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La ley es como una serpiente, únicamente ataca a quien está descalzo

La Legge è come un serpente, si attacca unicamente a chi cammina scalzo. Un aforisma di Oscar Arnulfo Romeo, per raccontarci le oppressioni subite dalle donne. A cura di M.T. Messidoro

di Maria Teresa Messidoro (vicepresidente associazione )

La Legge è come un serpente, si attacca unicamente a chi cammina scalzo. Un aforisma di Oscar Arnulfo Romeo, introduce la relazione di Maria Teresa Messidoro di ritorno dall’, per raccontarci le oppressioni subite dalle salvadoregne. Buona Lettura.

Dedicato a Beatriz
morta l’8 ottobre 2017,
dopo che aveva commosso il mondo nel 2013 
quando, a ventidue anni, nella sua lotta per sopravvivere 
chiese allo Stato Salvadoregno di poter interrompere 
la propria gravidanza che metteva a rischio la sua vita, essendo affetta dalla malattia rara lupus eritematoso sistemico discoide. 
I magistrati la obbligarono a portare a termine la gravidanza: il bambino visse soltanto poche ore e Beatrice fu colpita da una malattia renale. 
La causa contro lo stato salvadoregno, presentata alla Commissione interamericana dei Umani, è ancora in corso.

Pueblo Mexicanos, jurisdicción di , El Salvador, 3 luglio 1792.
Io mi chiamo Gregoria, anche se per molti sono Petrona. Sono figlia di Pablo de Jesús. Oggi la Real Sala del Crimen di San Salvador analizzerà il processo iniziato il 18 del mese scorso contro di me e mio padre, entrambi siamo accusati di incesto. Secondo la testimonianza di una donna, mi pare si chiami Ana Silveria, ma non ne sono sicura perché non è nostra parente, più di una volta, di notte, quando mio padre batte sul pavimento con il piede o il bastone, io sono costretta a coricarmi con lui e a subire le sue violenze. Secondo Ana io scelgo liberamente di farlo, ma non è vero; mio padre ha dichiarato durante il processo che era geloso del rapporto intimo che avevo con Juan, era convinto che questo ragazzo mi avesse già fatto perdere la mia verginità, ma nemmeno questa accusa è vera. Tra me e Juan ci sono state soltanto delle carezze e dei sorrisi, in totale innocenza; è stato invece mio padre a rendermi donna, mio malgrado a soli 13 anni. Ho paura di essere in cinta

L’arringa finale del giudice non lascia dubbi sul fatto che questo caso non era isolato, ma corrispondente ad una pratica molto comune purtroppo nel territorio salvadoregno. Scriverà “… questo delitto si è tanto propagato che nemmeno le ragazze vergini più schive riescono a difendersi dai turpi atteggiamenti dei loro stessi padri”. Il giudice chiederà la pena di sedici anni; due mesi dopo, il 12 settembre del 1792, la sentenza sarà di condanna per Pablo di sei anni di carcere e di duecento frustate, durante le quali il condannato avrà una scritta sulla fronte: per incesto. Contemporaneamente, Gregoria viene condannata a quattro anni di reclusione, in quanto considerata “consenziente” della violenza subita. Non si parla di stupro, anche se così fu, trasformando Gregoria da “vittima” a “complice” di un crimine sessuale che avrebbe potuto evitare. Come?

Un qualunque pueblito contadino di El Salvador, 1930
Io mi chiamo Maria, sono la più piccola di tanti fratelli e sorelle, non so nemmeno quanti siamo in famiglia, so che lavoriamo duro in campagna, con i miei genitori. Sfortunatamente da quando sono nata ho un terribile peso sulla schiena, ho una petaca, credo che voi la chiamate gobba. Sono pallida come una farfalla, carina ma triste come la Vergine di quel quadro in cui lei benedice chi la guarda: mi sento diversa da tutti gli altri bambini, per questo spesso piango e se non piango ho sempre gli occhi rivolti verso il basso, ho paura di guardare in faccia le persone che incontro, so che si burlano di me. Mio papà, preoccupato per me, ha deciso di portarmi da un guaritore, perché mi curi finalmente; ma quando iniziano i trattamenti, mi accorgo che non è per niente piacevole, anzi. Tutti i giorni si approfitta di me e non posso ribellarmi, non posso, tantomeno posso raccontarlo a mio padre che mi accompagna con la speranza che io possa guarire. Ora, al colmo della sfortuna, mi è sorta una petaca sul ventre: all’inizio era minuscola, nessuno se ne accorgeva, ma col passare del tempo cresce, cresce, cresce. Non riesco a dormire, sulla schiena non posso ed ora neppure dall’altra parte; non ho più fame, piango ancora più di prima, mi sento sfortunata e cattiva, dato che il guaritore continua a farmi del male. Forse è meglio che me ne vada per sempre, chissà se in cielo le mie due petacas spariranno…

