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Istat più libri ma meno lettori

L'Istat certifica (di nuovo) che nel nostro paese la lettura è poco amata.Chi sono i responsabili di questo deficit culturale?

L’Istat ha pubblicato il rapporto annuale sulla produzione dei e sulle letture negli ultimi dodici mesi. Si conferma un paese che non ama la .
di Davide Amerio.

In ambito editoriale il 2017 ha visto una sensibile ripresa della produzione; si stampano più titoli (+9,3%), e più copie (+14,5%). In aumento le pubblicazioni dedicate ai ragazzi. Cresce il mercato digitale (più libri disponibili in formato e-book).

Parrebbero buone notizie , invece no: grandi assenti sono i lettori. Due dati sconfortanti: sopra i 6 anni, il 59% degli Italiani non ha letto nemmeno un libro. I lettori, considerati forti (con all’attivo almeno un libro al mese) sono meno del 14%.

Ne parla Silvia Truzzi sul FQ che, in data odierna, risponde anche ad un lettore, il quale denuncia l’ignoranza dilagante nel nostro paese. 

Il problema è noto. Il suo perdurare, e il suo aggravarsi, denota la scarsa sensibilità politica nei confronti del problema. A monte, si possono individuare due fattori, come causa di questa “debolezza” intellettuale: l’esempio che i giovani trovano nelle famiglie, e la scuola.

Un terzo fattore, sul quale solitamente si punta l’indice, sono i social, quali strumenti diabolici che offrono prodotti di verità (falsità) confezionate, in libero accesso, senza dover ricorrere alla fatica intellettuale del discernimento tra vero e falso, realtà e finzione. 

Ma la colpa è dei social, del web in generale, o del cattivo (ignorante) approccio che si ha con esso? Propenderei per la seconda ipotesi che, in fondo, trova una giustificazione negli altri due fattori di cui abbiamo fatto menzione più sopra.

Il piacere della lettura, e dello sviluppo di un pensiero critico, raramente può generarsi in solitudine. Necessita di modelli di riferimento, di accompagnamento, e di una buona dose di umiltà.

Caratteristica, quest’ultima, in via d’estinzione, in un mondo di prodotti preconfezionati e pubblicizzati, solleticanti sensazioni di piacere immediato, così lontane da quel lento travaglio intellettuale che partorisce riflessioni, dubbi, ragionamenti, e argomentazioni.

Anche la politica ha ceduto, da tempo, a questo supermercato delle offerte speciali, dell’offerta alettante, della confezione originale, ma del contenuto stantìo e falso. Di cosa stupirsi dunque?

Come affrontano gli intellettuali questo problema? In genere guardando sempre più con disgusto e riprovazione questo popolino che ristagna nel magma della propria ignoranza, lanciando strali dalle loro posizione comode sotto l’ala protettrice di qualche politico di turno.

Come interrompere la spirale perversa che avvolge nel manto dell’ignoranza il popolo, mentre cala il freddo della complessità di una società sempre più destrutturata e articolata?

Una strada c’è, molto antica, e sempre percorribile, ma desueta e poco percorsa ultimamente: quella dell’onestà intellettuale, della libertà di pensiero, e dell’affrancamento dai comodi tepori delle protezioni politiche.

Intellettuali, ricercatori, giornalisti, professori, scienziati, pensatori di ogni tempo e luogo, hanno modificato le sorti del mondo agendo in modo libero e indipendente, ricercando il vero, offrendo il proprio contributo al progresso (reale) dell’umanità, seminando la conoscenza ovunque, indipendentemente dai regimi politici, senza domandarsi se il “popolo” avrebbe capito o meno; senza giudicare quelli che non sanno, ma facendo delle proprie capacità uno strumento per il miglioramento collettivo.

 (D.A. 03.01.19)