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India. Governo e multinazionali assediati dai maoisti naxaliti. Chi sono?

Da quarant’anni in lotta a difesa delle popolazioni tribali. Dalla lotta politica alla lotta armata contro l’imperversare del neoliberismo che porta con sé speculazioni, espropri, deforestazione, sfruttamento delle risorse, industrializzazione dell’agricoltura, dissolvimento dei sistemi tribali, deportazione.

di Massimo Bonato

. Così vengono definiti i ribelli indiani radunati sotto il People’s Liberation Guerrilla Army, ovvero il braccio militare del Partito comunista indiano (maoista). Il nome deriva dal villaggio di Naxalbari, nel Bengala occidentale, in cui nel maggio del 1967 scoppiò una rivolta di contadini in miseria, contro i locali latifondisti.

images (3)Con un corpo di oltre 20.000 tra uomini e donne in divisa, militarmente preparato, e gli oltre 50.000 attivisti di sostegno, tiene testa da anni alle forze di poliiza e all’esercito indiano.

corridoio_rosso-300x265Arunachal Pradesh, Assam, Meghalaya, Mizoram, Manipur, Nagaland, Tripura, Bengala occidentale, Bihar, Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand, Uttarkhand, Madhya Pradesh, Uttar Pradesh, Maharashtra, Andhra Pradesh, Karnataka, Tamil Nadu e Kerala. Una rivolta che interessa con maggiore o minore intensità ben 20 dei 28 stati indiani, sviluppandosi dall’Himalaya fino all’estremo Sud del Paese, in ciò che viene definito il “Corridoio Rosso”. “La più grande minaccia per la sicurezza interna dell’” secondo il primo ministro Manmohan Singh.

Gli obiettivi

Nato dalla fusione tra Maoist Communist Center of India, Communist Party of India (Marxist-Lenist) e People’s War Group, il People’s Liberation Guerilla Army è schierato con le popolazioni tribali.

Ha raccolto le istanze della rivolta del movimento contadino del 1967, ma ben presto ha scelto la guerriglia e la lotta armata. Solo nel 2009 gli attacchi sono stati oltre un migliaio e hanno causato almeno 600 vittime tra poliziotti, militari e paramilitari, che contano nell’ultimo decennio non meno di 8000 morti. Colpiti prevalentemente convogli ferroviari, centrali elettriche, sedi amministrative, depositi di armi, avamposti e stazioni di polizia e dei paramilitari.

Ma alla guerriglia si accompagna una capillare azione politica.

All’obiettivo insurrezionale di voler rovesciare i governi dei diversi Stati indiani per rimettere il potere direttamente nelle mani delle popolazioni locali, fa da contraltare la diffusa e continua difesa delle popolazioni tribali.

images (2)Sono circa 65 milioni gli abitanti di queste aree contadine; sono gli Adivasi (dal sanscrito “abitanti originari”), burocraticamente definiti “scheduled tribes” (tribù inventariate). Numerosi negli Stati di Orissa, Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Rajasthan, Gujarat, Maharashtra, Andhra Pradesh, Bihar, Jharkhand, Bengala Occidentale subiscono l’avanzamento degli interessi economici federali, che rimettono nelle mani di senza scrupoli lo sfruttamento di ampie aree del territorio: silvicoltura commerciale e disboscamenti, agricoltura intensiva hanno messo a dura prova foreste intere che per secoli erano prosperate fornendo il necessario alle popolazioni che vi vivevano. Il “progresso” significa per queste popolazioni degradazione ambientale ed ecologica di intere regioni centro-settentrionali, ovvero sfruttamento delle risorse minerarie da parte di ingenti interessi industriali, gruppi di interesse economico-finanziario, . Il degrado ambientale mina sistemi tribali alla base, conducendoli spesso al dissolvimento dopo secoli di lineare tenuta e naturale conservazione. Significa cioè che per creare ampie zone a sfruttamento intensivo della terra, intere popolazioni contadine, ma anche operai, pescatori vengono sradicati e spostati in zone diverse. E si tratta comunque sempre di popolazioni che vivono in estrema povertà.

l43-naxaliti-india-110722133922_bigSpesso non considerati alla stregua degli altri esseri umani, presentano di regione in regione, di stato in stato problemi diversi. Ha favorito certo il loro coinvolgimento nell’azione politica diretta e poi nella guerriglia il vuoto dello Stato centrale, che non ha saputo intervenire contro i soprusi delle classi dominanti e delle caste, riproponendo di volta in volta nel tempo vuote promesse di sviluppo seguite però da una progressiva militarizzazione dei che garantisse il mantenimento dello status quo a favore dell’interesse privato.

Così, se il rapimento di due italiani –  Paolo Bosusco e Claudio Colangelo, poi rilasciati – nel 2012 ha riacceso in Orissa la questione, tra le tante, dell’ignominioso safari umano, nel nord-est, oltre a tematiche di carattere sociale, premono forze centrifughe politiche per l’autonomia, la separazione vera e propria dall’India, come accade nella regione del Telangana nell’Andhra Pradesh. L’insurrezione in Punjab venne violentemente soppressa. Il carnaio venne sedato con ciò che chiamarono “Rivoluzione Verde”. A colpi di nuove semenze, nuovi fertilizzanti, irrigazione. Negli anni che seguirono, la terra e i contadini vennero sommersi dalla tecnologia e dovettero piegarsi agli appetiti del mercato.

