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Disastro Italia, Euro, Europa.

Gli sfacciati ottimismi governativi ed europei si infrangono contro gli scogli dei dati economici ufficiali. Un po' di recessione, un po' di stagnazione e impreviste frenate. Ecco l'Europa delle politiche di austerità e della moneta unica a tutti i costi.

di Davide Amerio

Guffin gufetto che stai in fondo al letto ... quali nuove sotto questo renziano tetto?

In un paese ‘normale’ un Presidente del Consiglio che trascorre la maggior parte del tempo a raccontare storielle sull’, sulle riforme, inondando ogni canale e additando chi lo critica come un gufo o un rosicone, avrebbe già trovato la giusta collocazione fuori dalle sale delle istituzioni.

Come recita un proverbio “non si può mentire a tutti per sempre”; eh già, perché alla fine, in questa vita, una delle poche certezze è che le verità vengono a galla e, quando si parla di economia, le cifre hanno una loro intrinseca ragione nel dimostrare le conseguenze delle scelte intraprese.

Da diversi mesi indici ed economisti non allineati premonivano quanto si è verificato: recessione per l’Italia, problemi seri e stagnazioni per le altre economie del sud , conseguenze sulle economie ‘forti’ sino a provocarne il rallentamento.

Colpa delle politiche di austerità, dirà qualcuno. Vero, ma non solo. Altri giustificano i dati negativi come conseguenza delle mancate ‘riforme’ e altri ancora con la insufficiente cessione di sovranità dei singoli paesi all’Europa.

La materia è vasta e negli ultimi anni sono state scritte migliaia di pagine. Per noi che non siamo gufi, non siamo ‘esperti’, ma nemmeno sprovveduti ci piace ragionare cercando di capire.

L’eccesso di è la motivazione fondamentale usata per giustificare le politiche di ‘austerity’ e gli impegni sottoscritti dai paesi membri per ridurlo. Nel caso dell’Italia questo ha comportato l’inserimento dell’obbligo di ‘pareggio di bilancio‘ nella Carta Costituzionale e l’impegno a retrocedere il volume del debito al ritmo di 50 miliardi di euro all’anno (ma il nostro è l’unico paese che ha inserito il pareggio nella Costituzione, gli altri se ne sono guardati bene).

La teoria economica assunta come riferimento per limitare il volume del debito, in quanto questo oltre la soglia del 60% condurrebbe al default, è inesatta ed è stata smentita da studi successivi.

Per ridurre un debito è necessario ridurre le spese e questo è avvenuto in modo drastico sulle spalle dei cittadini e dei servizi (sappiamo bene che i privilegi delle varie ‘caste’ non sono stati toccati!); da alcuni anni il saldo primario dell’Italia è positivo (ovvero lo Stato incassa più di quanto spende) ma ciò che impedisce la riduzione complessiva del debito sono gli interessi che si devono pagare su quello già emesso. Come sostengono alcuni, se non si interviene su questo meccanismo il circolo è vizioso e non se ne esce.

Per pagare un debito occorre avere del denaro e per avere questo è necessario che l’economia sia florida. Se si protraggono politiche di austerità da una parte, dall’altra si aumenta la tassazione sulle persone e sulle e ci si appiattisce su una politica di riduzione dei redditi da lavoro, da dove cavolo può uscire la ricchezza per diminuire i debiti?

Da qualche anno si persevera sulla strada della riduzione dei ‘diritti’ acquisiti dai lavoratori con la motivazione di dover competere con i paesi emergenti. Più possibilità di licenziare per creare più posti di lavoro (sic!). Soglia di pensionamento sempre più alta mentre sul mercato del lavoro: i giovani precarizzati non riescono ad avere contributi adeguati né crescita professionale né possibilità di programmare un futuro; gli ‘anziani’ che non sono protetti dal pre-pensionamento si ritrovano a far vita da precari o da disoccupati (rifiutati dalle aziende che non assumono i ‘vecchi’) in attesa di una pensione che non vedranno più e per la quale non sono più in grado di versare i contributi necessari per riceverla. Tutto questo all’interno di una cornice nazionale nella quale le aziende muoiono come mosche o fuggono all’estero aumentando ogni giorno il livello della disoccupazione.

Ho dimenticato qualche cosa? Evito per pietà questioni come la corruzione e l’evasione fiscale.

Un’altro dibattito riguarda proprio la moneta euro in sè. Qui si intravedono almeno due scuole di pensiero. La prima tiene saldo come riferimento l’euro e ritiene sia necessaria più integrazione (più Europa!) per ridare slancio all’economia con un ruolo centrale nella BCE diminuendo i poteri locali e aumentando quelli sovranazionali europei.

Un’altra definisce l‘Euro, per come è stato pensato e costruito, come la causa primaria dei problemi.

La moneta unica è stata imposta come presupposto dell’unità europea mentre avrebbe dovuto essere la conseguenza del processo di unificazione. A oggi, all’interno dell’unione, non esiste nemmeno l’omogeneità delle aliquote Iva tra i diversi paesi, per fare un esempio. Non solo: solamente 17 paesi tra gli appartenenti hanno adottato la moneta unica. Gli altri sono rimasti con le loro valute locali; beneficiano però dei contributi europei e fanno concorrenza sleale (monetaria) agli altri.

L’idea di unificare la moneta ha origine in una teoria economica chiamata (Aree Valutarie Ottimali) nella quale si definivano i benefici di cui avrebbero goduto un insieme di paesi qualora si fossero aggregati in un’area economica e avessero adottato un’unica moneta.

Ma la teoria, come tutte le teorie economiche, hanno dei presupposti da rispettare. Uno di questi è l’omogeneità delle economie dei paesi partecipanti all’area AVO. Se esistono differenze strutturali marcate si possono creare dei disequilibri che annullano i benefici e comportano l’alto rischio di peggiorare le economie più deboli a vantaggio di quelle già solide e più forti.

Vi ricorda qualche cosa?

La flessibilità monetaria si può avere solamente con la sovranità della propria moneta. Il discorso è complesso ma i sostenitori della rinuncia all’euro sono convinti che non è possibile tenere insieme economie differenti legate a una moneta senza possibilità di compensare i pesi delle singole valute. Così come accadeva nello SME (Serpente Monetario Europeo) dove ogni paese poteva utilizzare la svalutazione per aumentare la propria competitività e tutto il mercato ne giovava in quanto i rapporti erano bilanciati e più aderenti alla realtà economica.

Viceversa la situazione attuale consente la supremazia dell’economia più forte sino a quando anche lei non subirà le conseguenza della eccessiva debolezza di tutti gli altri. Non puoi fare affari in un mercato dove i tuoi potenziali acquirenti sono strozzati dalle politiche di credito che tu stai imponendo.

Questa è la situazione che si sta verificando con la contrazione dell’economia tedesca.

Insomma, mentre il vecchio boyscout fa il simpaticone in Tv rassicurando che ci pensa Fonzi… pardon il Renzi, anche a fronteggiare le mire egemoniche dell’Europa, la situazione è ben più complessa e allarmante.

In questo ‘quadro’ la violenza delle ‘riforme’ imposte in questi mesi alla Costituzione Italiana hanno un senso logico e pratico ai fini del rilancio dell’economia dell’ e della situazione del debito pubblico?

Lascio a voi l’ardua risposta!

D.A. 14.08.14