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DIA la depenalizzazione della cannabis

Una parte della relazione del Dipartimento Investigativo Antimafia al Parlamento giunge a conclusioni note 40 anni fa: la depenalizzazione della cannabis

di Bruno Garrone.

C’era una volta l’antiproibizionismo. Una battaglia condotta pressoché in solitudine dai radicali di Marco Pannella. Assassini, sfruttatori, drogati; il campionario di insulti a loro rivolto quando posero il problema politico della fallimentare “lotta alla droga” è ricco e “stupefacente”. I governi succedutisi nel tempo si sono ben guardati dall’affrontare il problema della diffusione della droga con razionalità e coerenza. Hanno prodotto nel tempo leggi che hanno impegnato tribunali, forze di polizia, sistema carcerario in una inutile repressione. Lo sforzo di un gigante che partorisce un topolino. Ancora oggi godiamo delle primizie che ci offrono un Giovanardi o un Gasparri di turno sulla delle , perlomeno quelle leggere. Le argomentazioni sono molte, le difficoltà sono gestibili; ci vuole la volontà politica però, quella che è sempre mancata e che ha preferito la retorica della “guerra” facendo stragi di tossicodipendenti e di verità.

In questi giorni sul sito di Radicali Italiani viene riportato uno stralcio della Relazione al Parlamento Italiano da parte della Direzione Investigativa Antimafia che chiarisce, una volta per tutte (?) l’inefficacia delle azioni proibizioniste (in particola modo in merito alla ) e la necessità di cambiare direzione per risolvere (o arginare) il problema della tossicodipendenza.

La evidenzia il significato dei dati statistici nudi e crudi che riguardano i sequestri:

Si ritiene prudenzialmente, almeno a livello italiano ed almeno attualmente, che, di norma, ad un dato quantitativo di stupefacente sequestrato, corrisponda un quantitativo di stupefacente immesso sul mercato pari a circa 10/20 volte quello sequestrato.

Nel periodo in esame – 1.7.2013/30.6.2014 – si registra un significativo, ma non eccezionale, aumento dei sequestri di tutte le sostanze stupefacenti sopra indicate, fatto salvo il dato sulla cannabis, che evidenziava un rilevantissimo picco di incremento di oltre il 120%.
In particolare, cadevano in sequestro: kg 4.499 di cocaina, Kg 851 di eroina, kg 147.132 di cannabis ( di cui 109.000 di hashish, 37.151 di marijuana, 900 di piante), kg 74 di anfetaminici in polvere e 4625 in dosi dello stesso stupefacente. Il rilevante incremento dei sequestri di anfetaminici – che al netto del ridimensionamento dei sequestri di dosi, sono, comunque, almeno raddoppiati  – dimostra proprio quello che si era detto in precedenza: l’entità dei precedenti sequestri era dovuta, più che alla scarsa diffusione dello stupefacente, alla inadeguatezza dell’azione di contrasto di fronte ad un fenomeno nuovo che non conosce né le tradizionali rotte del traffico gli stupefacenti, né la consueta mappa geo-criminale delle organizzazioni trafficanti, dato conoscitivo che rappresenta sempre una guida sicura nella individuazione dei target investigativi.

Sulle droghe sintetiche l’agenzia sottolinea la difficoltà del controllo:

Nel caso del traffico di droghe sintetiche, in cui la produzione è polverizzata (atteso il fenomeno dei laboratori domestici di produzione, impiantabili ovunque ed in qualsiasi parte del mondo) posto che, con poca spesa ed un know-how neppure particolarmente sofisticato, è possibile per chiunque produrre tali stupefacenti.

Per quanto riguarda la cannabis la DIA evidenzia il picco di crescita nei sequestri cui corrisponde un segnale di diffusione capillare dello stupefacente. La massa circolante dei cannabinoidi è quindi decisamente in aumento.

(..) si deve ragionevolmente ipotizzare un mercato che vende, approssimativamente, fra 1,5 e 3 milioni di Kg all’anno di cannabis, quantità che soddisfa una domanda di mercato di dimensioni gigantesche. In via esemplificativa, l’indicato quantitativo consente a ciascun cittadino italiano (compresi vecchi e bambini) un consumo di circa 25/50 grammi pro-capite   ( pari a circa 100/200 dosi) all’anno.

Afferma perentoriamente la DIA:

Invero, di fronte a numeri come quelli appena visti – e senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia – si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva

Nella relazione si sottolinea l’impossibilità oggettiva di aumentare gli sforzi per aumentare la repressione e contrastare la diffusione dei cannabinoidi. Lo spostamento di altre risorse di uomini e mezzi su questo fronte comprometterebbe altre emergenze di tipo investigativo (criminalità, mafia, estorsioni, tratta di essere umani, corruzione). Non è nemmeno auspicabile lo spostamento di risorse investigative dal contrasto alle droghe così dette “pesanti” verso il mercato di quelle “leggere”.

Il radicamento della diffusione e del fenomeno viene ritenuto da parte della DIA “capillare e sviluppato ovunque” all’interno del tessuto sociale in modo analogo a quello di altre sostanze “lecite” come il tabacco e l’alcol.

Pertanto la conclusione della relazione è che

davanti a questo quadro, che evidenzia l’oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo, spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo, almeno, europeo, in quanto parliamo di un mercato oramai unitario anche nel settore degli stupefacenti) sia opportuna una depenalizzazione della materia, tenendo conto del fatto che, nel bilanciamento di contrapposti interessi, si dovranno tenere presenti, da una parte, le modalità e le misure concretamente (e non astrattamente) più idonee a garantire, anche in questo ambito, il diritto alla salute dei cittadini (specie dei minori) e, dall’altra, le ricadute che la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell’ordine e magistratura per il contrasto di altri fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite.

Quindi i Radicali avevano ragione già 40 anni fa. Ovviamente questa relazione non ha avuto praticamente alcuna visibilità sui media ed è facile immaginarne il motivo. Tante sono le carriere costruite all’ombra del sulle spalle dei tossicodipendenti ma sopratutto dell’intera comunità, avendo distolto energie e mezzi per combattere una battaglia perdente sin dall’inizio e regalato alla criminalità organizzata guadagni stratosferici.

Buona depenalizzazione a tutti.

Fonte: Radicali Italiani.

(B.G. 11.07.15)