Maria è un personaggio di un cuento de barro di Salarrué, che si intitola appunto La petaca, in cui uno dei più famosi ed eclettici scrittori salvadoregni punta il dito contro la violenza sessuale nei confronti di bambine ed adolescenti, un elemento negativo della cultura salvadoregna sulle cui cause non si è mai ricercato a fondo, così come si trascurano i meccanismi che lo perpetuano nel tempo. Maria, nel finale del racconto, viene definita una santa dalle tante donne che accoreranno per vederla, ora che mentre gli altri piangono forse sorride, da qualche parte, ora che finalmente si è lasciata morire.

Jiquilisco, regione di Usulutlán, El Salvador, 17 dicembre 2018, duecento anni dopo il caso di Gregoria.
Io mi chiamo Imelda Cortez, ho vent’anni, ma ormai sono vecchia dentro. Da quando avevo undici o dodici anni, non mi ricordo bene, il mio patrigno ha iniziato ad abusare di me; si chiama José Dolores Henríquez, ha più di settant’anni, e mi ha sempre minacciato affinchè non raccontassi a nessuno ciò che subivo. Avrebbe ammazzato mia madre ed i miei fratelli, mi ripeteva sottovoce quando rimanevamo soli. Mi diceva anche che data la mia giovane età non potevo certamente rimanere in cinta; e fu così che in un pomeriggio di aprile dell’anno scorso, inaspettatamente, provai dei forti dolori al ventre. Non sapendo cosa fare, mi precipitai alla latrina posta nel cortile della nostra piccola ed umile casa di campagna: con orrore, scoprii che il mio piccolo bambino era finito in mezzo agli escrementi. Chi accorse ad aiutarmi, mi portò in ospedale, dove fui immediatamente accusata di tentato omicidio aggravato. Dopo un anno e sette mesi di prigione, lunedì scorso sono stata messa in libertà, perché il giudice ha cambiato il delitto di cui ero accusata, ora sono stata dichiarata colpevole di abbandono e trascuratezza di persona. Come sarà la mia libertà?

Il caso di Imelda non è sicuramente isolato: secondo l’Informe sobre Hechos de violencia contra las Mujeres, nel 2018 si sono registrate 4028 denunce per delitti contro la libertà sessuale nei confronti di minorenni. Tra gli aggressori, i più frequenti sono i compagni di vita, conoscenti, amici e famigliari, soprattutto i patrigni. Nello stesso anno, 173 bambine ed adolescenti vittime di violenza sessuale sono rimaste in cinta, mentre nel 2017 erano state 781; l’indagine mette in luce che è “naturale” a partire dai nove anni avere relazioni sessuali con uomini più vecchi di almeno vent’anni e correre il rischio di rimanere in cinta. E’ evidente che in questo tipo di relazione prevale una gerarchia di potere che limita fortemente lo sviluppo integrale delle bambine e delle adolescenti; il rimanere in cinta giovanissime continua a non essere considerato un delitto, compiuto da chi ha abusato, quindi non si denuncia, non si va al processo ed infine non si punisce. I dati sono impietosi: il 30% dei parti ospedalieri avvengono coinvolgendo minori di diciotto anni, per le quali la prima causa di morte in gravidanza è il suicidio per avvelenamento: si è passati dal 14% del 2006 al 50% nel 2013.

