quelle streghe che non siete riusciti a bruciare”: un grido che ci fa volare nei cieli europei come in quelli latinoamericani.

Il grido che ha ripreso quest’anno il collettivo femminista messicano “Brujas del Mar”, proponendo una fermata totale delle donne il prossimo 9 marzo, per rendere visibile la violenza contro le donne e porre fine ai femminicidi.

Il collettivo è originario proprio di Veracruz, che gode del triste primato di femminicidi a livello nazionale messicano: ha invaso le reti sociali con la parola d’ordine Un dia sin nosotras

Il messaggio è chiaro: “Il nove marzo nessuna donna si muove. Fermata nazionale. Nessuna donna per le strade. Nessuna donna sui posti di lavoro. Nessuna bambina nelle scuole. Nessuna giovane nell’Università. Nessuna donna uscirà a comprare”. La proposta è diventata immediatamente virale.

Come è corretto che sia. Perché non ci sia più la caccia alle streghe, nessun pregiudizio culturale e sociale che colpevolizzi e castighi la profonda dell’essere donna.

Per approfondire questi temi, vedere di Silvia Federici “Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria”, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2015.

Qui l’introduzione al libro

https://www.carmillaonline.com/2017/01/07/calibano-e-la-strega-le-donne-il-corpo-e-laccumulazione-originaria/

E qui Streghe, caccia alle streghe e donne potete leggere un lungo, bel testo di Silvia Federici.

E ancora il libro di Mona Chollet, “Streghe”, UTET Edizioni, di cui si parla in questo articolo https://ilmanifesto.it/il-fascino-di-chi-non-si-adegua/

Il sacro e il profano li trovate a questi link

https://desinformemonos.org/brujas-del-mar-la-colectiva-feminista-que-inicio-el-paro-nacional-undiasinnosotras/

https://desinformemonos.org/nace-la-virgen-patrona-de-las-barricadas-en-chile/

http://anarcoantropologo.altervista.org/un-esempio-autonomia-autogoverno-la-comune-oaxaca/

http://samarrilleres.org/es/virgen-de-las-barricadas/

https://rebelion.org/la-bruja-como-figura-feminista-de-resistencia-social/

http://bloglemu.blogspot.com/2020/02/la-bruja-y-el-brujo-breve-narracion-de.html

(*) vicepresidente Associazione Lisangà