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Il minimo sindacale si alza, ma solo per la repressione

tURI muos

Ieri sera, lunedì 22 aprile, alle 17,30 sono stati arrestati e tradotti in commissariato Turi e Nicola per essersi introdotti nel terreno occupato dai radar a Niscemi, per essere saliti sul traliccio di un’antenna ed aver apposto lì una bandiera No Muos. Turi e Nicola si sono consegnati spontaneamente alle forze dell’ordine e immediatamente è scattata la denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Turi e Nicola in serata hanno deciso di intraprendere lo sciopero della fame.

La denuncia di resistenza a pubblico ufficiale è un’accusa grave e dai pesanti risvolti, normata dall’art. 337 del Codice penale che recita: “Chiunque usa violenza o minaccia (1) (2) per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”.  I punti (1) e (2) sono chiarificatori dei limiti in cui il dispositivo dell’art. 337 può essere esercitato:

(1) Non è necessario che la violenza o minaccia sia esercitata direttamente sulla persona del pubblico ufficiale o sull’incaricato del pubblico servizio, ma è sufficiente che essa si estrinsechi su cose o anche su privati, purché sia idonea ad impedire, a turbare e ad ostacolare l’esercizio della pubblica funzione.
(2) Non integra né violenza né minaccia la cd. resistenza meramente passiva (ad esempio, buttarsi a terra, rifiutarsi di obbedire etc.) e quindi essa non integra il delitto in esame neppure nel caso in cui il funzionario sia costretto ad usare la forza per vincerla. Dunque è necessario che la resistenza abbia il carattere di comportamento attivo, ed in particolare, aggressivo e non difensivo.

Stabilire però a termini di legge se sia stata esercitata resistenza o violenza, fisica o verbale una volta che il soggetto sia stato sottratto alla vista di terzi e alla possibile testimonianza di chi potrebbe scagionarlo se il suo comportamento è stato tutt’altro che lesivo è un’altra cosa. Senza testimoni qualsasi cosa può accadere, pure che il pacifista più integerrimo e coerente possa trasformarsi in un brutale teppista.
Sta accadendo ma è già accaduto. La sera dell’8 marzo in Val Clarea un gruppo di persone decise di festeggiare la giornata della donna con una marcia notturna ma venne fermato, controllato ben prima di avvicinarsi alla zona sensibile delle reti del cantiere militarizzato dell’Alta velocità, e da esso venne prelevata una persona a caso. La notizia fece il giro della rete quella notte e la mattina appresso, ma non ebbe allora il risalto che avrebbe meritato. Ricordarla ora non nuoce. Dal report che ne fece allora R.C.:

turi muos111 di sera, in una trentina si cammina su una mulattiera. Ci buttano le torce elettriche addosso, un urlo: “Controllo di polizia. Tutti contro il parapetto. Documento in mano e in vista”. Davanti una cinquantina di poliziotti con scudi caschi e manganelli, un attimo e un’altra cinquantina sono dietro. Poliziotti in borghese ci passeggiano davanti, scrutandoci: “Questa notte qualcuno non dorme tranquillo” e alla radio: “Si dottoressa, l’aspettiamo, si dottoressa”. Mezz’oretta e la “dottoressa” arriva, ci scruta. Protestiamo, poliziotti in borghese urlano. La dottoressa si ferma davanti a un ragazzo “Qualcosa da dire?”, poi con tono più alto “Qualcosa da dire?”, prosegue la rivista, davanti ad un altro ragazzo: “Lui”. Lo prendono e lo portano via. Urliamo “Perché? Cosa ha fatto? Lasciatelo.” “Controllo di polizia! Appena ci va prendiamo qualcun altro!”. Urla e urla, i poliziotti in divisa avanzano, la “dottoressa” passeggia e scruta noi e i suoi uomini, quelli in borghese sembrano pronti a scattare ad un suo cenno. Passeggia ancora per un’oretta, non fa scattare più nessuno. Alle due di notte dice: “Tutti a casa” Tutti meno uno. America Latina anni ’70 o Val di Susa ora?
P.S. – Il ragazzo verrà poi rilasciato un paio d’ore più tardi con a carico una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale (eh???)

Pare quindi che esista un filo conduttore che alza i toni della repressione nei suoi livelli più bassi, dove è facile colpire tra persone che non han commesso un reato al quale si chiede di rispondere avendole sottratte a qualsiasi possibile sguardo estraneo che non possa accertare poi l’inconsistenza dell’accusa. Si era cominciato con i fogli di via generosamente distribuiti l’estate scorsa. Ora basta passare dal proprio gruppo di protesta all’isolamento di una squadra di forze dell’ordine per essere catapultati tra le pagine del Codice penale, con i compagni all’affannosa ricerca di materiale fotografico o video che possa dimostrare il contrario di chi ha voce in capitolo e il potere di esercitarla, vero o falso sia che cosa ha da dire sul vostro conto.

M.B. 23.04.13

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