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Intervista a Gaetano Alessi in visita in Val Susa /1.

La presentazione del libro sulla storia della partigiana Vittoria Giunti è l'occasione per parlare con Gaetano di Sicilia, di mafia e di un sistema paese che convive con una criminalità ben differente dagli stereotipi della fiction televisiva. Uno spaccato dell'Italia civile che combatte e di quella che è complice.

di Davide Amerio

Incontro la barba scura di Gaetano che è già notte. È appena rientrato da Torino dove ha presentato il suo libro “L’eredità di Vittoria Giunti” e l’indomani deve partire per Firenze dove lo attendono. Accetta comunque di fare l’intervista.

Gaetano ha vinto nel 2011 il premio nazionale di Giornalismo Giuseppe Fava. È Curatore 2011/12/13 dei Dossier sulle mafie in Emilia Romagna per l’Università di Bologna. Rispondendo alle mie domande è un fiume in piena di dati, avvenimenti, personaggi. La sua storia è anche la ‘nostra’: il racconto di un paese imbevuto di e che, si direbbe, non ha ancora deciso da che parte stare.

GAetano AlessiSei venuto in (e a Torino) per la presentazione di questo tuo libro sulla partigiana Vittoria Giunti. Come nasce questo binomio nella tua attività di giornalista tra la lotta partigiana e la mafia?

Nascono dal posto in cui sono nato. Un piccolo comune della provincia di Agrigento che si chiama . Comune sfuggito al controllo delle mafie, come ammettono gli stessi pentiti di mafia (sei comuni della provincia su quarantatré). È  curioso pensare che era considerato anormale che fossero i comuni ad essere sfuggiti alle mafie e non il contrario. A era nato uno dei fondatori del PCI, Cesare Sessa, e dopo la guerra di sono arrivati in paese cinque . Parliamo di figure importanti, tra queste Vittoria Giunti che era toscana. Il mio comune ha conosciuto le lotte contadine che furono poi lotte per la con una forte partecipazione femminile. Cresco quindi in un ambiente dove non sono solo a contatto con i ‘miei’ partigiani di Salvatore Di Benedetto (uno dei personaggi maggiori delle formazioni della ) ma a Raffadali c’era un viavai di personaggi come Guttuso, Vittorini, Ingrao. Strano per un comune che viene considerato appartenente a una terra di mafia; difatti il comune era chiamato ‘la mosca bianca’.

Albe Steiner, molto legato al Piemonte come commissario politico della Valdossola, viene a morire a Raffadali. Sua moglie Lisa era la miglior amica di Vittoria Giunti. C’è quindi un legame profondo con la storia partigiana e Vittoria è l’asse di tutto. Quel piccolo comune era così particolare, non ne farei una questione di colore, lì diventarono tutti comunisti perché fu il partito comunista quello che guidò le lotte contadine. Quindi mio nonno che morì nel 2000 con la falce e martello sulla bara non conosceva nè Max nè Engels ma a quel colore attribuiva quel suo essere passato dall’essere stato venduto come ‘schiavo’ – a sei anni- come contadino a uomo libero.

Alla fine degli anni ’90 succede una cosa particolare: il primo governo di centro dell’isola. Due personaggi del centrodestra transitano nel centrosinistra e danno vita a quel governo il cui Presidente era Angelo Capodicasa, attualmente ancora senatore del PD. Gli elementi in questione erano Vincenzo Logiudice e Salvatore che oggi sommano condanne per mafia a una ventina di anni. Accade una cosa che nessuno di noi si aspettava: tutta la classe dirigente costruita a pane e PCI transita tutta, nell’arco di due anni, nelle fila ‘cufferiane’. Ci troviamo a resistere un piccolo gruppo di ragazzini e Vittoria Giunti. Qui nasce questo ‘binomio’ fra la ‘ragazzina’ di 85 anni partigiana e un gruppo di ragazzi che si ritrovano come unico punto di riferimento la combattente mentre i padri e i fratelli più grandi non si preoccupavano di fare opposizione.

Poi nacque la storia in quel comune del contrasto tra le mafie e Vittoria e tutti i partigiani che avevano combattuto al nord ed erano venuti al sud. C’era chi tornava a casa (come Di Benedetto) ma c’era chi rimase a combattere la mafia e fu l’unica vittoria della lotta contadina contro le mafie in . Quei quattro anni dal 1951 al 1955 dove quattrocentomila contadini in marcia, un numero impressionante per l’epoca, diedero un colpo pesantissimo alle mafie rurali smantellandole. Quello fu l’unico momento storico in cui le mafie furono assolutamente soppresse.

La differenza fu poi storica:  i contadini non seppero poi organizzarsi fondando le cooperative come successe al nord e diedero vita al più grande esodo della emigrazione siciliana. Dal ’55 in poi le mafie si spostarono nelle città e si riorganizzarono formando le mafie che conosciamo, la mafia industriale. All’epoca “l’esercito degli straccioni”, – come lo chiamavano i mafiosi, – smantellò un controllo di cento anni di mafia agraria.

La mafia quindi non sarebbe così invincibile come siamo portati a credere?

