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Il furore del conformista

In piazza chi in piazza non è mai stato. Rabbia diffusa quanto il disorientamento, e questo sì arriva da lontano.

Era forse trascorso un anno da che le prime testate free press erano uscite, impiliate nelle stazioni ferroviarie o distribuite gratuitamente nei bar o nei luoghi di ritrovo. «Leggo», «Metro», «City» e altre che sarebbero finite sulla bocca di alcuni giornalisti in conferenza. Si sentì dire allora, assennatamente, che la free press nulla toglieva all’autorevolezza delle testate canoniche, né che si rischiava tra le loro righe di banalizzare contenuti più oculatamente approfonditi altrove. Si sentì dire che semplicemente raggiungevano una fascia di persone che normalmente non leggeva e non avrebbe letto, se non ora che si trovava in mano una sorta di feuilleton per metà coperto di pubblicità, programmi televisivi, sport e chiacchiericci da rotocalco. Insomma, tanto valeva non darsi pena per giornali che facevano leggere chi di leggere non ne voleva sapere punto.
Oggi, la chiamata alla rivolta ha visto in piazza chi in piazza non c’è mai, chi di conflitto sociale non sa parlare se non in termini di pressione fiscale, atomizzata nella galassia di esempi che il portamonete di ciascuno può testimoniare. Blocchi, assembramenti e tanta gente; qualche momento di tensione tra privati, tra chi vuol far chiudere a viva voce un negozio o fermare un pullman, un camion. In piazza il dissolvimento sociale disorientato: negozianti e taxisti, commercianti e pensionati, disoccupati e precari, studenti e tifoserie calcistiche, teste rasate e kefiah.
Ma ciò che regna è perlopiù la confusione. La parola pronunciata più dagli osservatori. Non la confusione del caos e del disordine, ma la confusione generata dalla mancanza di orientamento. L’impressione è che chi scende in piazza oggi creda d’un sol colpo nella Presa del Palazzo d’Inverno, che con un colpo di mano le cose possano cambiare, ma non sa come. Porta in piazza l’esasperazione e il senso di impotenza. Qualcuno da un megafono grida “È bello vedere che la gente scende in piazza non soltanto per la Juve!” e viene applaudito, o viene applaudito il nome della squadra di calcio. A detta di molti gli scontri in piazza Castello ricordano i tafferugli all’esterno degli stadi, sarà un caso. Qualcuno canta l’Inno di Mameli, che è forse, assieme ai pochi tricolori, l’unico catalizzatore attorno al quale la gente si è ritrovata, e allora ben venga che si ritrovi e che conquisti le piazze. Piazze riempite dal fumo di lacrimogeni, sparati dopo che molte pietre erano già volate, con una reazione da parte delle Ff.Oo. che il movimento No Tav invidierebbe. Piazze che dopo essere state caricate, inneggiano a Polizia e Carabinieri che “si levano il casco”, che acclamano all’eco che della stessa notizia rimbalza da altre città. Immemori che chi promuove la giornata vorrebbe sostituire il governo attuale con un governo provvisorio (?) di tipo militare. Prima ancora che la recente Alba dorata, della Grecia tornano in mente gli oscuri anni del regime dei Colonnelli a sentire chi da dietro le fila le fila tira e fa applaudire l’una cosa o l’altra.
Piazze senza slogan però.

Piazze senza slogan. Diritto allo studio? Diritto alla casa? Diritto a esprimersi sulla gestione del territorio? Diritto alla salute? Diritto al lavoro? Cie? Diritti dei migranti?
Non più tardi di sabato, al convegno tenutosi a Bussoleno sul Diritto alla Resistenza, Alberto Perino aveva fatto il suo intervento di apertura ai lavori temendo di “far storcere il naso a qualcuno”. In ogni caso la gente avrebbe aderito a questa manifestazione del 9 dicembre, benché non si possa pretendere che tutti abbiano potuto o saputo o voluto accrescere una coscienza sociale e politica. Una cognizione costruita nel movimento No Tav dal nimby alla condivisione di valori come la salvaguardia dei beni comuni, di un possibile alternativo modello di sviluppo. “Credo che la gente debba essere incoraggiata, istruita” ha detto Alberto Perino concludendo.
Certo le destre han cercato di mettere il cappello su queste manifestazioni, sventolando la loro bandiera, e in una qualche misura se ne son fatte carico sin dal principio, come messo in luce da siti di area che hanno sviscerato radici e appartenenze di sigle e organizzazioni coinvolte nell’organizzazione della giornata.
Eppur tuttavia, quando la gente si arrabbia si arrabbia. Semplicemente. Sarebbe meglio che non lo facesse? che non esprimesse il suo sdegno e il suo disagio neanche ora? Che ci provi qualcuno a mettergli il cappello. Chi ha buon senso ce lo metta e osservi attentamente quel che accade. Il peggio è restare semmai indifferenti, o vezzosamente superiori. Sta accadendo.
M.B. 09.12.13