La risposta del governo: Operazione Caccia Verde

chhattisgarh1-300x206Per gli Adivasi che si arruolano nei ranghi del People’s Liberation Guerilla Army, la foresta è casa loro. La loro lotta è quindi una guerra di difesa. Lottano per difendere una vita che la modernità considera obsoleta e non più proponibile.

Ma il “Corridoio Rosso”, prima ancora di aver sollevato nello Stato centrale la questione della sua completa assenza nelle regioni in cui i naxaliti operano, della totale assenza di un sistema governativo in grado di garantire dei servizi minimi, ha spinto alla sua risposta armata.

Impostisi in molte aree come alternativa allo Stato centrale, da questo i maoisti naxaliti non possono che essere tacciati di terrorismo, in linea con il comune trend mondiale nella classificazione delle rivolte. Dopo decenni di lotte politiche inconcludenti, la svolta armata ha chiamato su di sé una caccia all’uomo organizzata.

Tuttavia, in quarant’anni di lotte, anche per lo Stato, la reazione non è stata immediata né priva di complicazioni. La Costituzione indiana non contempla l’uso delle forze armate all’interno del Paese. Contravvenire alla Costituzione avrebbe reso impopolare il governo, sollevando probabilmente simpatie a sinistra per i maoisti naxaliti. Un problema in più per una democrazia dalla burocrazia pachidermica, alle prese da sempre con un sistema giudiziario al degrado, la corruzione e il fondamentalismo religioso che innesca regolarmente violenti attriti tra induisti e musulmani e cristiani.

L’ottobre 2009, finalmente, il ministro dell’interno Palaniappan Chidambaram dà il via all’operazione “Green Hunt” (Caccia Verde) per contrastare le operazioni dei maoisti lungo il “Corridoio Rosso”, nelle foreste al centro dell’India. Un’operazione che il governo presenta come fondamentale per la pacificazione e la lotta al terrorismo, e fondamentale di converso per proseguire lungo la strada dello sviluppo economico intrapresa dal Paese. Ovvero di quello sviluppo neoliberista di industrializzazione che è esattamente ciò che i maoisti combattono difendendo le popolazioni tribali.

orissa1-300x230Vengono quindi dispiegati 40 mila paramilitari, una eterogenea milizia chiamata Slawa Judum (Cacciatori di pace) composta da corpi di polizia e gruppi paramilitari indiani, ma anche di appositi contingenti creati dalle multinazionali interessate alle risorse dell’area, nonché da guerriglieri tribali nemici dei maoisti ed ex guerriglieri naxaliti.

In questi ultimi anni, gli scontri si sono concentrati nella regione del Chhattisgarh, area ricchissima di risorse minerarie, al centro di interessi economici. Ma a questa vanno sommati altri quattro stati, teatri di frequenti scontri: Jharkhand, Bihar, Orissa e Bengala occidentale.

I risvolti

Se la rivolta naxalita si concentra sulla difesa delle popolazioni tribali e sulla lotta al neoliberismo selvaggio, d’altro canto richiama critiche dall’interno e dall’esterno. La coesione interna al movimento a tratti dà segni di cedimento, conducendo a operazioni locali non sempre da tutti condivise; l’imposizione di tasse alle popolazioni stesse per l’approvigionamento; infine gli esempi di arruolamenti coatti avvenuti ai danni delle popolazioni medesime, di cui Amnesty International  si è fatta portavoce, per il caso di Soni Sori arrestata il 4 ottobre 2011, il cui padre ha dichiarato che «i Naxaliti colpiscono dalla parte anteriore e la polizia dalla parte posteriore. Quando i maoisti ci chiamano non ci resta che andare, se vogliamo vivere. Ma se andiamo sarà la polizia a non farci vivere».

La guerriglia si intensifica e la stessa Sonia Ghandi, il luglio del 2010, scrive sul quotidiano «Sandesh»: “La crescita dei maoisti naxaliti riflette la necessità di iniziative di sviluppo che arrivino alle radici, soprattutto nei distretti più arretrati del Paese. Per questo il nostro governo sta cercando di realizzare un maggior numero di progetti di sviluppo mirato in questi distretti”.

Arundhati Roy

Arundhati Roy

La lotta naxalita sta avendo ora risvolti internazionali. Dopo essere stata per anni sottovalutata, ha cominciato ad attrarre interesse presso studiosi e giornalisti, intellettuali che hanno condotto fuori dalle foreste i contenuti della rivolta, portandoli nelle università e sui periodici internazionali. È il caso per esempio della scrittrice Arundhati Roy che ha vissuto con i naxaliti per un periodo riassunto in un lungo reportage pubblicato a marzo 2010 su «Outlook» (uno dei maggiori settimanali indiani) in parte ripreso in Italia dalla rivista «Internazionale». È il caso del regista Sanjay Kak, che ha confezionato il documentario Red ant dream (presentato il giugno 2014 a Roma, Torino e Milano) sull’insurrezione in Punjab, in marcia per le foreste, in Orissa dove l’etnia Dongria Khond lotta contro la multinazionale dell’alluminio Vedanta.

I risvolti non sono solo informativi, giornalistici, culturali. È del luglio di quest’anno la notizia riportata dall’«Economic Times» che il ministero degli Interni Kiren Rijiju accusa varie organizzazioni di estrema sinistra in Germania, Francia, Olanda, Turchia e Italia che darebbero appoggio ai maoisti naxaliti. Accuse raccolte dal ministero degli Esteri indiano che portano le foreste del “Corridoio Rosso” direttamente sui tavoli della diplomazia internazionale.

M.B. 13.08.14