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India. Red ant dream. Diritti della terra e dei popoli. Land grabbing vs sicurezza alimentare: il caso dell’India

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Sicurezza alimentare vs sviluppo industriale, risorse fondamentali e beni comuni sacrificati sull’altare delle SEZ (Zone Economiche Speciali), antiche popolazioni indigene e territori quanto mai ricchi di tradizioni e biodiversità spazzati via nel più indiscriminato land grabbing per favorire gli interessi dell’industria estrattiva. E’ la drammatica attualità dell’India di oggi, che improvvisamente fa notizia per l’obbrobrio dei quotidiani stupri, per lo scempio dei corpi impiccati dopo essere stati violati, per l’ulteriore brutalità con cui la forza pubblica punisce i sit in di protesta invece che difenderli; mentre nelle zone rurali e tribali si consuma ormai da tempo la violenza degli espropri di terre fertilissime, il forzato esodo dalle campagne, il sistematico inquinamento e prosciugamento dei corsi d’acqua – con le conseguenze di siccità, livelli emergenziali di fame e violazione dei diritti più fondamentali (in primis il diritto alla vita e al cibo), che non fanno notizia…

Se ne parlerà a  Torino

sabato, 14 giugno, ore 15, Centro Studi Sereno Regis, Via Garibaldi 13 

 

octave communications production
presenta
red ant dream
un film di Sanjay Kak

Redantdream

Un viaggio nei corridoi rossi dellʼIndia

Il rauco sound dellʼetichetta musicale Delhi Sultanate, ormai nota non solo in India per la capacità di declinare in rapping la crescente emergenza sociale nel subcontinente indiano, ci mette subito in tema: foreste soffocate dalla polvere di materiale ferroso, veicoli che arrancano su tracciati che non esistono, infinito saccheggio. Stiamo per entrare nelle aree di quel conflitto che da anni si combatte nel cosiddetto corridoio rosso, foreste del centro India – le stesse in cui si concentrano i più ricchi depositi minerari del sud Asia e ciò che resta di alcune antichissime etnie.

Il progetto di questo film è nato marciando in queste foreste, nel cuore dello stato del Chattisgarh: “camminando con i compagni”, come la scrittrice Arundhati Roy, che condiviso quella marcia con Sanjay Kak, intitolò il resoconto di quella spedizione
(http://www.internazionale.it/news/arundhati-roy/2012/03/19/nella-giungla-con-i-maoisti-indiani/).

Zone off limits per il Governo dellʼIndia, che qualche tempo prima aveva inviato addirittura lʼesercito, definendo il fenomeno della guerriglia maoista, o naxalita, come “la più grande minaccia per lʼordine interno dalla dichiarazione di Indipendenza ad oggi”. Eccoci dunque testimoni di un reportage di assoluta eccezionalità, sia per il tema, che per le condizioni embedded che lo hanno reso possibile.

Dalle foreste del Bastar, la camera si sposta in Punjab, dove non si è mai sopita (anzi è più che mai viva) la voglia di secessione che risale a prima ancora che lʼIndia si dichiarasse indipendente; che si è impregnata poi del sangue della partition; e negli anni ʼ80 venne stroncata di nuovo con altro sangue con lʼintervento dellʼesercito nel suo luogo più sacro, il tempio dʼoro di Amritzar. Ancora oggi, e non solo tra i militanti dellʼAkali Party, si ricorda la figura del freedom fighter Bhagat Singh, giustiziato dagli inglesi negli anni ʼ30 del secolo scorso a soli 23 anni per una bomba di cui in effetti (si è scoperto di recente) non era responsabile. Bhagat Singh, il martire, lʼicona che vedi riprodotta ovunque, il Che Guevara di questa parte di mondo, ritratto curiosamente senza il turbante tipico dellʼiconografia sikh, bensì con un cappello sulle ventitré che lo apparenta in qualche modo al nostro brigantaggio – il simbolo di una militanza mille miglia lontana dalla professione di non violenza gandhiana, e che tuttora anima le rivolte contadine del subcontinente.

Per Bhagat Singh la violenza è sempre esistita ed è, è sempre stata, violenza di appropriazione. Violenza dei più forti ai danni dei più deboli. Violenza di potere, qualunque esso sia. Lʼunica risposta possibile sarà quindi Inkilab, come scandiscono gli slogan dei manifestanti: rivoluzione.

