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La Micro accoglienza in Val Susa: cosa avrebbe detto Kant? Parte seconda

Seconda parte dell'inchiesta di Marilena Cantini sull'operatività dei Centri di Accoglienza e sul caso dei centri in Val di Susa.

di Marilena Cantini.

3 I straordinaria, Cas

Negli ultimi anni, ai centri governativi di accoglienza, quelli elencati sopra, si sono aggiunti i Centri di accoglienza straordinaria. Si tratta di strutture che forniscono accoglienza temporanea, che fanno parte di un sistema “informale” a cui collaborano soggetti diversi: Comuni, realtà del terzo settore e imprenditori privati. Il progetto di micro accoglienza della Valle di Susa mira proprio alla costituzione di numerosi Cas, distribuiti in tutti i Comuni che partecipano al progetto. Lo scopo dei Cas è sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie di accoglienza. Le Prefetture individuano tali strutture in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, sentendo anche il parere dell’ente locale nel quale si colloca la struttura, attraverso le modalità di affidamento dei contratti pubblici. La permanenza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento del richiedente nelle strutture seconda accoglienza. Visto il carattere straordinario dei Cas e alla loro condizione di provvisorietà, esistono facilitazioni enormi per aggiudicarsi l’appalto. Quello dei centri di accoglienza straordinaria è un panorama piuttosto variegato, di cui fanno parte sia strutture che costituiscono singole esperienze virtuose, sia strutture che, al contrario, sono del tutto inadatte all’accoglienza. Emergono diversi casi di centri fatiscenti, carenti di condizioni igieniche e di sicurezza minimamente adeguate sia per gli ospiti che per i lavoratori e i volontari che vi operano. Anche il rispetto degli “standard sanitari”, fondamentale per i migranti e per gli operatori impegnati nei centri, nonché per la cittadinanza, risulta del tutto insufficiente, spesso del tutto carente. I Cas, infatti, non sono regolati da una struttura normativa di riferimento che ne stabilisca standard minimi di qualità e addirittura non esiste una mappatura della loro presenza sulla Penisola. È vero che si tratta di strutture straordinarie e che prendono vita da azioni volontarie dei soggetti che vi operano, ma quante persone, in realtà, usufruiscono di questo servizio, che fa fronte all’emergenza? In altre parole, quanto sono davvero “straordinari” i casi di accoglienza in questi centri?

4 I dati del Ministero dell’Interno: quanti immigrati nelle strutture straordinarie?

Secondo i dati resi noti dal Ministero dell’Interno a metà ottobre 2015, in occasione della presentazione del Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia, allora erano oltre 99.000 i migranti ospitati nelle strutture di accoglienza in Italia. Di essi, quasi 71.000 si trovano all’interno dei Cas, circa 21.800 negli Sprar e poco più di 7.000 nei Cara. Emerge quindi che ben il 72% del totale dei profughi presenti sul territorio si trova in strutture di accoglienza “straordinaria”, che evidentemente tanto straordinarie non sono. La rete dei Cas, che è una rete informale, è in realtà quella che regge il peso maggiore dell’accoglienza degli immigrati nel nostro Paese. Non c’è una programmazione né un coordinamento centrale di queste strutture, non esiste una definizione di standard minimi di igiene né un elenco dei servizi fondamentali che devono essere forniti agli ospiti di queste strutture. Non esiste un programma-base che definisca le modalità di inserimento degli immigrati nel territorio locale, né che esiga che venga loro insegnato l’italiano. Sta alla vocazione umanitaria dei singoli, alla loro coscienza, decidere che cosa adoperarsi per fornire, o meno, a queste persone.

IL CASO DI ALMESE: UN CAS CHE FUNZIONA

Lo scopo di questo articolo non è protestare a ogni costo i Centri di accoglienza straordinaria. Come già detto in precedenza, esistono centri di accoglienza straordinaria che funzionano. Ne è un esempio la Casa dell’Amicizia di Almese: una struttura in cui vengono ospitati 44 migranti, in un’abitazione privata a pochi chilometri dal centro della cittadina. Il centro è gestito da una cooperativa, ma la maggior parte delle attività di cui gli ospiti del centro usufruiscono sono organizzate dalla popolazione almesina. I cittadini di questo Comune della Bassa Valle, coordinandosi e auto organizzandosi, hanno istituito corsi di italiano, cucito, teatro e addirittura di arti bianche. Non essendo previsto alcun percorso scolastico, né di inserimento lavorativo, per gli immigrati, gli almesini hanno deciso di fare da sé. E hanno fatto bene. La fortuna, in questo caso, sta nel fatto che la struttura i cui abitano gli immigrati è di proprietà della Chiesa. La comunità della parrocchia di Almese, vivendo da vicino la tragedia di questi ragazzi, ha quindi deciso di aiutarli. Ma non sempre questo succede.

