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Dalla discoteca all’obitorio la droga ricordando Paolo Borsellino

La lotta alla droga figlia del proibizionismo ricorda il suo fallimento ogni volta che muore un giovane in circostanze misteriose. Ma sono sempre chiacchiere

di Davide Amerio.

Il tema torna alla ribalta, di tanto in tanto, quando un evento, sempre tragico, offre l’occasione di spendere parole – spesso inutili e di parte – per affrontare la questione della legalizzazione – o proibizione – delle droghe.
Le dichiarazioni di Paolo Borsellino vengono oggi utilizzate per sostenere la validità delle tesi proibizioniste strumentalizzando le parole del magistrato che non ha possibilità di replicare. Già, perché quelle parole sono state pronunciate nel 1989, in un contesto sociale diverso – egli fa menzione nell’intervista all’inizio della diffusione del Crack – e, analizzando il punto di vista del magistrato, accanto ad aspetti di indubbia verità ve ne sono alcuni opinabili e che richiederebbero un aggiornamento.

Utilizzare la legalizzazione come panacea per la soluzione di tutto il male è certamente un artificio inutile. Il problema è ben più complesso ma, il dato certo, è che il – e la conseguente “guerra alla droga” – non solo non ha risolto il problema ma lo ha acuito in modo esponenziale permettendo alla di beneficiare di lauti guadagni e di rafforzarsi. Se è vero – come sostiene Borsellino – che la esiste oltre lo spaccio della droga, e da ben prima della diffusione dello spaccio, è oggettivamente vero che questa attività ha consentito proventi miliardari alle organizzazioni criminali. Queste, come mi ha rilevato un amico giornalista che si occupa di a seguito di una “confidenza” fattagli da un mafioso, si ritrovano ad avere  una quantità di “guadagni” tali che già solo i proventi del mercato della droga rappresentano oggi un problema per il loro riciclo.

Se una strada intrapresa non dà frutti la logica consiglierebbe un cambiamento di direzione facendo tesoro delle esperienze oggettive accumulate. Questo non è mai avvenuto nell’ambito del proibizionismo, perdente storicamente su qualsiasi fronte sia stato applicato, dove gli insuccessi sono stati coperti dalla richiesta di ulteriore “proibizione” come soluzione di un problema che la stessa proibizione non è riuscita a risolvere bensì ad aggravare. Che cosa ne direbbe oggi a 25 anni di distanza? Non lo sappiamo. Di certo sappiamo che Borsellino è stato ucciso mentre tentava di indagare su quegli accordi clandestini tra lo Stato e la Mafia messi in atto da parti politiche, complici della criminalità e che a essa fanno riferimento per essere supportati durante le elezioni,  che certo non sono aggregabili alle schiera degli antiproibizionisti. E non è un caso.

Un errore clamoroso è stato ridurre la diffusione della droga a una mera questione di ordine pubblico. Analoga osservazione fatta più volte dallo stesso magistrato per indicare un necessario cambiamento di rotta nella lotta alla Mafia. La fissazione ideologica della proibizione ha prodotto un susseguirsi di leggi assurde che hanno messo in croce molto più i consumatori che i grandi boss della droga (i quali non a caso si possono permettere fior di avvocati per evitare la galera mentre il consumatore/spacciatore di spinelli finisce dentro direttamente); hanno distolto ingenti energie delle forze dell’ordine impiegandole nell’inseguire una microcriminalità diffusa prodotta dalle leggi criminogene piuttosto che alla lotta alla e all’evasione fiscale.

