Islam e Terrorismo un sillogismo sbagliato

Seconda serata del ciclo di incontri a Villarfocchiardo sul rappporto tra islam e occidente

di Fabrizio Bertolami.

Il giornalista e professore iracheno Younis Tawfik è stato il relatore della seconda serata del ciclo di incontri sul tema del rapporto tra occidente e mondo musulmano dal titolo: “Una convivenza fra culture diverse è possibile?” organizzato dall’Amministrazione Comunale di Villafocchiardo. Titolo della serata è stato “ e ”, un tema sempre più all’ordine del giorno.

Prima di tutto Tawfik ha voluto precisare che secondo l’Islam il suicidio è vietato e quindi un vero musulmano dovrebbe chiedersi se certi gruppi armati, che utilizzano kamikaze nei loro attentati, siano realmente composti da credenti musulmani o meno. Allo stesso modo, in Italia, ci si dovrebbe chiedere se non ci sia stata un’involuzione nell’interpretazione dell’altro-musulmano. Nell’accezione comune, 20 anni fa, il musulmano nel nostro paese era un “Vu cumprà”, poi è divenuto “Extracomunitario”, poi “Immigrato clandestino” ed oggi è un “Terrorista” (o un un “Migrante”). Ciò non vuol dire che non esista un terrorismo di stampo islamista ma che non è possibile confondere l’Islam tout court con il terrorismo. Tawfik ammette che l’uso della religione islamica, e di alcuni suoi fedeli, è stato manipolato per un gioco di potere molto ampio e molto raffinato. Per cercare di spiegarlo il giornalista e professore iracheno ha innanzitutto ripercorso la storia del terrorismo fondamentalista islamico dalle sue origini ad oggi. Il racconto di Tawfik si dispiega dall’Afghanistan degli anni ’80 all’Iraq del 2003 sino alla Siria e alla Libia di oggi senza soluzione di continuità. Se escludiamo il terrorismo di stampo palestinese, che non ha una motivazione religiosa ma piuttosto nazionalista, il terrorismo “islamico” nasce per contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979. Tawfik ci racconta come gli USA, per poter contrastare l’azione russa in quel paese chiesero ai Sauditi di emettere una Fatwa contro l’invasore straniero di una nazione musulmana e, richiamando combattenti per il Jihad (letteralmente Sforzo ma più comunemente conosciuta come Guerra Santa) creare una guerriglia armata. Combattenti di tutte le nazioni musulmane si ritrovarano a Peshawar, in Pakistan, e furono addestrati dai Servizi Segreti pakistani (ISI). Alla guida di questa “armata” si pose un ricco discendente di una famiglia legata a Re Abdullah Saud, Osama Bin Laden che, con l’aiuto dei guerriglieri Pashtun e delle Milizie del Nord di Massoud, riuscì a sfiancare i russi e costringerli a ritirarsi. Bin Laden divenne così un eroe per gli afghani. Finita la guerra gli ormai ex-mujahidin tornarono nei rispettivi paesi ma, nota Tawfik, non senza soffrire della “sindrome di Rambo”: anni di guerra avevano lasciato il segno ed ormai essi non potevano concepirsi che come combattenti. Reintegrarsi “nella pace” non fù facile. Inoltre venivano visti con sospetto dalle autorità che temevano potessero costituire problematiche cellule islamiche, in particolare come affiliati dei gruppi già presenti come i Fratelli Musulmani in Egitto. Gli ex-combattenti strinsero in quei tempi legami con le moschee e le madrasse (scuole coraniche) locali, spesso finanziate dai sauditi, nelle quali trovarono appoggi ed eventualmente nuovi reclutatori. Nel ’91 la prima guerra del Golfo riportò gli USA sul sacro suolo islamico. I sauditi concedettero le loro basi (così come il Bahrein) come testa di ponte per la liberazione dell’Iraq. Tawfik ricorda che Bin Laden protestò vivamente con il Re Saudita e gli chiese di cacciare gli USA, che si stavano apprestando a combattere un paese musulmano attraverso un altro paese musulmano. Al rifiuto del Re Saudita, Bin Laden tornò in Afghanistan. Nel 1993 nacque Al Qaeda, con il fine di combattere gli USA in medioriente e nel mondo. Dopo il 2001 Al Qaeda divenne, ovviamente, il nemico pubblico numero uno. L’invasione dell’Iraq del 2003 fù l’occasione per Al Qaeda per confrontare direttamente gli americani e le truppe di Bin Laden “filtrarono”, o meglio vennero lasciate filtrare, dall’Afghanistan all’Iraq attraverso l’Iran.

