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La povertà anche in Val Susa discussa con l’Associazione Segno

Penultimo incontro promosso dall'Associazione Segno a Susa. Si dibatte sulle nuove povertà indotte dalla crisi presenti anche in Valle.Il ruolo dei consorzi a sostegno di chi ha problemi e quello delle amministrazioni locali.

di Silvia Jethmalani 

Venerdi 5 dicembre si è tenuto a , presso la Libreria Panassi, il penultimo incontro organizzato dall’Associazione “Segno”, presieduta da Fabrizio Zandonatti, sul tema : “Vecchie e nuove forme di ”. Sono stati ospiti della serata Anna Blais e Pier Giuseppe Genovese, rispettivamente direttrice e presidente del ConI.S.A. , il Consorzio Intercomunale Socio-Assistenziale della Val di Susa. Matteo Ghiotto ha sostituito la giornalista Chiara Genisio nella presentazione della serata.

La povertà è purtroppo un concetto noto. Ma quello che spaventa maggiormente le persone è la presa di coscienza di nuove forme di povertà. La crisi finanziaria iniziata ormai da diversi anni ha portato con sè tutta una serie di problematiche economiche e culturali alle quali servizi sociali come il non riescono più a far fronte o comunque faticano a dare risposte certe. Come afferma la direttrice Blais, anche qui in Val di Susa, oggi il “nuovo povero” può essere chiunque, perché chiunque può aver bisogno di aiuto ed appoggiarsi agli enti preposti. E sono cambiate anche le esigenze da soddisfare. Mentre un tempo a rivolgersi al erano perlopiù persone indigenti conosciute in città e già di per sè fuori dai circuiti della cosiddetta “normalità”, oggigiorno il bacino d’utenza è diventato enorme e comprende persone di tutti i tipi. Persone che non riescono più a pagare il mutuo, che fanno scadere bollette di casa e mensa dei figli per mancanza di soldi. Nuclei familiari dove a lavorare erano in due ma che si sono trovati da un mese all’altro ad essere coppie monoreddito. Anziani che faticano letteralmente a mettere insieme il pranzo con la cena. Genitori separati, soprattutto padri, che si ritrovano in situazioni di precarietà economica tale da non potersi più occupare del mantenimento dei propri figli.

A questi status di indigenza economica e sociale angoscianti vanno ad aggiungersi nuove forme di depressione e di perdita della dignità. I nuclei familiari vivono conflittualità ben maggiori di un tempo e a volte, nel tentativo di trovare strade alternative per risollevare le sorti della famiglia, si ritrovano invischiate in contesti al limite del lecito o comunque in situazioni di perdita ancora maggiore di denaro. Le emergenze sono diverse: sanitaria, perché non ci si cura in modo adeguato e perché molti non riescono a pagare neanche più il ticket; abitativa, numerosi gli sfratti per morosità, il numero sempre crescente di “senza tetto” e anche le difficoltà per i proprietari di casa, un tempo persone in un certo senso privilegiate, oggi gravate da tasse esorbitanti e dalla difficoltà di riscuotere il pagamento degli affitti.

Matteo Ghiotto nella sua introduzione alla serata, riporta i dati del direttore della Caritas sulla povertà in Italia: l’impoverimento degli ultimi anni, in Val di Susa come in tutto il territorio nazionale, non è solo economico e materiale ma anche sociale e soprattutto culturale. “Anche l’avidità è una forma di povertà” dice Ghiotto. “È un modo non solo per non dare ma anche per non essere redditizi, per non contribuire alla crescita della collettività”.

