La causa dei diritti LGBT si risolve con la cancellazione del “genere”?

La società italiana è certamente pronta ad accettare i diritti LGBT. Eliminare il genere dalle nostre vite, come sottolinea Fusaro, può essere utile alla causa LGBT?

di Davide Amerio

Sono un convinto sostenitore della causa dei diritti del mondo LGBT, e delle famiglie, così definite, ‘arcobaleno’. Recentemente la proposta del DDL Zan, che vorrebbe aggravare la posizione giuridica (e penale) di chi discrimina e incita all’odio, avendo come sfondo la discriminazione di genere e di sesso, vede contrapporsi opposti schieramenti con le tradizionali barricate ideologiche.

Diego Fusaro, controverso filosofo, ma che personalmente apprezzo, pur non condividendo tutte le sue posizioni, scrive un post su FB a riguardo, cogliendo l’occasione di una foto pubblicata sul La Repubblica:

Orbene, Fusaro non ha torto, e pone una questione importante. Ma la contrapposizione degli steccati impedisce una visione globale della questione: destra e sinistra, pur avendo ragionevoli argomenti dalla loro parte, ne fanno, inequivocabilmente, un feticcio ideologico che svilisce il tema politico.

La società italiana, nel suo complesso, è certamente pronta ad accogliere quei “nuovi” diritti che emergono dalla richiesta del mondo LGBT: si tratti di famiglia, o di figli, abbiamo ampie dimostrazioni che l’amore, in quanto tale, non ha confini, e non può essere catalogato e circoscritto dagli stretti limiti di qualche testo “sacro”, scritto nella notte dei millenni, da qualche mano umana, ma con la pretesa che le parole fossero ispirate dalla divinità in persona.

Ci piaccia o meno, che lo capiamo o meno, nella sua “perfezione”, la Natura genera delle “imperfezioni”, per nostri occhi, ma non per il Suo progetto: così ci sono identità femminili rinchiuse, e costrette, dentro un bocciolo maschile, e vice versa. Persone umane lottano per ristabilire la propria identità interiore, mentre parte della società (sempre meno, per fortuna), punta loro il dito contro, discriminandoli, come se avessero scelto liberamente di essere ciò che sono esteriormente, diversamente da ciò che sentono di essere nel profondo.

L’omosessualità non è mai stata una discriminante, nella storia umana, per l’attribuzione dell’intelligenza. Anzi, se mai, il contrario. Buona parte della cultura, della scienza, del sapere (quella che manca a molti di coloro che disprezzano il mondo LGBT), è ricca di personaggi straordinari, che hanno dato contributi determinanti al progresso umano. Vale la pena menzionare, in relazione proprio ai Social, ambito nel quale spesso si trovano i peggiori pensieri a riguardo, la storia di Alan Turing. Un breve profilo di Wikipedia è illuminante:

Questo era il “frocio”, l’omosessuale Alan Turing: un genio, morto suicida dopo essere stato incarcerato dal governo inglese per omosessualità, ed essere stato costretto alla castrazione chimica. La storia, quella vera, è ricca dei racconti delle sofferenze imposte dalle società bigotte, dalle fedi religiose assolutistiche, da malevoli convinzioni, a uomini e donne, capaci, geniali, straordinarie, costrette a nascondere la propria identità sessuale, e perseguitate dalla mediocrità del pregiudizio.

Analogamente, delle famiglie definite ‘arcobaleno’ che hanno adottato dei figli, ampi sono i riscontri positivi; figli cresciuti nell’amore di una famiglia al pari, e forse anche di più (dalla media delle cronache), di una famiglia “tradizionale”. I bambini sono molto più felicemente recettivi nell’accettazione delle differenze, quando vengono loro spiegate con armonia e semplicità. Sono gli “adulti”, o quelli che si sentono tali, coloro che discriminano, disprezzano, e costruiscono odiosi pregiudizi sommari per giustificare il proprio credo, religioso o politico che sia.