Casa de Mujeres en el camino: de la privación de libertad a un proyecto de vida, San Salvador, El Salvador, 21 novembre 2019
Io mi chiamo Teodora, ho trentaquattro anni, sono la sesta di undici figli di due semplici e poveri contadini che vivevano nella regione di Auachapán. Il mio percorso scolastico terminò con la scuola obbligatoria, fino al noveno grado. Ho un figlio. Non mi sono interessata di politica, non sono mai stata militante da giovane. Ora è diverso. Ho trascorso dieci anni e sette mesi della mia vita nel carcere femminile di Ilopango, perché a ventitre anni, mentre svolgevo il lavoro di venditrice per le strade della città, sono rimasta in cinta; non è stata una gravidanza facile, e si è conclusa con un parto anticipato, non so esattamente di quanto, ma sfortunatamente il neonato è morto perché ha cessato di respirare, non si sa bene se durante o subito dopo il momento della nascita. Non c’erano prove inconfutabili sulla mia responsabilità, ma non importa, sono stata condannata a trent’anni di prigione. I primi anni in carcere sono stati duri: le altre recluse, quando scoprivano per quale motivo ero lì dentro, ufficialmente procurato omicidio, mi isolavano, non mi davano da mangiare, mi picchiavano. Fortunatamente nel 2015 una organizzazione basca sceglie di contattare in carcere las 17, le donne in carcere con l’accusa di , oltre alle ragazze coinvolte nelle terribili storie di pandillas, le bande giovanili. Inizia così anche per me un periodo nuovo, mi sono trasformata in attivista, in una donna che lotta controcorrente, perché dobbiamo sconfiggere una mentalità machista diffusa ed imperante in El Salvador. Quando usciamo dal carcere siamo più povere e più deboli di prima, corriamo il rischio di ricadere negli stessi errori e problemi perché continuiamo ad essere dipendenti e vulnerabili. Con questa associazione invece cerchiamo di immaginare e costruire alternative reali per un reinserimento nella società più giusto e più rispettoso delle donne. Dobbiamo smettere di sentirci colpevoli e senza autostima, dobbiamo recuperare la nostra dignità, continuare ad essere voceras di chi è ancora in carcere, lottare perché cambi questa legge ingiusta che penalizza l’, ma solo l’ di chi non può permettersi una clinica lussuosa in Messico ad esempio

Questo dialogo con Teodora non è immaginario, perché davvero il 21 novembre di quest’anno l’abbiamo incontrata, nella casa rifugio di mujeres en camino a San Salvador. Una casa accogliente, con lo spazio per i bambini, i dormitori, l’ufficio per le consulenze legali e sanitarie, il luogo in cui dedicarsi alla musica e al teatro, la sala per gli scambi e gli incontri, come quello che abbiamo vissuto noi. E’ stato un momento intenso, partecipato: oltre a Teodora, erano presenti due rappresentanti di Ni una menos salvadoregna, Julia Valencia, cioè Señorita Violencia, una femminista che lotta con gli strumenti grafici di cui dispone attraverso magliette, borse, segnalibri e murales, due italiane e cinque esponenti delle associazioni di donne del piccolo pueblito di San Francisco Echeverría, oltre a una nostra amica salvadoregna della capitale, socia e collaboratrice della nostra associazione di volontariato. L’incontro è trascorso veloce, con una complicità femminile che a volte si crea, senza sapere perché: a malincuore ci siamo lasciati, con la promessa di mantenere un legame, di continuare a costruire ponti ed iniziative, perché la donna anche in El Salvador conquisti i propri diritti. A partire da quello dell’aborto.

In El Salvador nel 1997, terminata la guerra, sotto il governo arenero di Calderón Sol, con una riforma del Codice Penale, sotto la pressione di gruppi ultraconservatori, si eliminò la tradizione giuridica salvadoregna di più di 150 anni, di consentire l’aborto in condizioni particolari, come la deformazione del nascituro, la presenza di uno stupro o violenza sulla minore, il pericolo di morte per la madre.

Nonostante dieci anni di governo del FMLN, El Salvador, insieme a Nicaragua, Haiti e Repubblica Dominicana (per rimanere in America Latina), è ancor oggi un paese in cui l’aborto è considerato reato, anzi.