UN SISTEMA CHE PUÒ FUNZIONARE, MA CHE È BASATO SULL’INGIUSTIZIA

Il caso di Almese dimostra che l’auto organizzazione della cittadinanza funziona, se i cittadini sono ben disposti ad aiutare. Tuttavia, non è questo il punto. Pur augurando la miglior riuscita all’esperimento della micro accoglienza che i Comuni della Bassa Valle hanno deciso di intraprendere, si deve sottolineare l‘ingiustizia di un sistema che si basa sulla regolamentazione dello status di immigrati, sulla costrizione a rimanere in un dato luogo e sulla quasi sicura espulsione, ma che non garantisce alcuno standard minimo nell’accoglienza degli stessi. La decisione di regolamentare il flusso di immigrati e di decidere che solo in presenza di determinati requisiti questi possono rimanere legalmente in Italia crea inevitabilmente uno status di immigrato legale e quindi anche un sistema di esclusione dalla legalità. Definire chi ha il permesso per restare, in altre parole, significa anche decidere che c’è qualcuno che non ce l’ha: e sono in molti a esserne privi. È forse un’ovvietà affermare che includere significa anche escludere chi non è incluso, ma diventa invece un ragionamento significativo davanti ai numeri di chi rimane fuori. La soluzione in teoria è ovvia, anche se in pratica professarla significa essere bollati come antagonisti, contrari allo Stato e al diritto. L’abbattimento delle frontiere sembra una conseguenza estrema e una proposta inaccettabile, solo qualche pazzo di estrema sinistra potrebbe crederci. Eppure, già Immanuel Kant nella Pace perpetua (1795) indicava l’abbattimento dello Stato Nazione e la creazione di un sistema mondiale, dovo tutti fossero “cittadini del mondo”, liberi di circolare ovunque, come l’unica soluzione per debellare del tutto i conflitti e le . Kant indicava tre requisiti per la pace perpetua: che la costituzione dello Stato sia repubblicana (diritto interno), che la comunità internazionale sia una federazione di liberi stati (diritto internazionale) e che esista nel mondo il principio di ospitalità universale (diritto cosmopolitico). È quest’ultimo il principio che si adatta al caso degli immigrati: secondo Kant, ciascuno deve essere libero di muoversi liberamente e stabilire relazioni commerciali con i cittadini di altri stati. Questo pone le basi per l’istituzione di una costituzione civile mondiale. Lo straniero, secondo il filosofo, ha il limite di non poter minacciare o disgregare l’esistenza dello stato in cui è ospitato ma nello stesso tempo ha il diritto di non essere trattato ostilmente. Era il 1795 quando questi concetti venivano scritti: siamo nel 2016 e oggi si studiano sui banchi di scuola. Peccato, però, che queste idee rimangano all’interno degli edifici scolastici, mentre fuori si ricostruiscono le frontiere.

La prima parte dell’articolo QUI

(M.C. 23.04.16)

Fonti:

LA VALLE DI SUSA ACCOGLIERA’ 68 PROFUGHI IN 20 COMUNI / UN PROGETTO INNOVATIVO DA AVIGLIANA A SUSA

LA VALLE DI SUSA ACCOGLIERA’ 68 PROFUGHI IN 20 COMUNI / UN PROGETTO INNOVATIVO DA AVIGLIANA A SUSA


http://www.interno.gov.it/it/temi/-e-asilo/sistema-accoglienza-sul-territorio/centri-limmigrazione
http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/711365/Dai–Cara–agli-.html
http://www.cittadinanzattiva.it/editoriale/giustizia/8246-centri-di-accoglienza-immigrati-non-prendeteci-in-giro.html