Ma torniamo a Fusaro. Egli pone una questione dirimente, nell’ambito della società in cui viviamo: il tentativo, da parte di oligarchie, delle élite, dei mercati globali e consumistici, di eliminare tout court le identità di genere, attraverso l’ammaliamento delle mode, spacciando per “progresso” quello che è, in realtà, un depauperamento culturale e sociale.

Questo tentativo di “normalizzare” la persona umana in un soggetto privo di una propria essenza antropologica può essere d’aiuto alla causa dei diritti LGBT?

Direi proprio di no! Anzi!

Questo indirizzo non ha nulla a che fare con il riconoscimento della dignità dei diritti LGBT; non si sposa con la libertà – negativa, in senso liberale – di non impedire a qualcuno di poter essere ciò che sente di dover essere, nella propria identità profonda.

Tanto meno con quella – positiva – per la quale uno Stato dovrebbe provvedere alla rimozione degli impedimenti che impediscono lo sviluppo della persona umana, quale che sia l’identità cui una persona sente di appartenere, oltre la materialità fisica.

Questa spoliazione normalizzante conduce ad altri obiettivi: privare le persone di una propria riconoscibilità interiore, qualunque essa sia, per finalità di dominio commerciale, e politico.

La narrazione della “cessione” di sovranità (politica, monetaria), con l’infausta promessa di un nuovo Eden, ha fatto da apri pista. La volontà di costruire una società “liquida” in cui veniamo privati della nostra identità (sesso, etnia, nazione, cultura, storia), agevola il mercatismo globale: non ci sono più uomini e donne, non è più necessario produrre beni differenziati, non ci si deve preoccupare di intercettare gusti e preferenze, bensì esiste solamente un unicum unisex tanto mutevole quanto indefinito.

Alle persone non resterebbe che la costrizione all’adattamento, per non incorrere nelle sanzioni sociali, nella disapprovazione, nel rischio di essere classificate come “diverse”: tema, come si può intuire, utile per ogni classificazione discriminante.

La moda si presta a questa strumentalizzazione: la creazione dell’immagine di sé, l’accettazione da parte degli altri, la posizione sociale, la propria elaborazione intellettuale, tutto confluisce in una identità fluida e continua che non conosce più i confini dell’essere. Essa genera, di conseguenza, soggetti privi della capacità di opporsi, perché privati di riferimenti certi (condivisibili o meno, giusti o sbagliati che siano), di una distinzione tra il sé e l’altro diverso dal sé.

Questa trasposizione ideologica appare, in embrione, ma piuttosto chiaramente, nel decreto Zan, ed é uno dei motivi per cui viene fortemente criticato da alcuni, anche da sinistra. Fatto salva la necessità di provvedere (diversamente da quanto sostenuto da destra) a una maggior azione nei confronti di chi semina disprezzo e pratica violenza, in nome di una presunta superiorità – normalità – sessuale, restano i dubbi sollevati sui problemi giuridici che il testo della Legge, così formulato, possa provocare.

Ma lo scontro ideologico sul tema, tra destra e sinistra, si presta bene a configurare quella tipologia di contrapposizione “orizzontale” tra fazioni, ben illustra da Fusaro nel suo “Pensare Altrimenti”; dimentiche della lotta “verticale” verso i centri di poteri elitari, verso cui dovrebbero essere indirizzate le energie.

Assistiamo quindi alla cerimoniosa e retorica propaganda di una sinistra che presume -a priori – la propria superiorità progressista, e di una destra fondamentalista che continua a immaginare la società come specchio di un modello del 1950.

Schieramenti contrapposti, entrambi colpevoli di aver già venduto il proprio consenso elettorale a quella farsa di progetto europeista, di radicata ispirazione neoliberista, narrato come ineluttabile e terra di felici società consumistiche globali.

Visioni sterili, metodologicamente inadatte a comprendere il nocciolo delle questioni, incapaci di dubitare, di creare progetti politici reali, di visioni di modelli alternativi a quelli che, quotidianamente, ci vengono imposti da élite, politici mediocri, con la complicità di una informazione padronale asservita.

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