Ci spostiamo poi nelle zone del Niyamgiri, dove i villaggi si oppongono da anni alla Vedanta, la possente multinazionale anglo-indiana dellʼalluminio, per la difesa della loro Nijamraja, Signora Montagna. Qui i maoisti non sono mai arrivati, e neppure le armi. Nessuno parla di Inkilab. Ma il conflitto è aperto, evidente, doloroso – ed è una Guerra alla Terra, come dicono le immagini di devastazione che assediano la lussureggiante meraviglia della natura nelle stesse carrellate sul paesaggio. Per Vedanta la montagna è preziosa per le sue riserve di bauxite, di prima qualità. Per lo stesso motivo la montagna è sacra per le popolazioni adivasi: la bauxite ha infatti la proprietà di assorbire ogni goccia di acqua piovana che arriva con i monsoni, per poi restituirla in un flusso continuo di acque. Ruscelli, torrenti, fiumi, ecco spiegata la leggendaria fertilità dellʼOrissa, sino al mare…

Immagini di unʼIndia che non è facile catturare. Non solo perché dichiarata forbidden zone dal governo indiano, non solo perché girate in territori in tutti i sensi lontani; ma perché quei territori sono ormai blindati dai vari movimenti, comitati popolari o falangi di guerriglia dalle sigle più diverse – che hanno fatto cordone. Unʼarmata di povera gente (nel film si vede) in confronto con lʼapparato militare con vorrebbe annientarli. Li vediamo mentre marciano, giovani uomini e donne in uniforme ma con le ciabattine ai piedi, i fagotti in bilico sulla testa, un telo per dormire, uniche armi quelle che riescono a catturare nelle imboscate – quanto al nutrirsi, la foresta per loro non ha segreti. Tutto questo vediamo, senza gran bisogno di interviste, opinioni – perché basta il fruscio dei rami, il cinguettare degli uccelli, lʼintimità della natura, in eloquente contrasto con lʼesercito, i cani, i cavalli, i veicoli, per orientare le nostre percezioni. Incessante esercizio dei corpi speciali, per una guerra di bassissima intensità, che ha già lasciato e continuerà a lasciare sul terreno centinaia di morti.

Qual è il senso – è inevitabile chiedersi. Territori che scompaiono sotto i bulldozers, cieli neri del fumo sputato dalle raffinerie, intere popolazioni allo sbando, forzate alla schiavitù delle miniere o lasciate a languire in cosiddetti campi-profughi, che in effetti sono di concentramento – oppure destinate alla sicura miseria negli slums. La posta in gioco del progetto India Shining è chiara e si chiama sviluppo, con tutto ciò che sviluppo deve significare: infrastrutture, grandi e piccole opere, modernità che avanza, con le sue urgenze e logiche, il suo fabbisogno di energia, gli interessi della finanza, le aspettative degli azionisti, lʼesigenza di competere. Ma anche il prezzo è chiaro, ed è altissimo. Il più spettacolare consumo di suolo, il più indiscriminato land grabbing, il più insensato inquinamento, la più inevitabile povertà, la più possente e capillare dichiarazione di guerra che la storia abbia potuto concepire su una zona del mondo così densamente popolata – e così dipendente ancora dalla sua economia più tradizionale e primaria: lʼagricoltura, per lo più di sussistenza.

Una simile guerra, anche questo è chiaro, non potrà essere vinta da nessuno degli schieramenti in campo. E fuori da queste foreste, la vita e il gioco della politica, con i suoi rituali di consultazione (le recenti elezioni) continueranno a rassicurare il resto del mondo circa il teatro della democrazia: come si suol dire “la più grande del pianeta”. Che però non riesce a risolvere il teatro di quellʼaltra India, non a caso in crescente conflitto. La partita che si gioca ogni giorno nei villaggi, sulla pelle della gente. Il punto di gravità resta la popolazione – come lo stesso Comandante dei Corpi Speciali dice nel film, convinto fautore della Green Hunt Operation, Guerra al Verde (!) nelle foreste indiane. Ma i villaggi sono popolati da povera gente, che puoi anche cooptare, comprare… ma se gli togli i campi, se gli togli la vita, potrà solo soccombere o difendersi.

Dinnanzi a questo scenario la voce dellʼautore si limita a poche frasi di raccordo tra un passaggio e lʼaltro, si elide nel ruolo classico del reporter, si limita a registrare – e a restituire quanto raccoglie con un lavoro di montaggio accuratissimo. A che punto sta lʼIndia dopo oltre 60 anni dallʼemancipazione dal Raj britannico, nellʼeconomia globalizzata del terzo millennio? Il film si chiude (senza concludere) su sequenze di corpi che si spostano, nellʼinfinità delle marce di protesta, del forzato esodo dalle terre, dei sit-in: lʼesercizio sempre più apparente della libertà di espressione e dissenso, ma totalmente e drammaticamente fallito come progetto di possibile inclusione.