In El Salvador, con l’accusa di omicidio aggravato per complicazioni ostetriche, a volte quando la minorenne nemmeno ha preso coscienza di essere in cinta, si rischiano fino a trent’anni di carcere

“Las 17”, di cui fanno parte Teodora e Imelda, sono le diciassette donne incarcerate per aborto per emergenza ostetrica, un simbolo non solo in El Salvador di questa lotta per il diritto all’aborto: tutte donne che vivevano e vivono in estrema povertà, che hanno avuto problemi ostetrici nel momento del parto o hanno perso il figlio per la mancanza di assistenza medica. Molte di loro sono arrivate con urgenza nelle strutture sanitarie dissanguate e come risposta sono state trasferite in carcere o mantenute in ospedale ammanettate alla barella. Rischiano fino a trenta o quaranta anni di prigione.

Nel 2018, un deputato del partito di destra ARENA, Johnny Wright, quasi al termine della penultima legislatura, riprende una proposta presentata nel 2016 dalla deputata di sinistra Lorena Peña, che prevedeva la depenalizzazione dell’aborto in quattro circostanze: quando la vita della gestante è in pericolo, quando una donna rimane incinta perché vittima di violazione, sia adulta o minorenne o quando il feto presenta gravi malformazioni. Wright sceglie di concentrare la propria proposta su due soli casi dei quattro indicati nella proposta Peña: quando la vita della donna è in grave pericolo e quando una minorenne rimane in cinta in seguito ad una violazione. Intorno a questa proposta di legge si raccoglie un gruppo trasversale di deputati, soprattutto deputate. Nella primavera del 2018 si giunge al momento della votazione in Assemblea: la pressione di gruppi antiriforma, la discesa in campo dello stesso Arcivescovado di San Salvador, con una raccolta di firme anti aborto in tutte le chiese della diocesi, che raccolse ventunmila adesioni, le prese di posizione di alcune chiese evangeliche, conservatrici e machiste, el il documento firmato da studenti dei collegi privati della capitale, oltre alla paura di non raccogliere voti nelle previste successive nuove elezioni, tutto questo determinò un voltafaccia di molti deputati, teoricamente convinti della proposta di legge. Alcuni deputati del FMLN, il partito di sinistra, scelsero diplomaticamente di non essere presenti. La proposta non fu approvata, non avendo ottenuto la maggioranza semplice dei componenti l’Assemblea legislativa, necessaria per una riforma della legge penale. Per la cronaca, forse anche per questa presa di posizione, il deputato Wright è uscito da Arena e ha fondato un nuovo piccolo partito, Nuestro Tiempo.

Nella società civile salvadoregna qualcosa si muove, anche se a fatica: oltre al comitato di appoggio e sostegno a las 17, lavora instancabilmente la Agupación Ciudadana para la desdepenalización del aborto en la República de El Salvador, che finora è riuscita, grazie anche all’appoggio di altre istituzioni ed organizzazioni, a liberare quarantadue donne, incarcerate per aver interrotto la propria gravidanza o per aver dovuto affrontare una emergenza ostetrica; attualmente si adopera per ottenere la libertà di altre sedici donne che si trovano nella stessa situazione. Più precisamente tredici sono nel carcere di Izalco, due nella Granja ed una ancora in quello di Ilopango; probabilmente ci sono altre quattro o cinque donne in carcere con la stessa accusa, ma non è ancora semplice identificarle con esattezza.

E’ interessante sottolineare che soprattutto negli ultimi anni il lavoro della Agupación Ciudadana è stato supportato anche dalle prese di posizione di donne appartenenti a ben altro ceto sociale, che hanno scelto di scendere in campo sul tema dei diritti delle donne e della depenalizzazione dell’aborto. Una di loro è Claudia Alexandra Araujo, figlia di Carlos Enrique Araujo Eserski, appartenente a una delle nuove famiglie emergenti nel campo della finanza: Carlos è presidente del Banco Azul e Inversiones Financiera Grupo Azul, nei cui consigli di amministrazione siede anche Claudia. Claudia è una delle dodici donne impresarie presenti a questo livello nella scala aziendale, in un paese, El Salvador, in cui solo il 13% degli incarichi direttivi di compagnie ed imprese presenti in Borsa è occupato da donne. Il paese latinoamericano con una maggiore presenza femminile è il CostaRica, con il 22%, mentre la media del continente sudamericano è il 12%. La distanza tra Claudia Araujo e l’attivista di Agrupación Ciudadana, Morena Herrera, che ne è portavoce, è evidente: ciononostante, questa convergenza di obiettivi e strumenti di lotta è indice di un cambiamento, seppure ancora limitato, nella mentalità salvadoregna.