Capo di Al Qaeda in Iraq era il noto Al Zawahiri, poi ucciso nel 2005. Dopo Al Baghdadi, anche lui ucciso, gli successee Abu Bakr Al Baghdadi, il “Califfo” ora a capo dell’. Nel 2011 scoppiò la guerra civile in Siria e, dopo la morte di Bin Laden, Abu Bakr si rese indipendente da Al Qaeda fondando l’ (Stato Islamico della Siria e dell’Iraq) e occupando la città di Raqqa. Secondo Tawfik, Bashar Assad e l’ sono in realtà alleati in quanto questi ultimi aiutano il primo a combattere l’opposizione interna. A sua volta Assad compra il petrolio rubato in Iraq e contrabbandato dall’. In Iraq infatti lo Stato Islamico si è impadronito delle province a maggioranza sunnita in maniera piuttosto semplice allorchè il governo filoiraniano di Nuri Al Maliki ha semplicemente “abbandonato” le caserme con tutto il loro contenuto. Sempre secondo Tawfik, Mosul è stata ceduta da Al Maliki all’ così come in precedenza Assad aveva ceduto Raqqa. Tutto ciò, però, si fonda su presupposti errati. Il professore iracheno ci ricorda infatti che nell’Islam il Potere Terreno e quello Divino non possano essere scissi. Ma il titolo di Califfo richiede delle caratteristiche che Al Baghdadi non possiede. Prima di tuttto egli non è stato designato dalla comunità in quanto persona riconosciuta più colta e autorevole ma si è semplicemente “autoproclamato” in quel ruolo. Inoltre non è neanche un discendente del Profeta Muhammad o almeno un clerico accreditato a livello teologico. La verità è che oggi l’ di Al Baghdadi governa su metà dell’Iraq e della Siria e si finanzia attraverso non solo il traffico di petrolio ma anche quello di reperti archeologici. La domanda di Tawfik è la stessa che molti di noi si sono posti almeno una volta: Perchè si è aspettato così tanto ad intervenire? O meglio perchè ancora non si è intervenuti? Tawfik precisa che l’intervento russo non abbia nulla a che fare con la lotta all’ e che sia in reltà diretto verso l’opposizione siriana avversa ad Assad. Come mai la la prima guerra del golfo richiamò 33 paesi nella coalizione americana, la seconda ne aggregò 23 e oggi invece non si riesca a trovare un accordo? Siria e Libia sembra siano state lasciate al loro destino. Secondo Tawfik c’è troppa confusione ed al momento è impossibile capire chi sta con chi ma la sua tesi più interessante è che l’ sia un mezzo creato per progetti futuri.