L’antiproibizionismo da oltre 30 anni (battaglia condotta dai quasi in solitudine) non ha mai promosso una semplificazione della distribuzione – del tipo mettiamo la droga sugli scaffali del supermercato – come hanno invece sostenuto i suoi detrattori seguendo il principio abusato dello spaventare il popolino con allarmi inconsistenti. Piuttosto un cambio di direzione, una regolamentazione del consumo distinguendo tra droghe pesanti e leggere e, sopratutto, l’evitare accuratamente di ridurre la figura del tossico dipendente a un criminale costretto alla clandestinità e al micro crimine per procurarsi la “roba”. Esattamente l’opposto di quello che hanno fatto, anche con le migliori intenzioni di alcuni, i proibizionisti che si sono lavati la coscienza delegando ai centri di recupero tutto il carico del lavoro per tentare di arginare il fenomeno. Di fatto, nell’era fortemente proibizionista, la droga è “libera” come non mai; dagli angoli delle strade, alle ; procacciarsi “roba” non è mai stato così facile, semplicemente più costoso a ogni passo verso un’inasprimento della repressione proibizionista.

Non sono mai stato un gran frequentatore di discoteche. Ma ci sono andato. Sia negli anni ’70 agli albori, sia negli anni ’90 e più recentemente una frequentazione per motivi di lavoro. Senza voler fare sociologia o psicologia spicciola, posso dire che l’evoluzione dell’ambiente è andato di pari passo con quello sociale nel suo “decadimento”. Se la discoteca negli anni ’70 era prevalentemente un luogo per ballare (ah la Disco Music!) e per “rimorchiare”, via via è diventata lo specchio di una società nella quale i “giovani” hanno trovato sempre meno ascolto e spazio. Negli anni ’70 i ragazzi erano ancora ragazzi e i bambini facevano i bambini. Con l’avvento della “modernità”, della televisione commerciale e di una politica sempre più distante dai bisogni reali dei cittadini, i giovani sono sempre più stati stimolati a “bruciare le tappe”. Ragazzine di 15 anni che parlano sui social media come se avessero l’esperienza di una 25enne e 25enni che parlano come se ne avessero 40 e la loro vita vivesse già una parabola discendente.

Quali effetti devastanti ha avuto in questi ultimi 30 anni la sempre maggior marginalizzazione dei giovani a meri consumatori? Quali quelli di una scuola sempre meno capace di formare culturalmente “la persona”, di stimolare interessi e curiosità, limitandosi a essere produttrice di addetti (d’ogni ordine e grado) per occupare posti di lavoro sempre più scarsi? Quali sono le conseguenze della mancanza di prospettive economiche, di lavoro, di vita, di vecchiaia, in una società economicistica nella quale il percorso lavorativo viene sempre più ridotto e l’età della pensione sempre più allontanata?

Non voglio certo cadere nella banalità della colpevolizzazione della società, nemmeno in quella che accomuna “tutti i giovani” allo stesso destino, ma qualche riflessione in merito a come il nostro modello di “modernità” tratta i giovani, materialmente e psicologicamente, bisognerà pur affrontarlo in modo non ipocrita (come fanno molti politici), prima o poi.
Chiudere una discoteca o due, oppure tutte, non salverà nessuna di quelle anime che si sentono perdute e sole. Di quelle che credono di trovare nello “sballo” una compensazione alle proprie frustrazioni, al senso di solitudine, alla rassegnazione. Se una persona cerca di fuggire da se stessa, dalla propria esistenza non è una questione di sostanza: droga, alcol, fumo, possono svolgere la stessa funzione. La differenza la fa la legalità o sul come ti puoi uccidere più o meno lentamente a termini di legge.

Se la legalizzazione non risolve tutti i problemi, la proibizione è servita ad allontanare di più molti giovani dalla società consegnandoli alla criminalità la quale, a differenza dello Stato, sa gestire i suoi affari in modo egregio ed è quindi passata dalla produzione di droghe “naturali” a quelle chimiche ben più devastanti ma facili da produrre e diffondere.
La Mafia è certamente una questione complessa e oggi costituisce una articolazione ben più radicata di quella immaginata dallo stesso Borsellino. La domanda oggi non è tanto se legalizzare colpirebbe a morte la mafia, perché non è così, ma se un processo di legalizzazione articolato ci consentirebbe di non abbandonare giovani in balia della disperazione e dell’ignoranza tra le braccia della criminalità condannandoli a una fine atroce e precoce.

Su tutto questo forse lo stesso Paolo Borsellino avrebbe oggi qualcosa da dire.

(D.A. 11.08.15)