L’attenzione sul caso El Salvador è internazionale: prova ne è la visita effettuata nel novembre di quest’anno da una delegazione di donne democratiche statunitensi, provenienti dagli stati di Alabama, Florida, Arizona e Georgia, gli stati dove nell’ultimo anno si è discusso e a volte approvate leggi che proibiscono l’aborto o lo restringono in una forma molto selettiva. “Voglio sperare che ciò che succede in El Salvador non succeda nel mio stato” ha affermato Nikema Williams, senatrice della Georgia, dove nel maggio scorso è stata approvata una legge che proibisce l’aborto dopo le prime sei settimane di gravidanza, contro le venti ammesse in precedenza; fortunatamente un giudice federale ha bloccato questa disposizione, ma temporaneamente. “Dobbiamo comprendere il potere delle donne quando si aiutano reciprocamente e avere fiducia nella capacità delle donne di prendere le decisioni più giuste per se stesse e le proprie famiglie” ha aggiunto la deputata Stephanie Howse, Ohio.

Dobbiamo essere convinte di questo: perché anche una donna come Miriam possa uscire dal carcere, dove ha trascorso vent’anni della sua vita. Miriam viveva in un piccolo canton della regione di Morazan. Nella scuola elementare ebbe grandi difficoltà nell’apprendimento, è rimasta per questo analfabeta, esami successivi le riconosceranno un ritardo mentale lieve. A venticinque anni rimase in cinta, quando partorì e la piccola creatura morì, la accusarono di omicidio, anche se l’autopsia dichiarò che la causa di morte era indeterminata, non potendo stabilire con esattezza se al momento del parto il piccolo era ancora vivo o già morto. A causa della propria situazione di povertà. Miriam e la sua famiglia non poterono pagarsi un avvocato, il suo difensore d’ufficio non si preoccupò di cercare la verità. Miriam è stata condannata a trent’anni, per lei le organizzazioni femministe salvadoregne chiedono l’indulto.

Mentre si continua a lottare, perché non ci siano altre Miriam, o Maritza, anche lei condannata a trent’anni, o Guadalupe, da undici anni in carcere, da quando aveva diciotto anni. O Veronica, finita in carcere a diciannove anni, nel 2003: nubile, semianalfabeta, collaboratrice domestica, rimase in cinta dopo aver subito uno stupro. Nessuno sa esattamente come si svolse il parto, nessuno ha determinato esattamente il suo periodo di gestazione, né si è potuto stabilire quale è stato il ruolo di Veronica al momento del parto. Ciononostante, è stata condannata a trent’anni di carcere.

Sono storie che ci colpiscono come uno schiaffo, che ci portano ad una realtà che non vorremmo incontrare, conoscere, ma contro cui occorre battersi.

Carmen Rosa è una salvadoregna originaria di Ciudad Delgado, da molti anni vive emigrata in Australia, come altri, molti, compatrioti, perché quello salvadoregno è un popolo di migranti.

Quando ha letto del presidio davanti alla sede della Fiscalia di San Salvador, in solidarietà di Evelyn Hernández, la giovane liberata dal giudice perché non esistevano prove del suo delitto di aborto, Carmen ha aperto l’archivio dei ricordi, e così ha scelto di raccontare di essere una orfana perché sua madre aveva praticato un aborto non assistito: anni fa ne provava vergogna, ora no, ora vuole raccontare istoria vivas. Storie che sono una denuncia, un monito, una promessa di impegno per tutte noi, in qualunque parte del mondo viviamo.