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Il difficile impegno di presidiare la democrazia

Un convegno, nazionale per parlare di grandi opere, di controlli effettuati e mancati, di danni e rischi per l’ambiente.

di Gabriella Tittonel

“Vorrei concludere questo convegno con un pensiero ad alta voce, con un’idea da proporre: perché non concretizzare una delibera comunale su quanto è scaturito in questi due giorni,  una delibera da far passare in tutta Italia, dove si dice di no allo spreco pubblico… una delibera da presentare da parte di tutti i sindaci ed amministratori in un grande e propositivo consiglio comunale aperto a Roma, davanti ai Palazzi?” Con queste parole dell’assessore almesino Claudio Piacenza si è concluso l’impegnativo e fattivo convegno promosso dal Controsservatorio Valsusa in collaborazione con l’Associazione nazionale Giuristi democratici, il Centro studi Sereno Regis, il Laboratorio Civico di Almese e Pro Natura “Grandi opere, controlli, comunità locali”.

Un convegno, nazionale, che è iniziato venerdi  scorso presso il Centro Studi Sereno Regis e che ha impegnato tutto il sabato successivo al Teatro Magnetto di Almese e che ha visto come moderatori delle varie sezioni Nanni Sallio, Ezio Bertok, Emilio Delmastro ed Ugo Zamburru.

Gabriella_93_convegno-controsservatorio-Torino---Almese-7---8-11-2014--003Molti  i relatori: Gian Vito Graziano (presidente  Consiglio Nazionale geologi), Gianni Tognoni (segretario Tribunale permanente dei popoli), Tiziano Cardosi ( Forum contro le grandi opere inutili ed imposte), Alessandra Algostino (professore di diritto costituzionale all’Università di Torino), Ivan Cicconi (esperto di infrastrutture e lavori pubblici), Alberto Vannucci (professore di Scienza politica all’Università di Pisa), Paolo Maddalena (magistrato e vicepresidente emerito della Corte costituzionale), Luca Masera  (Professore di Diritto penale all’università di Brescia), Daniel Ibanez (Coordinamento oppositori alla linea Lyon- Torino in  Francia), Stefano Micheletti (Assemblea  permanente No Mose – associazione Ambiente Venezia), Guido Viale (esperto di ambiente, economia, modelli di sviluppo), Livio Pepino (magistrato, Controsservatorio Valsusa), Dario Fracchia (sindaco di Sant’Ambrogio), Alberto Perino (Movimento No Tav), Francesca Chiavacci (presidente nazionale Arci), Mauro Furlani (Presidente Federazione nazionale Pro Natura), Roberto Lamacchia (presidente Associazione giuristi democratici), Edoardo Zanchini (vicepresidente nazionale Legambiente).

Per parlare di grandi opere, di controlli effettuati e mancati, di danni e rischi per l’ambiente il tema iniziale ha guardato al disastro del Vajont, tragedia annunciata dal lontano 4 novembre del 1960, in cui la frana si presentò, una gigantesca paleofrana sul monte Toc: tre anni dopo gli spostamenti di percepivano a vista. “Vi furono grandi errori commessi dalla commissione collaudo – ha ricordato Gian Vito Graziano – i morti furono duemila. E il Presidente della Repubblica, Leone, dopo aver lasciato la presidenza, divenne l’avvocato della difesa!”

Vajont, ma anche Chernobil, Marghera, Seveso, Bonpal , in India, l’elenco dei disastri ricordati è infinito e fa dire che è indispensabile che i progetti delle tante opere, dei tanti insediamenti industriali, possano  avere come denominatore comune la possibilità di correggere gli errori quando dovessero presentarsi. Questo sottolineato da più relatori. Ma tutto questo è possibile se è considerato primario il diritto alla vivibilità, all’ascolto delle popolazioni, che debbono entrare a pieno titolo e non solo formalmente  negli ambiti decisionali, mentre questa possibilità viene negata  nei regimi dittatoriali o propedeutico-dittatoriali. “Il potere non si deve prendere, ma si deve ridistribuire: questo l’obiettivo più grande che dobbiamo porci.. l’alternativa è l’estinzione del genere umano e non è lontana” – così ha ricordato Tiziano Cardosi.

Solo in Italia sono quattrocento le grandi opere.

“Le grandi opere non hanno come obiettivo costruire un ponte, una ferrovia, ma di far fare un sacco di soldi a qualcuno… il Tav presenta,ad oggi, un costo di 26 miliardi di euro… per capire meglio l’enormità di questa cifra è bene tradurla in vecchie lire: 52 mila miliardi di lire! Tutto per un’opera inutile, devastante per l’ambiente, con emissione di polveri che, come già preannunciato da Ltf, porteranno ad un incremento del 10-15% di patologie polmonari, cardiache: opera capace di inquinare l’acqua e di consumarne in quantità enormi ed il tutto, ad oggi, disponendo di un  solo progetto approvato, quello preliminare, e operando in assoluta mancanza di trasparenza” – così ha proseguito Luca Giunti.

Che può fare allora il cittadino per contrastare opere inutili, fermare opere dannose? Impegnarsi, fare rete, lavorare fuori e dentro il territorio per divulgare notizie, ma anche facendo partire azioni giudiziarie corrette, che possano incidere sulle prescrizioni nazionali ed europee. Per riuscire ad evitare disastri ambientali, sanitari, attualmente determinati anche dalle mutate condizioni economiche, basti pensare alla crisi economica della Grecia, dove i tagli alla sanità hanno determinato, per l’impossibilità di accedere alle cure, la morte di migliaia di bambini, così come ricordato da un’autorevole rivista medica.

“Oggi non è contemplato nella legge il disastro sanitario, occorre dare una norma giuridica… se l’economia sta al di fuori del diritto non possiamo certo dire di essere un paese democratico!”  questo quanto ricordato da Luca Masera.

In questo clima i cittadini cercano di trovare soluzioni. Intanto denunciando. Poi andando in piazza, studiando le questioni, ipotizzando e provando nuovi stili di vita. Un  immenso lavoro questo,  costantemente osteggiato, pare incredibile, da chi, rappresentando lo Stato, dovrebbe avere a cuore il bene comune. Mentre quotidiane storie di prevaricazione, di interessi “alti” e “altri”, passano sulle persone, proclamano ascolto ma di fatto decidono altro.

Prezioso dunque quanto emerso da queste due giornata di studio e confronto, una vera e propria fucina pensatoio, estremamente pericolosa per chi vuole con pugno di ferro imporre le proprie decisioni.

In questa strada della democrazia, insomma, il cammino è ancora molto lungo. Ma occorre affrettare il passo perché i saggi della terra da tempo ricordano che il tempo della vivibilità sta per scadere a furia di scelte scellerate. Il non ascolto, è certo, è un percorso nel vuoto e nell’ignoto, nel non futuro.

G.T. 10.11.14