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Forconi in strada, teli bianchi alle finestre e una Jaguar

Gargamella e puffoPotrebbe essere il titolo di un romanzo e in fondo lo è: per le strade d’Italia, da alcuni giorni, va in scena la rappresentazione del deserto politico e culturale cui è approdato il paese. Con il trascorrere delle giornate la partecipazione alle manifestazioni da parte di molte persone - che forse sino ad oggi non erano mai scese in piazza- ci obbliga a chiavi di lettura più complesse che la semplice attribuzione di un unico colore per la sua genesi.

E’ indubbio che dietro le organizzazioni siano presenti gruppi di destra – anche di matrice fascista- e che gravitino personaggi poco raccomandabili. La rete ha provveduto, in questo senso, a far conoscere i curricula di questi capetti.

Ridurre le manifestazioni e la partecipazione popolare (commercianti, agricoltori, studenti, impiegati,etc etc) ad una adunata destrorsa e/o violenta è quanto mai una interpretazione superficiale nonostante le perplessità doverose.

 La prima impressione, che se può ricavare leggendo anche i minuziosi resconti del nostro giornale, riporta alla mente quella famosa battuta da cabaret: tre Italiani… quattro partiti.

Nel contesto generale di stanchezza, arrabbiatura, disagio e frustrazione che emergono dai gruppi eterogenei presenti nelle piazze e nelle strade, vuoi raccolti in comitati o radunatisi spontaneamente di fronte ad un palazzo istituzionale, oppure baluardi di improvvisate occupazioni stradali, si percepisce un rifiuto generico della situazione politica quotidiana ma la contemporanea e totale assenza di un progetto politico.

Gli unici progetti di cui si è avuta notizia appartengono a filosofie neofasciste che vorrebbero sostituire la disastrosa compagine della casta politica con quella militare. Di esperienze storiche in tal senso ce ne sono a sufficienza nei libri di storia tali da far dubitare e temere seriamente simili risvolti.

 Ma il punto nodale della situazione è per l’appunto una questione di cultura politica.

Quello che è sceso in piazza è il figlio naturale dell’ultimo trentennio italiano: persone che hanno vissuto di quel poco o tanto che avevano e bastava loro per condurre una vita agiata o dignitosa. Adesso la situazione del sistema paese, dentro una opaca cornice europea, fa venir meno quella situazione di benessere di cui hanno goduto e allora costoro si “ribellano” contro un potere che fino a ieri hanno sostenuto senza mai porsi domande sulle azioni dello stesso e sulle conseguenze che ne sarebbero derivate sul lungo periodo (e trenta anni sono un periodo in cui gli effetti di determinate scelte politiche si sentono).

 Il nostro continua ad essere un paese dove la politica ha una chiara impronta machiavellica: il fine giustifica i mezzi. Nell’ambito di questa filosofia si muovono i fili per condurre (nella società mediatica teledipendente) il gioco del potere che si fonda sulla squalifica dell’avversario in qualsiasi modo. Allora la “dissociazione dalla violenza” diventa strumento per distribuire, a priori, la patente di buoni e cattivi: non importano i contenuti è sufficiente che una minima parte dello schieramento scivoli in atti qualificabili come “violenti” che tutta la compagine viene dichiarata tale e non più degna di partecipare alla competizione politica.

 I richiami a grandi personaggi della storia dell’umanità come Mandela e come Gandhi, assegnano a costoro un ruolo da pacifista cui ispirarsi ignorando che le battaglie di liberazione da loro sostenute non sono state indenni da momenti di violenza subita o anche provocata.

I media agiscono pesantemente nella distribuzione delle pagelle tra i buoni e i cattivi e la società stessa si è adattata a questa impostazione: ci tocca quindi ascoltare, da parte dell’ultimo arrivato in piazza, una frase del tipo: “noi non siamo violenti come i No Tav”.

Ed eccolo qui, il nostro bravo cittadino medio, incazzato nero, che sventola la bandiera bianca come simbolo di una scelta non violenta a prescindere e che prende le distanze da un fenomeno che non conosce (e che non si è preso la briga di conoscere) ma che giudica sulla base delle informazioni fornitegli dal potere; quello stesso che lui vorrebbe abbattere pacificamente ma che si è già impossessato “violentemente” della sua capacità di giudizio  imponendogli una conoscenza del mondo propedeutica al rafforzamento dello status esistente.

Qualcuno dovrebbe ricordare a costoro che, in battaglia, il bianco è anche, e soprattutto, il colore della resa.

 Non si tratta di fare apologia delle violenza, per carità, o di sostenere che essa sia necessaria ma, domandiamoci, un potere consapevole di governare dei cittadini pacifisti ad oltranza qualunque porcata esso faccia sarà davvero disposto a dimettersi? Può, sul lungo periodo, la sola manifestazione pacifica determinare la caduta di un potere? Di sicuro ciò è possibile laddove esista una dignità istituzionale molto forte, come accade in altri paesi di democrazia europea quando un minimo intoppo o una piccola devianza dalle regole comporta dimissioni da parte di qualsiasi figura istituzionale. Non è il caso dell’Italia.

 Se la violenza è deprecabile e sconsigliabile allora è necessario percorrere un altro sentiero per cambiare le cose. Proprio Mandela ha indicato la via maestra per affrancare i popoli dalla sudditanza a qualsiasi regime non democratico o fintemente democratico: l’istruzione e la cultura.

Solo con la conoscenza si può progredire verso una democrazia compiuta e reale.

E’ positiva la presenza di tante persone in piazza, ma quali sono le reali motivazioni che li spingono a contestare? L’incapacità di formulare dialettica politica è il loro punto di debolezza; la maggioranza è figlia di quella televisione (questa sì, cattiva maestra) che ha fornito loro verità pre-confezionate per decenni.

Il rischio è che rimangano abbagliati da qualche facile profeta del nulla o che tornino nelle proprie dimore appensatiti ulteriormente dalla convinzione che nulla serva a mutare lo stato delle cose. La mancanza di un progetto e di un indirizzo li rende deboli  e in balia di forze spregiudicate.

 Occorre quindi che i movimenti popolari di maggior esperienza travasino su costoro le informazioni e la conoscenza che il “potere” non desidera essi abbiano; che li rendano edotti e partecipi delle innumerevoli iniziative di lotta sparse per tutto il paese e che vengono relegate nei telegiornali a mere questioni di ordine pubblico.  Non è un percorso facile. L’ Ocse ci informa che sette persone su dieci hanno difficoltà, nel nostro paese, a comprendere un discorso complesso. Questo dato si accoppia con un altro dell’Istat di qualche tempo fa: solo il 12,5% delle persone legge più di due libri all’anno. Capita di parlare con persone che non hanno toccato più un libro dal termine del periodo scolastico obbligatorio.

La complessità è insita nella vita stessa e in ogni sistema che ci circonda o di cui facciamo parte. Rinunciare a conoscere la realtà per ciò che essa è significa rinunciare, nella sostanza, a noi stessi e alla nostra esistenza: in questo caso diventiamo prede di facili e irreali semplificazioni che ci rendono merce di interessi altrui.

Davide Amerio 12.12.13

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