Diritto alla resistenza

Giornata voluta e organizzata dal movimento no Tav e il Comitato di Lotta popolare a Bussoleno ha registrato un successo di pubblico e partecipanti. Diritto alla resistenza, il titolo del convegno, voluto per condividere con molte realtà ed esperti una pratica ormai quotidiana di resistenza civile.

di Massimo Bonato

Una giornata lunga e impegnativa, suddivisa tra la risposta giudiziaria e mediatica data alla lotta , un pomeriggio scandito da esperienze italiane in movimento, di lotte sociali alle prese con alla resistenza e repressione.

“Abbiamo lanciato in questi mesi in giro per l’Italia il grido che bisogna resistere, che bisogna sollevarsi, che non dobbiamo accettare lo status quo” ha esordito Alberto Perino che apre i lavori, riferendosi alla protesta che ci si aspetta a partire dal 9 dicembre in tutta Italia. Una protesta che sarà raccolta dal popolo, dalla gente stufa. Il movimento No Tav ci ha messo anni a  passare da una posizione nimby a far sì che diventasse patrimonio comune il discorso dei beni comuni, di un possibile modello di sviluppo alternativo a quello che viene somministrato e ormai fallimentare. Sono parole d’ordine, quelle lanciate dal movimento, raccolte da altri, che può diventare pericoloso lasciare in altrui mani per il solo timore di essere strumentalizzati. Comunque sia, la gente aderirà a queste proteste, benché non tutta abbia avuto né il tempo né le possibilità di maturare una cognizione come quella che in anni è venuta maturando nel movimento: “Credo che la gente debba essere incoraggiata, istruita”.

Claudio Novaro, avvocato, è il primo a trattare di come al movimento No Tav si sia risposto dal punto di vista giudiziario. E i punti sono molti. Ciò che subito salta agli occhi nei processi No Tav, che nel tempo sono ormai arrivati all’ottantina con 440 indagati, è la cospicua presenza di Polizia e Carabinieri. Una presenza inquietante che crea tensione, un pesante clima emotivo, ma soprattutto il presupposto di una implicità pericolosità degli accusati, o di pericolosità sociale. A essi del resto, la stampa non lascia voce, mentre è bulimicamente interessata a far eco continua a magistratura ed esponenti delle Forze dell’ordine, specie nei casi di conflitti sociali che approdano in tribunale.

Si assiste poi a un ricorso sproporzionato della custodia cautelare che la stessa legislazione raccomanda di utilizzare con grande oculatezza, proprio in un momento in cui la stessa Europa richiama l’Italia per la sovrapopolazione carceraria, con tutto ciò che ne consegue. Ma soltanto il procuratore capo di Milano sembra aver accolto l’appello di servirsi della custodia cautelare come extrema ratio, al contrario agisce invece la di Torino, dove si è intensificato. Una peculiarità torinese, ma soprattutto una peculiarità legata ai processi No Tav e a quelli legati al conflitto sociale, comunque di bassa intensità.

Ma ancor più rischioso è ciò che porta alla valutazione: una marcata soggettivazione della valutazione: un meccanismo di valutazione basato non tanto sul fatto che costituisce reato, ma chi lo ha commesso. Su fatti di assoluta modestia vengono imposte misure cautelari spropositate non per la gravità di un reato ma perché si ritiene che pericoloso sia il soggetto che lo ha commesso.

Un’altra questione è il concorso al reato, perché interessa non già chi commette un reato ma chi è presente mentre il reato viene commesso. Il punto è che il concorso riguarderebbe soltanto chi concretamente ha contribuito al reato o prima o dopo che venisse commesso. Un’altra estensione che dilata la giurisprudenza che rende responsabili moltissime persone soltanto presenti alle manifestazioni e non realmente implicate in un una violazione. Si assiste cioè a uno scivolamento verso una maggiore criminalizzazione che fa anche perno su accuse iperboliche, come quella di terrorismo, quando in nessuna circostanza ci sono e ci sarebbero potuti essere tentativi di sovvertimento dell’assetto dello Stato e dell’ordine costituito.

Con gli occhi alla Storia, si parla ancora degli anni Settanta in termini di “Anni di piombo”, ma si dimentica che furono anni di effervescenza sociale, di conquista di importanti diritti. Quindi il pericolo è che la magistratura legga i movimenti sociali e i conflitti sociali come fenomeno criminale, come problema cioè di ordine pubblico depauperando del contesto in cui sorgono e si sviluppano queste lotte.

Lotte a cui si dedica sempre maggiore attenzione, come sottolinea l’intervento dell’avvocato Stefano Bertone, che pone l’accento sulle diverse risposte in termini di celerità nella celebrazione dei processi.