Come uscire da tutto questo? Il presidente del ConISA Genovese ammette che non è affatto semplice passare da un quadro realista ma assolutamente negativo tracciato finora ad una visione positiva che possa dar speranza alle persone. C’è bisogno di un cambio culturale dei modelli di riferimento e di stile di vita. La parola d’ordine è “rigenerare”. Responsabilizzare le persone, ognuna con il suo potenziale e con le sue capacità a contribuire a generare fonti di energia, risorse da mettere a disposizione della comunità locale, della collettività di cui si fa parte. Paradossalmente, come ci informano gli amministratori, le politiche di austerità imposte all’Italia hanno aumentato le indigenze e la povertà in generale, diminuendo però i fondi a disposizione di chi quotidianamente si ingegna e si batte per aiutare i meno fortunati e le persone che, loro malgrado, si ritrovano nell’indigenza.

Alcune soluzioni sembrano però esserci.

Il Consorzio socio-assistenziale è molto attivo sul fronte delle situazioni di necessità anche se, come occorrerebbe occuparsi degli interventi di genere preventivo. Bisognerebbe avere i fondi necessari per intervenire prima che il momento di difficoltà di un utente degeneri in emergenza vera e propriaperché come si può ben intuire le urgenze vengono poi a costare molto di più non solo in termini economici ma anche di energie spese, di tempi e di personale. “Occorre puntare sulle politiche comunitarie, soprattutto a livello locale”, ribadisce ancora Anna Blais, “su un maggiore coordinamento tra tutte le forze e i soggetti che a diverso titolo si occupano di questo tema”. Le amministrazioni dovrebbero non solo delegare ai consorzi ma occuparsi personalmente delle situazioni su cui intervenire. “Ci vuole la flessibilità degli schemi sociali”, dice Anna Blais, affinché “il bisogno di uno possa diventare risorsa di un altro”.

Nella pratica, i programmi del ConISA sono per esempio il “Progetto di buon vicinato”, in cui due vicini di casa possono essere utili l’uno all’altro, il primo anziano o disagiato seguito in una quotidianità diventata ormai difficoltosa ed il secondo risarcito per la sua disponibilità dal consorzio ad un costo molto sostenibile per la collettività. Molto interessanti sono anche i progetti che vedono l’unione dell’imprenditoria privata con le politiche sociali, come ad esempio la “Casa gialla di Tota Lisa” ad Almese. Dallo stabile in disuso messo a disposizione da una congregazione religiosa, il Comune di Almese in collaborazione con il ConISA e un’altra cooperativa sociale ha realizzato 5 mini appartamenti affittati a persone con qualche problema a costi molto esigui. Ci sono poi piani di lavoro che riguardano il cosiddetto “Housing Sociale”, ovvero case per emergenze abitative, a Meana, Almese e Oulx ed anche progetti di collaborazione tra proprietari di case e affittuari, che propongono garanzie per i padroni di casa e possibilità abitative per chi al momento non può spendere tanto.

L’avvocato Erika Liuzzo, assessore del Comune di Susa alle politiche sociali, turismo ed attività produttive, afferma che occorre ridefinire i ruoli tra volontariato ed ente preposto. Riqualificare la collaborazione tra le varie associazioni, in modo che l’aiuto arrivi omogeneo e coordinato. Farsi conoscere come attività di volontariato proprio per riuscire a spendere le risorse, fossero anche poche, nel migliore dei modi. Rivalutando le associazioni che, in quanto sganciate dai vincoli di legge, possono risultare utili in collaborazioni di lavoro per esempio. Uscire dall’individualismo e avere la stessa percezione del comune obiettivo da raggiungere, gli enti preposti e le associazioni, senza paura di sovrapposizioni, anzi collaborando insieme. “Occorre necessariamente riqualificare il ceto medio, “regredito” ormai in una fascia grigia”, ribadisce ancora l’assessore Liuzzo “e reintegrarlo nel tessuto sociale e culturale”.

Il quadro esposto durante l’incontro è quindi variegato e complesso. Un cambiamento è sentito da tutti non solo come utile ma come indispensabile per andare avanti e per fare meglio. È necessario percepirsi come risorse che unite possono dare risposte a chi risposte non ne vede più.

S. J. 15.12.14