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Europa da rifare: la Lectio Magistralis di Joseph Stiglitz

Una lezione di economia preziosa quella offerta dal premio Nobel alla Camera il 23 settembre scorso. Si confermano gli errori macroscopici della politica dell'austerità, della flessibilità ad ogni costo con i pericoli di perdita della stessa democrazia. L'esatto contrario di quanto mette in campo il governo Renzi.

di Davide Amerio

“La crisi dell’euro: cause e rimedi” è il titolo della lezione che J. Stiglitz ha tenuto alla Camera dei Deputati il 23 settembre scorso. L’iniziativa è stata promossa dal deputato di Sel Giulio Marcon che ha introdotto l’incontro dopo il saluto della presidente della Camera Laura Boldrin. Al dibattito hanno partecipato: Giorgio Airaudo, Francesco Boccia, Laura Castelli, Stefano Fassina, Giulio Tremonti, Giovanni Dosi, Mauro Gallegati e Mario Pianta.

Di seguito forniamo un riassunto delle argomentazioni fornite dal premio Nobel (2001), già capo economista della Banca Mondiale fino al 2000 e autore di saggi e studi innovativi nell’ambito dell’.
Buona lettura.

Errori Concettuali sull’.

Oggi è possibile valutare concretamente l’esito dell’impatto delle politiche di austerità in Europa. Le previsioni più cupe si sono avverate. I paesi che sono stati più ‘fedeli’ alla linea dell’austerità e hanno introdotto i maggiori tagli al proprio bilancio pubblico sono quelli che hanno le performance peggiori: se il Pil decresce anche le entrate fiscali si riducono e questo non può far altro che peggiorare la posizione debitoria degli stati. Tutto ciò avviene non perchè questi paesi non abbiano realizzate politiche di austerità, ma proprio perché le hanno eseguite.

La condizione attuale di molti paesi, come la Spagna, che hanno raggiunto un tasso di disoccupazione media del 25% sono di fronte non più a una recessione ma a una vera e propria condizione di depressione.

Stiglitz individua nella scelta della moneta unica la causa prima di questa situazione e ne illustra i motivi. L’Euro è stata un progetto politico non economico, scelto e voluto dalla politica nella convinzione che la moneta unica avrebbe reso più coesa l’Europa favorendo l’emergere delle caratteristiche tipiche delle Aree Valutarie Ottimali (abbreviate come A.V.O.). Robert Mundell, anch’egli premio Nobel per l’economia, sosteneva invece che le caratteristiche dell’Europa erano inadatte per la costruzione di un’area valutaria ottimale.

In una A.V.O. la politica monetaria viene privata di due meccanismi classici di aggiustamento che possiedono i paesi a sovranità monetaria (che possono quindi stampare moneta e decidere la politica dei tassi di interesse): i tassi di cambio e i tassi di interesse. In caso di shock è reale il rischio di lunghi periodi di disoccupazione. Gli Stati Uniti costituiscono a loro modo una area valutaria dove 50 stati confederati usano la stessa moneta, hanno un bilancio a livello federale e la spesa pubblica per i due terzi è calcolata a livello federale. Se uno stato ha un problema è possibile intervenire con dei fondi federali per sostenere l’economia. Lo stesso dicasi per le banche. Inoltre l’eventuale migrazione di lavoratori da un paese all’altro non comporta il depauperimento sociale così come avviene in Europa, dove si creano tensioni e frantumazione delle famiglie.

Un altro grave errore secondo Stiglitz è stata la fiducia riposta in meccanismi come il Fiscal Compact illudendosi che il mantenere un rapporto basso tra deficit o debito pubblico e Pil fosse condizione sufficiente a migliorare lo stato delle cose.

[…] non c’è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in Europa. Anzi, la realtà ci dimostra come quei criteri fossero sbagliati: Spagna e Irlanda avevano un bilancio pubblico in avanzo prima del 2009, non avevano sprecato risorse. Eppure hanno avuto crisi gravissime. Il debito e il disavanzo di questi paesi si sono creati successivamente, per effetto della crisi e non viceversa. Il fatto di aver introdotto un Fiscl Compact che impone vincoli ferrei al disavanzo e al debito non risolverà i problemi, né aiuterà a prevenire la prossima crisi.

