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In Sardegna “chi inquina paga”

di Daniela Giuffrida

“Chi inquina paga” ribadisce stamani a chiare lettere la che si indigna e protesta contro il malaffare che regna sovrano sull’isola come, del resto, su tutto il territorio nazionale.

Oltre venti fra associazioni, enti e semplici cittadini che già si erano costituiti “parte civile” nel processo contro Portovesme S.r.l. hanno indetto un sit in – conferenza stampa davanti al Palazzo di Giustizia di Cagliari così da poter spiegare alla popolazione cosa sia avvenuto dentro quelle aule di tribunale e come si stia decidendo della salute e della sorte di una buona parte della popolazione sarda.

Siamo nel Sulcis, zona sudoccidentale della Sardegna. Portovesme non è solo una piccola frazione di Portoscuso, in provincia di Carbonia-Iglesias. Oltre ad essere un importante porto industriale e commerciale, è anche sede di un importante polo industriale, specializzato nella produzione di metallurgia non ferrosa come alluminio primario (lingotti da fonderia), zinco, piombo e acido solforico, ma nella zona si produce anche oro e argento. Oltre 3.600 persone sono impiegate nel polo industriale, dove insistono anche centrali termoelettriche ENEL, che producono il 45 % di energia prodotta in Sardegna.

Le centrali termoelettriche e le industrie metallurgiche venivano alimentate con il carbone estratto dalle miniere del Sulcis, miniere che ormai producono sempre meno, così è stato necessario permettere la nascita di industrie come la Portovesme.

“Lo stabilimento della società Portovesme S.r.l. – si legge sul sito dell’azienda – è situato nella zona industriale di Portovesme nel bacino del Sucis-Iglesiente con i suoi stabilimenti di Portoscuso e San Gavino rappresenta, a livello internazionale, una delle più importanti realizzazioni nel settore della metallurgia dei non ferrosi sia per valori di produzione, sia per il livello tecnologico degli impianti realizzati con larga utilizzazione dei processi di automazione e informatizzazione delle operazioni.”

Peccato che quell’acciaio, venga prodotto fondendo rottami ferrosi acquistati e importati per lo più dai paesi dell’Est europeo o dagli stati dell’ex Unione Sovietica.

“Finiscono nel forno rottami d’ogni tipo – sosteneva il WWF già nel 2005 – che contengono ferro (tubature industriali, container, serbatoi di raffinerie e industrie obsolete, centrali nucleari dismesse, impianti petrolchimici, ecc.). Nessuno sa quante sostanze velenose ed altamente inquinanti vengono fuse o vaporizzate assieme ai rottami”

Lo stabilimento, dunque, produce i cosiddetti fumi d’acciaieria, ovvero, polveri metalliche altamente inquinanti e velenose che vengono raccolte proprio filtrando i fumi prodotti. Questi, lavorati e compattati vengono mandati nelle discariche ed utilizzate per gli scopo più inopportuni, quando non vengono lasciati agli effetti degli agenti atmosferici, andando ad inquinare le falde acquifere che scorrono nella zona.

Per questo, lo scorso 7 gennaio, il Tribunale di Cagliari aveva espresso tre condanne e 3 assoluzioni al processo per traffico di rifiuti “altamente inquinanti” provenienti dalla Portovesme srl. (ANSA) Il Tribunale di Cagliari aveva inflitto 2 anni e 6 mesi (pena sospesa) a Massimo Pistoia, amministratore Tecnoscavi, Lamberto Barca, gestore Gap service srl, e a Danilo Baldini, socio e coordinatore area chimico-analitica del laboratorio Tecnochem srl.

La Procura, dopo indagini e accertamenti svolti dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico, aveva contestato ai sei imputati lo smaltimento illegale di 15mila tonnellate di rifiuti con alte concentrazioni di arsenico, piombo, zinco, cadmio, rame, nichel, solfati e floruri, scarti prodotti dagli impianti della Portovesme srl e smaltiti illecitamente in discariche o utilizzati per fondi stradali ma anche per il piazzale dell’ospedale Brotzu. Ma la Corte di Cassazione aveva, poi, deciso di modificare la sentenza, dichiarando prescritto il reato contravvenzionale e rinviando ad altra sezione di Corte d’Appello per la rideterminare la pena e per rivedere l’accusa di traffico illecito di rifiuti.

Di fronte alla decisione della Cassazione, i legali degli imputati hanno chiesto di far valere la prescrizione del reato contravvenzionale ed i legali di parte civile, hanno richiamato una precedente sentenza di Cassazione Penale (la n. 29855 del 2006) in cui si rigettava la richiesta di avvenuta prescrizione, in quanto non si era provveduto alla bonifica….. insomma, la questione è ancora aperta ma l’udienza di oggi rischia di porre una croce sia sulle bonifiche mai compiute che sulla stessa gestione dei rifiuti della Portovesme srl.

Ma chiudendo con un nulla di fatto la questione, si metterà una croce anche sulla salute e la vita di migliaia di Sardi, i quali non sono in grado di avere nemmeno il polso della situazione,   considerato che non esiste in Sardegna un registro tumori se non quello di Sassari e dai dati che si evincono da quello, la situazione è davvero drammatica.

D.G. 20.02.15