Intanto, l’anno giudiziario 2013 si è aperto ricordando tre processi reputati i più importanti, uno è proprio quello contro i No Tav, con 521 indagati in 99 processi penali aperti. Anche la Procura si spende nel moltiplicare le forze con maggiore solerzia che in altri processi: si interessano ai No Tav i Pm Quaglino, Pedrotta, Ferrando, Padalino, Rinaudo. Cinque magistrati, dei quali in quattro presenti alla prima udienza in aula bunker, ovvero il doppio di quelli presenti alla sentenza del processo Minotauro.

Anche i No Tav denunciano: lesioni, diffamazioni a mezzo stampa, omissioni di atti d’ufficio o amministrativi, ma a occuparsi delle denunce mosse dal movimento sono gli stessi Pm che si occupano dei processi mossi proprio contro il movimento stesso. I tempi dovrebbero essere gli stessi, a seconda della gravità della denuncia, ma non è così.  Come pure la valutazione di gravità. E si passano in rassegna casi tra i più diversi ma caratteristici: se Mercalli querela Esposito per aver detto di lui che è “lautamente pagato” per la Procura di Torino è un “complimento”, ma reputa che non vi sia diffamazione se di una persona si dice che “assaltava le reti”, mentre l’interessato si trovava invece in vacanza in Thailandia. Non è apponibile per legge il cartello al cantiere su cui vengano resi pubblici enti e aziende interessate ai lavori, mentre al contrario lo è. Esposti per diffamazione contro l’onorevole Esposito dopo un anno, un anno e mezzo, due anni, non si hanno risposte; il giornalista Massimo Numa deposita un esposto di diffamazione per un articolo comparso sul sito «notav.info» l’11 maggio 2013, tra maggio e giugno avvengono le indagini con avviso di chiusura indagini il 17 settembre e rinvio a giudizio il 4 novembre: in sei mesi il procedimento è stato aperto e chiuso.

Ci si aspetterebbe che la Procura di Torino si interessasse anche di esempi di falso in atto pubblico, come i dati dichiarati da Ltf sul traffico ferroviario, palesemente in contrasto con la realtà, ma così non è: il fronte aperto è quello contro il movimento e non per il ristabilimento della verità in quanto tale.

Una verità raccontata dai media a suon di iperboli e accezioni negative, mette in luce il giornalista e scrittore Maurizio Pagliassotti. Una verità che passa attraverso l’uso di verbi sempre all’indicativo – presente o passato – quando si parla di No Tav, più certa di quanto una buona dose di sobria incertezza si deve al politico parlandone al condizionale. Se si parla di movimento No Tav, se ne parla in termini di violenza, con gran varietà di sinonimi che da bombarolo a terrorista innervano gli articoli dei giornali. Alla cospicua quantità di termini con cui gli attori che agiscono nel movimento vengono definiti o descritti fa da contraltare l’esiguità degli attori contrari: accezioni, negative per il movimento, neutre per le controparti che attengono alle istituzioni, come gli amministratori locali, le ditte, i lavoratori oggetto di minacce da un lato e dell’agire dello Stato dall’altro, in termini di sicurezza. Del resto, se gli attivisti del movimento No Tav dicono di se stessi di essere dei resistenti, resistente è anche per un giornalista il lavoratore delle ditte (vien quindi da dire: resistenti che resistono ai resistenti).

All’interno del Controsservatorio Vallesusa si è costituito un team che studia al momento le uscite di tre testate giornalistiche («Corriere dell Sera», «la Repubblica» e «La Stampa») dal 27 luglio al 27 settembre 2013 con l’obiettivo di radunare dati e renderli pubblici in , rendendone partecipi quelle istituzioni che monitorano la produzione giornalistica, come l’Osservatorio di Pavia, l’Agicop e altre. Poiché è proprio l’informazione giornalistica a orientare l’opinione pubblica, prestando la propria opera avendo però alle spalle gli stessi gruppi di interesse che insistono sulla necessità della linea Torino-Lione e ne incoraggiano, auspicano l’attuazione come di bene ineluttabile.

Con l’avvocato Simonetta Crisci ci si è spostati su un altro territorio: quello della risposta della magistratura al conflitto sociale. Una magistratura che neanche il fascismo ha avuto bisogno di cambiare, senza istitutire come altre dittature tribunali speciali, ma servendosi dello stesso apparato esistente, il quale sarebbe riapparso immutato al termine della Seconda guerra mondiale e del Ventennio. La magistratura è strumento di chi governa, come lo è ora nello specifico prona a chi vuole gestire il territorio senza il consenso dei cittadini, rappresentando un pericolo per il mantenimento dello status quo.

Tipico dispositivo in uso è il reato di devastazione e saccheggio, creato per rpeservare l’ordine pubblico, e per descrivere il quale sono stati estrapolati fatti che per analogia a comportamenti definiti connotano i reati. Un codice dapprima applicato a disordini tra tifoserie prima e a disordini politici poi. Questo significa però avere la possibilità di predisporre o no misure per arrivare a utilizzare questo strumento coercitivo. Una manifestazione pubblica deve essere messa nella condizione di non nuocere: tale è il passaggio del Papa per esempio, dal cui percorso vengono fatti rimuovere cantieri, cassonetti, impediti parcheggi ecc., cosa che non accade al contrario per manifestazioni politiche perché in caso di disordini il reato è più facilmente realizzabile e/o imputabile.