Il fatto che i debiti siano stati convertiti in euro e non siano rimasti nella moneta di origine del paese ha creato automaticamente le condizioni per una crisi del debito sovrano. Il rapporto debito/Pil negli Stati Uniti è analogo a quello europeo ma oltreoceano non può accadere una crisi del debito sovrano perché il debito è in dollari e l’America può sempre rimborsali essendo sua facoltà lo stampare moneta qualora fosse necessario.

L’Europa potrebbe risolvere il problema attraverso gli Eurobond. Ma sono noti i problemi ‘politici’ che contrastano questa scelta. Eppure sarebbe la soluzione più idonea. L’Euro è stato pensato negli anni in cui molti economisti erano convinti del perfetto funzionamento dei mercati, ma oggi gli studi dimostrano che non è così: sono presenti ‘imperfezioni’ dal lato della concorrenza, sul versante del rischio e dell’informazione. Quindi una moneta come l’Euro concepita su modelli economici semplificati crea instabilità.

Le riforme strutturali

Di riforme si parla molto ma, sottolinea il premio Nobel, troppo spesso il termine genera fiducia in qualche cambiamento positivo mentre la realtà potrebbe essere ben diversa.Le riforme di cui si parla in Europa sono quasi tutte indirizzate dal lato dell’offerta mentre il problema reale è la domanda.
Le riforme strutturali sbagliate aggraveranno, attraverso la riduzione dei salari o l’indebolimento degli armotizzatori sociali, la debolezza della domanda aggregata, con ovvie conseguenze su disoccupazione e dinamica macroeconomica.

La del lavoro non offre alcuna garanzia per evitare le conseguenze della crisi.
Gli Stati Uniti erano apparentemente il paese con il mercato del lavoro più flessibile, ma hanno avuto una disoccupazione al 10%.

Ci sono ben altre urgenze in Europa che richiedono una rivisitazione della sua struttura nel complesso. Per esempio una vera unione bancaria, composta da vigilanza e assicurazione comune ai depositi. Questa sarebbe si una misura urgente visti i numerosi fallimenti di banche e imprese. L’unione necessita di strumenti a livello federale come il bilancio e gli Eurobond.

Se l’Europa potesse indebitarsi a tassi di interesse negativi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe stimolare molti investimenti utili, rafforzare l’economia e creare occupazione. E i soldi che oggi vengono spesi per il servizio del debito dei singoli paesi potrebbero essere utilizzati per politiche di stimolo alla crescita.

La via dell’austerità è profondamente sbagliata e va assolutamente abbandonata, su questo l’economista è perentorio. La diversità delle strutture produttive tra i diversi paesi europei indica che sono necessarie politiche industriali che favoriscano la crescita dei paesi più deboli.

Stglitz si sofferma anche sulla politica monetaria e fa un raffronto tra la Federal Reserve americana e la BCE europea. Il mandato della FED è articolato su quattro obiettivi: occupazione, inflazione, crescita e stabilità finanziaria. In questo momento il principale obiettivo è l’occupazione.
La BCE invece ha come unico mandato l’inflazione e si concentra esclusivamente su di esso. Questo perché l’idea era molto di moda quando fu redatto lo statuto della banca europea ma non c’è nessuna teoria economica a sostegno della teoria secondo la quale una bassa inflazione serva da traino per la crescita economica. Difatti oggi nemmeno il Fondo Monetario Internazionale la condivide mentre l’Europa sembra incapace di abbandonare questa strada.
Questa politica monetaria sbagliata, può produrre e sta producendo conseguenze economiche gravi. Se gli Stati Uniti mantengono bassi i loro tassi di interesse per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre in Europa i tassi continuano a mantenersi più elevati, in una logica antiinflazionistica, questo favorisce l’afflusso di capitali e l’apprezzamento dell’euro. E questo, ovviamente, rende ancora più difficile esportare le merci europee con un evidente impatto negativo sulla crescita. Quando gli Stati uniti hanno cominciato ad adottare un politica monetaria fortemente espansiva ricorrendo al «Quantitative easing», l’esito positivo di questa politica è stato facilitato dal fatto che l’Europa non ha fatto lo stesso.
[…] Il paradosso, dunque, è che gli Stati Uniti dovrebbero ringraziare l’Europa per aver aiutato la ripresa dell’economia americana tramite le sue politiche monetarie sbagliate.