Chi è Sanjay Kak
Sicurezza alimentare vs sviluppo industriale, risorse fondamentali e beni comuni sacrificati sullʼaltare delle SEZ (Zone Economiche Speciali): forse la definizione di “democrazia più grande del pianeta” non calza più, forse basterebbe quella di mai concluso laboratorio sullʼidea di democrazia. Non è un caso che nellʼarco degli ultimi decenni lʼIndia abbia visto il proliferare di unʼinfinità di Andolan (Movimenti) accomunati dalla medesima ansietà dellʼassedio, degli espropri territoriali, del forzato esodo dalle campagne – e da livelli di povertà equivalenti alle aeree più emergenziali dellʼAfrica sub-sahariana.

Una vera e propria guerra alla terra, come non perdono occasione di documentare, ciascuno dal proprio specifico ambito di osservazione e ricerca, autori, registi, intellettuali come Vandana Shiva, Arundhati Roy, Amartya Sen, Mahasveta Devi, Anand Patwardhan, e tanti altri – la lista sarebbe  lunghissima. E una guerra in totale contrasto con lʼeredità di Gandhi, ovvero con il mito fondante di quellʼindipendenza dal Raj britannico che venne dichiarata nel 1947: con quella indicazione fermissima di Non Violenza, a tutti gli effetti “militante” sebbene Senza Armi, che ebbe un ruolo determinante nella freedom struggle contro gli inglesi; ma non è riuscita a temperare la superiore necessità di uno sviluppo che spesso ha assunto le forme dellʼaggressione alle comunità e ai territori. Una forma di “colonialismo interno” che è stata la naturale conseguenza delle liberalizzazioni promosse da Rajiv Gandhi, alla guida del Partito del Congresso, dai primi anni ʼ90 in poi.

Eʼ precisamente in questa area, che si situa il lavoro di Sanjay Kak. Laureato in Economia e Sociologia alla Delhi University, impegnato a Delhi nel Documentary Film Movement, nella Campagna contro la Censura e nel Cinema of Resistance Project, vincitore di moltissimi premi, Sanjay Kak appartiene a quella crescente schiera di autori indiani (film-makers, fotografi, artisti indipendenti) che da una ventina dʼanni e nei più diversi media sono impegnati nella documentazione di questo tumultuoso scenario sociale. Ogni suo lavoro è frutto di riprese che non sembrano mai sazie di interrogarsi e investigare – e di un ancor più laborioso montaggio, in cui ogni singolo fotogramma o snodo narrativo è teso a rivelare, nellʼassoluta evidenza di ciò che mostra, la macchina delle forze responsabili del conflitto.

Dai primi film, negli anni ʼ90, ai lavori più maturi e anche internazionalmente noti (spesso realizzati in parallelo con il lavoro della scrittrice Arundhati Roy), il tema, o meglio il punto di domanda, è quindi sempre lo stesso: che cosʼè democrazia; di cosa parliamo quando parliamo di democrazia; a cosa e a chi serve, in effetti, la democrazia. Con le sue esclusioni e tradimenti. La crescente diseguaglianza. Il suo non piccolo prezzo quando gli interessi in gioco sono così tanti  – e così recente, influente, pervasiva, lʼesperienza del colonialismo. Vincitore di numerosi Premi di livello internazionale (tra cui il Premio per il
miglior Lungometraggio al Festival Internazionale dellʼAmbiente in Brasile; il Golden Lotus per il miglior Documentario, Il premio Asian Gaze al Pusan Short Film Festival, in Korea), Sanjay Kak ha presto parte nel 2008 alla manifestazione Manifesta7 (Biennale Europea dellʼArte, in Bolzano, Italia) con lʼinstallazione A Shrine to the Future: The memory of a hill (Un tempio del futuro: Memoria di una collina) per documentare lʼaggressione (tuttora in corso) da parte del colosso minerario Vedanta contro il Niyamgiri, montagna sacra per le etnie Gondhi che vivono in quella parte dellʼOrissa. Come saggista interviene spesso su alcune riviste indiane e ha curato il libro-reportage Until My Freedom Has Come – The New Intifada in Kashmir (Penguin India 2011, Haymarket books 2013).

Filmografia (in ordine retrospettivo):
Red Ant Dream (2009-2013)
Jashn-e-Azadi (How we celebrate freedom, 2007) sulla “idea” di libertà in Kashmir
Words on Water (1999-2002) sul Movimento anti-dighe lungo il fiume Narmada;
In the forest hangs a bridge (1999) sulla costruzione di un ponte di bamboo nel Nord Est dellʼIndia;
One Weapon (1997) sul concetto di democrazia nel 50mo anniversario dellʼIndipendenza Indiana
Harvest of Rain (1995)
This Land, My Land, Eng-Land! (1993) sulla diaspora giovanile indiana a Londra
A House and a Home (1993) nel Sud Africa del dopo-apartheid;
Cambodia: Angkor Remembered (1990), sul significato di Angkor Wat tra i Khmer di oggi.