Quella è storia passata, ci fu proprio un cambiamento di mentalità perché furono estirpati i ‘feudi’ e parlare di feudi negli anni ’50 come se si fosse nell’ottocento può sembrare strano ma in Sicilia dopo il ’45 c’erano ancora i feudi con i gabellotti della mafia che difendevano i feudi e i carabinieri che difendevano i gabellotti che difendevano i feudi… Quindi lo schiaffo che presero fu furibondo. Il punto debole fu che non seppero organizzarsi.

Tu hai citato Totò Cuffaro, personaggio quanto mai attuale, ma oggi in Sicilia c’è Crocetta. Come la giudichi la situazione della Sicilia oggi?

Cuffaro fu una parentesi che però ebbe come complice tutto l’arco istituzionale perché che Cuffaro fosse legato ai clan di mafia non era una gran novità: venne trovato negli anni ’90 a chiedere voti a Angelo Siino che era il ‘ministro’ dei lavori pubblici dei Corleonesi e nel ’93 andava in televisione da Costanzo a insultare Giovanni Falcone. Non è che per noi Raffadalesi fosse una novità. Tant’è che lui era stato cacciato via da Raffadali negli anni ’80 e non riusciva nemmeno a farsi eleggere nel consiglio comunale. Lui però rientra perché quando Angelo Capodicasa (DS) e i DS decidono di fare il governo presero  chiunque pur di formare la legislatura e imbarcarono anche Cuffaro sapendo benissimo quale fosse la sua genia. In quel governo c’era anche Rifondazione Comunista; lì si aprono le porte per Totò. Per la prima volta in Sicilia viene inserito un uomo indicato dalle mafie. L’UDC era il quarto partito del centrodestra, avrebbe potuto essere ben qualcun altro quello scelto. Fu una indicazione precisa di Provenzano. Prima emanazione diretta della mafie alla presidenza della Regione siciliana. Prima erano politici che facevano accordi ma mai un’emanazione diretta. Situazione che per otto anni è stata accettata da tutti. Difatti le uniche opposizioni a quel clan di potere erano le associazioni locali. Le uniche che si opposero al Piano Regionale dei Rifiuti: occupammo per 80 giorni un comune (e fummo poi tutti condannati) ma evitammo che la Sicilia fosse violentata da cinque mega inceneritori e ventidue maxi discariche. Venne anche Umberto Veronesi sponsor di quella operazione a dire che “gli inceneritori inquinavano come un motorino a due tempi”, che se lo dicesse mio nipote che ha sei anni la maestra lo rimproverebbe. L’operazione era gestita da Impregilo, da Falck, nomi ben noti anche qui in Val di Susa.

Abbiamo quindi le mafie che giungono a controllare direttamente tutti gli affari giù in Sicilia. Ma noi (associazioni) gli facciamo saltare quel piano. Lo dice anche Lombardo, il Presidente successivo alla Regione Sicilia anch’egli però poi dimesso per condanna di mafia. Cuffaro è stato abbandonato perché non riuscì a mantenere le promesse fatte con il piano dei rifiuti: ventimila miliardi di euro all’anno per trent’anni. Un piano fatto saltare da un’altro “esercito di straccioni”: un gruppo di ragazzi e pochi comuni che gli si opposero.

Dopo Lombardo arriva Crocetta. Di lui ho una sicurezza (e spero di non essere smentito): non si dimetterà mai per un’accusa di mafia. Però Crocetta ha il difetto che hanno molti in questo paese, quello di essere ‘un uomo solo al comando’. Viene eletto con meno voti con i quali la Rita Borsellino aveva perso cinque anni prima. Addirittura meno voti di quelli presi dalla Angela Finocchiaro che era stata ‘stirata’ da Lombardo qualche anno prima

Vince senza una maggioranza, senza un partito di riferimento; era passato dai Comunisti Italiani al PD per essere eletto all’Europarlamento; inviso al suo stesso partito, circondato da segretari personali che non conoscono la Sicilia. Un uomo solo al comando: con i pregi e i difetti del caso.

Come giudichi la mancata candidatura di Rita Borsellino come Presidente della Regione siciliana?

Quella fu un’occasione davvero persa. Ne fui uno dei primi promotori; il primo comitato per Rita Borsellino presidente nasce nella Radeffali di Cuffaro. Un grande significato fare in quel momento quella scelta così aperta. Rita nasce nelle associazioni e viene sposata tardissimo dalla . La sua elezione avrebbe significato lo smantellamento di quella burocratica siciliana che, al di là degli stessi rappresentanti politici, è il cancro vero. Se pensi che il presidente della Asl 6 di Palermo gestisce i soldi che gestisce il Presidente Regionale del Molise e viene nominato dalla e molto spesso di sanità non ne capisce nulla. Il problema quindi non è tanto il Presidente quanto la burocrazia che lo fa girare. E non sai da chi è composta. Spesso contestiamo i costi della ma troppo poco quelli della burocrazia.

In questo momento uno degli uomini che prende la pensione più alta in Italia si chiama Felice Crosta e prende decine di migliaia di euro al mese e di professione fa il ragioniere (con tutto il rispetto dovuto ai ragionieri). Ha avuto l’unico merito di prestare la ‘faccia’ al piano dei rifiuti di Cuffaro.

Segue …