Patologie Usa e Ue

Stiglitz smentisce, sulla base dell’esperienza americana, che il ‘privato’ sia la panacea per risolvere tutti i mali. L’economia innovativa degli USA, come per esempio Internet, è stata sviluppata con il sostegno di una forte azione finanziaria dei governi.
Quando ero a capo del Gruppo dei consiglieri economici della Casa bianca, verificammo che i benefici degli investimenti pubblici in innovazione erano superiori a quelli prodotti dagli investimenti privati. Si tratta di esempi di politiche attive per la crescita che avrebbero effetti molto positivi e che vanno in una direzione opposta a quella del rigore che sta strangolando l’Europa.

Ma le patologie dell’economia americana ed europea risalgono a prima dell’esplosione della crisi. Si dimentica che queste economie sino al 2008 sono state sostenute da bolle speculative che interessavano principalmente il settore immobiliare. Per non tornare in quella situazione è necessario rivedere i meccanismi di fondo che governano l’economia e ciò non è ancora stato fatto e i problemi sono peggiorati con la recessione.

Un problema molto importante è quello delle diseguaglianze sociali. I benefici della ripresa negli Usa sono andati quasi completamente a beneficio dell’1% più ricco della popolazione.
Negli Usa il valore del reddito mediano (quello che vede metà degli americani con redditi più alti e l’altra metà con redditi inferiori) al netto dell’inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Questo fa si che la famiglia americana media non abbia soldi da spendere e, di conseguenza, la domanda aggregata rimane debole.

La trasformazione dell’economia deve indirizzarsi verso la conoscenza: questa è una trasformazione che non possono attuare i mercati ma solamente i governi che al momento non stanno svolgendo questo compito.

La politica industriale sarà senz’altro uno degli strumenti fondamentali per uscire da questa situazione. È necessario un Fondo europeo per la disoccupazione e un Fondo europeo per le piccole imprese, investimenti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca europea degli investimenti.
Oltre alle cose che andrebbero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, ho già detto che maggiore flessibilità non aiuterà a risolvere i problemi attuali, anzi li aggraverà aumentando le disuguaglianze e deprimendo ulteriormente la domanda. La situazione italiana, ad esempio, vede già presente un elevato grado di flessibilità; aumentarla ancora indebolirebbe l’economia senza portare vantaggi. Bisogna essere molto cauti.

Cosa non bisogna fare

Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ e per la salute umana. La Philip Morris ha fatto causa contro l’Uruguay perché l’Uruguay vuol difendere i propri cittadini dalle sigarette tossiche. La Philip Morris nel tentativo di contrastare le misure adottate in Uruguay per tutelare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appellata proprio ai quei principi di libero scambio che si vorrebbero introdurre con il Ttip. Sottoscrivendo un accordo simile l’Europa perderebbe la possibilità di proteggere i propri cittadini. Questo tipo di accordi, inoltre aggravano le disuguaglianze e, in una situazione come quella europea, rischierebbero di approfondire la recessione.

Si può ancora aspettare ?

L’Europa può ancora permettersi di aspettare? Se non si cambia la struttura dell’eurozona, se l’Europa continua sulla strada attuale, si candida a perdere un quarto di secolo, dovete esserne consapevoli. Quando eravamo nel mezzo della Grande Depressione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mondiale e la massiccia spesa pubblica che l’ha accompagnata. Non dobbiamo augurarci che l’attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l’Europa ha le mani legate.

Infine, la questione della democrazia. C’è un deficit di democrazia creato dall’introduzione dell’euro. Gli elettori votano a favore di un cambiamento delle politiche, poi arriva un nuovo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse politiche europee». Questo compromette la fiducia nella democrazia. Oltre alle argomentazioni economiche che rendono necessario un cambiamento c’è questa disaffezione nei confronti della politica, che porta al rafforzamento delle forze estremiste. Non è soltanto l’economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europee.

(traduzione del Servizio interpreti della Camera dei Deputati, trascrizione e revisione di Dario Guarascio)

 D.A. 08.10.14