A questo punto dal vasto, e ben informato, pubblico che ha gremito la sala si sono levate molte interessanti domande. E’ possibile evitare che il terrorismo islamico prenda piede in Europa e ci minacci dall’interno? La ricetta di Tawfik è la stessa usata nel caso del terrorismo brigatista in Italia. E’ necessario mettere mano alle scondizioni sociopolitiche ed economiche dei giovani immigrati musulmani in Europa poichè situazioni di marginalizzazione sono il “brodo di coltura” in cui si espandono le reti di reclutatori integralisti. Il fenomeno va studiato per comprendere tanto le motivazioni quanto per cambiare gli atteggiamenti radicaleggianti. In realtà l’ISIS non è un movimento religioso ma un’organizzazione che utilizza la tradizionale concezione dell’Islam politico quale ideologia e fa leva sulle popolazioni emarginate per espandersi. Così come Segatti la settimana scorsa, anche Tawfik raccomanda una lettura autentica del Kuran, senza forzarne una interpretazione integralista, poichè se è vero che vi si legge “combattete chi vi combatte” è però specificato che “non è lecito eccedere”. E che dire poi del versetto in cui si dice testualmente “non ucciderete innocenti come donne, vecchi e bambini”? E’ forse questo ciò a cui ci ha abituato l’ISIS?

Un’altra domanda è stata quella sulla possibilità che in un futuro non troppo lontano l’intero medioriente possa essere suddiviso in stati etnicamente omogenei e che l’ISIS possa servire a questo scopo. In effetti, nota Tawfik, la creazione di uno Stato Kurdo incuneato tra Turchia, Iraq ed Iran sembra un esito sicuro, garantito da russi, americani e iraniani. Il resto dell’Iraq potrebbe venir suddiviso in due stati, uno sunnita ed uno sciita a sud. La stessa Siria potrebbe venir divisa in tre stati: uno alawita, con a capo Assad, sulla costa. Uno turcomanno al confine con la Turchia ed uno sunnita al confine con l’Iraq centrale. La Libia ha già attualmente tre governi in pectore mentre anche l’Arabia Saudita potrebbe essere essere partizionata. Ultimamente, infatti, si sono levati voci di un possibile colpo di Stato in quel paese, ma gli esiti sarebbero incerti. Il professore nota come la Russia sia tornata in forze nell’area mediorientale con l’intenzione di guadagnare il tanto agognato accesso alle “acque calde” del Mediterraneo e del Golfo. Con l’intervento in Siria e l’alleanza a tutto tondo con l’Iran la sua presenza l’obiettivo sembra raggiunto ma la sua presenza si fa strategica anche per altre nazioni come l’Egitto e la stessa Arabia Saudita. La Turchia invece gode ancora dell’appoggio americano ma rischia di vedersi mutilata di un terzo del suo territorio se il Kurdistan dovesse nascere. La posizione della Turchia è sicuramente una delle più difficili da decifrare. In questi ultimi dieci anni la posizione dell’Iran è invece andata rafforzandosi poichè con la sconfitta dei Taliban in Afghanistan e di Saddam Hussein in Iraq, due insidiosi nemici sunniti sono stati eliminati e le popolazioni sciite prima sottomesse hanno potuto guadagnare posizioni in entrambi i paesi. Al momento il governo Iracheno è, neanche tanto velatamente, sotto il controllo iraniano. L’Afghanistan di Karzai è stabile anche grazie all’Iran. Il Libano è tenuto dal partito Hezbollah, che l’Iran finanzia ed arma. Assad è da sempre un grande alleato iraniano e il sud dell’Arabia vede la minoranza sciita degli Houti respingere e controbattere il meglio armato (ma inesperto) esercito regolare saudita. Molte altre sarebbero state le domande se il tempo lo avesse permesso, ma ribadiamo che un tema come questo andrebbe approfondito costantemente per essere compreso in tutte le sue sfaccettature. In definitiva il professor Tawfik ci ha detto che il terrorismo muore se gli si “toglie l’acqua” ovvero se si migliorano, in Europa, le condizioni socioeconomiche degli immigrati musulmani e se si smette , surrettiziamente, di finanziare l’ISIS attraverso la complicità con i suoi traffici. Ed infine, se ci si ritrae dall’intevenire esternamente e piuttosto si fornisce supporto ai resistenti locali come la guerriglia anti ISIS che sta nascendo in Iraq, proprio in quella Mossul dalla quale Tawfik proviene e nella quale, ne siamo certi, vorrebbe poter tornare un giorno e trovarla in pace.

(F.B. 10.02.16)