Ma, si sa, spesso accade siano le stesse Ff.Oo. a provocare disordini. E l’avvocato Crisci ricorda i fatti del G8 di Genova quando i Carabinieri assalirono senza riceverne ordine dai comandanti di piazza le tute bianche. O come a Roma il 15 ottobre 2011, quando la scelta di riempire piazza San Giovanni di camionette, pullman e blindati fu volta a impedire l’afflusso alla piazza da parte dei manifestanti, mentre quelli assiepati ormai nella piazza dovettero subire i pericolosi caroselli dei mezzi.

Tra le imputazioni più comuni, l’uso del reato di devastazione e saccheggio è abusato, come lo è ormai anche quello di premeditazione: basti pensare che tale è anche soltanto l’essere trovato in possesso dei numeri di telefono degli avvocati del legal team durante un corteo – poiché certifica l’intenzione di commettere reato agli occhi degli inquirenti. e tuttavia, un reato come quello di tortura, che aprirebbe indagini in relazione agli abusi commessi dalla Ff.Oo. resta lettera morta.

Limitazioni alla libertà sempre più stringenti, come quelle che in Valsusa sono rappresentate dalle ordinanze prefettizie in merito all’area del cantiere dell’Alta velocità. L’avvocato Emanuele D’Amico ricorda nella sua relazione come l’area della Clarea sia interdetta a chiunque non abbia lì una proprietà. A tal proposito sono state finora emesse 13 ordinanze a partire dal testo unico per la tutela dell’ordine pubblico. Ma sono ordinanze che dovrebbero essere emesse extra ordinem, oltre la normativa vigente e come sua estensione in casi di estrema e urgente necessità. Articolo che peraltro dopo il fascismo nessun legislatore ha provveduto a limitare, mantenendolo nei termini di un limite temporale definito, con carattere appunto di urgenza, con il minor sacrificio per i cittadini e solo per adeguata motivazione: che sono poi i limiti costituzionali entro i quali la limitazione di libera circolazione potrebbe essere esercitata.

Intanto il criterio di temporalità è palesemente violato, ma viene violato altrettanto espressamente il criterio che imporrebbe il minor sacrifico per i cittadini, colpiti tra chi aveva attività produttive come i vitigni, o il bed&breakfast, ma anche culturali come il museo e la’rea archeologica, conosciuti a livello internazionale, nei quali è ora improponibile alcua attività ludica o turistica, di studio, di conoscenza o di cultura. Si tratta quindi di diritti costituzionali apertamente violati che fanno pesare a uno Stato di Polizia.

Ma la limitazione si concretizza anche nel persistente controllo del territorio, dei cittadini che vengono fermati e ai quali non solo vengono richiesti i documenti ma sono al contempo fotografati o filmati, procedendo in questo modo a una abnorme schedatura di massa. Inoltre sorge un problema di interpretazione delle norme nelle perquisizioni, che tecnicamente finiscono per non essere tali. Se infatti borse o zaini vengono aperti dal possessore, che dimostra di collaborare, la procedura non appare agli occhi della legge come una perquisizione, diverso è il caso che si richieda all’agente di procedere ad aprire borse o zaini altrui: dovrebbe allora per legge redarre un verbale sulla perquisizione (in questo caso vera e propria) con invio del verbale alla procura.

La resistenza è una corsa ad ostacoli.

Ma se ci si chiede se resistere ha un suo spazio e un suo luogo, Maria Teresa Messidoro non ha dubbi: sì. Uno spazio che la resistenza dei nativi degli stati dell’America Latina ha trovato in diverse Costituzioni. È avvenuto in nicaragua, nella cui Costituzione è stato inserito un articolo che dichiara come sia un dovere del popolo difendersi anche in armi dall’invasione straniera; è avvenuto in Ecuador, nella cui Costituzione, alla sezione buen vivir viene citato il diritto alla reistenza da parte del popolo. E questo è avvenuto grazie alle lotte indigene, lotte che hanno prodotto cambiamenti profondi, non soltanto in termini di acquisizioni di diritti ma anche all’interno delle stesse gerarchie: il reazionario vescovo Romero, poi ucciso nel 1980, sostenne di essersi “lasciato convertire dal popolo”. Sono lotte, le lotte sociali, che non soltanto producono o tentano di produrre frutti in termini di traguardi politici o ambientali, di diritto, ma si innestano su un territorio di appartenenza comune e impediscono la frammentazione sociale. Trasformare in valori cose come lingua, terra, religione, aspetti della vita umana che il potere usa per tacciare il popolo di arretratezza e chiusura al progresso divengono strumenti di coesione e di riscoperta, di contrapposizione politica.

Massimo Bonato 08.12.13