La visibilità negata del movimento No Tav

downloadArresti, convalide, pedinamenti, molotov, "attentati" a servizi sanitari, dichiarazioni senza "se" e senza "ma" dovrebbero far sorgere molti "se" e molti "ma" a partire dalle molteplici considerazioni che si potrebbero fare su neofascisti dalla penna facile e politici senza scrupoli. Preferiamo esprimere la nostra solidarietà al magistrato Livio Pepino, chiamato in causa come mandante morale in questi giorni, pubblicando nuovamente un suo scritto comparso tra le pagine di Altraeconomia il 18 ottobre scorso. Lucido e chiaro.

La visibilità negata del movimento No Tav

Improbabili maîtres a penser di diversa storia ed estrazione evocano, con riferimento alla Val Susa, i fantasmi del terrorismo.

Lo fanno con scarso senso di responsabilità e con colpevole mancanza di memoria -nel Paese che, per coprire le stragi di Stato, inventò gli attentati anarchici-. Mi tornano alla mente un altro lembo di Italia, Cinisi (Pa), e Peppino Impastato, giovane antagonista ucciso da Cosa nostra e, per vent’anni, fatto passare, dalle istituzioni e dai media, per un terrorista. Lo dico con le parole di sua madre, Felicia Bartolotta: “Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise […]. Glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto […]. Fanno abusi, si approfittano di tutti, al municipio comandano loro’. Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo”.

Attenzione! Quel che succede in Val Susa non è un fenomeno locale, limitato a una propaggine periferica dell’impero. Non lo è per il modello di sviluppo evocato dalla ennesima grande opera inutile e dispendiosa e dalle devastazioni ambientali da essa indotte. E non lo è per le reazioni, istituzionali e mediatiche, al movimento di opposizione. Dapprima i No Tav sono stati presentati come folkloristici montanari fuori dalla storia (moderni Obelix o Asterix), interessati solo alla propria terra e destinati ad essere travolti dalla ragione e dal progresso. Poi, quando il movimento ha cominciato ad aggregare consensi anche fuori dalla valle, sono iniziate le critiche -a causa di presenze esterne considerate indebite- e le denunce -per infiltrazioni di “autonomi” e “antagonisti”-: strana nemesi della storia, dimentica, se non d’altro, dell’estraneità alla valle dei più solerti sostenitori dell’opera…

Infine, in corrispondenza con l’emergere della questione Tav sulla scena nazionale (con presa di distanza dall’opera, secondo l’Ispo di Renato Mannheimer, del 44 per cento degli italiani), si è aperta la fase della criminalizzazione del movimento (o di una sua parte e, per il tramite di questa, del tutto).

Ma che cosa succede davvero in Val Susa? Succede che da ventitre anni l’opposizione al Tav -un’opposizione di donne, uomini, vecchi, bambini, ragazzi- continua in mille rivoli, con manifestazioni, libri, cortei, dibattiti, concerti, festival cinematografici, iniziative di solidarietà e di imprenditoria etica, turismo alternativo, feste, incontri internazionali, denunce di danni ambientali e di infiltrazioni mafiose, quaderni di documentazione, attività di formazione e molto altro ancora. Questa opposizione è così diventata, da un lato, il punto di riferimento per chi crede in una gestione partecipata dei territori e, dall’altro, una spina nel fianco di una politica bipartisan interessata solo -nel silenzio complice della stampa- a profitti privati e di gruppo. E succede che, per acquistare una visibilità negata e per esistere nella società mediatica -l’analisi non è di un pericoloso sovversivo ma di Ilvo Diamanti sulle pagine de la Repubblica-, il movimento ha affiancato alle attività di sempre alcune iniziative dimostrative, fatte anche di azioni violente contro le cose (come, da ultimo, i famosi “assalti alle reti del cantiere”, anticipati sui siti o addirittura attraverso manifesti e volantini): non velleitari tentativi di “presa della Bastiglia”, ma strumenti per mantenere uno stato di tensione e, dunque, di attenzione. A ciò la politica -a differenza di quanto accade in altri Paesi interessati all’opera- ha reagito, anziché con il confronto, con una delega acritica agli apparati repressivi. Ed è accaduto così quel che tutti -e più di ogni altra persona chi si occupa di ordine pubblico- sapevano: la violenza ha generato violenza, i gas lacrimogeni e le manganellate (comparsi alla grande già nel giugno-luglio del 2011) si sono intrecciati con i lanci di pietre e di petardi. In una spirale apparentemente senza fine nella quale l’accertamento di chi ha cominciato è un gioco sterile. Non avendo mai condiviso la violenza, da qualunque parte provenga, non me ne rallegro. E -aggiungo- so bene che anche i danneggiamenti sono reati e che nessuno può pretendere impunità a prescindere.

Ma dire questo, senza ambiguità, non esaurisce il problema. Non basta, infatti, deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si inaspriscono gli animi -come fa la politica- con provocazioni, comportamenti irresponsabili, accuse infondate, falsificazioni clamorose. Soprattutto se alla scelta della politica si accoda (come sta accadendo) la maggior parte della stampa, subalterna e disinteressata a ogni approfondimento autonomo, concentrata sui soli aspetti scandalistici, sempre più impegnata nel presentare l’opposizione al Tav in termini di cronaca nera (tacendo aggressioni e danneggiamenti in danno di esponenti No Tav e attribuendo, per contro, al movimento, in modo apodittico e prima di ogni indagine, la paternità di attentati e minacce anche in danno di personaggi controversi, dunque, con possibile diversa matrice). In questo contesto l’intervento giudiziario non si è limitato alla doverosa (e da nessuno contestata) attività di indagine e di equilibrata repressione dei reati, ma ha assunto aspetti di diretto coinvolgimento della magistratura nella gestione dell’ordine pubblico (simboleggiata, in ultimo, dalla presenza di due pubblici ministeri nel teatro delle operazioni, in evidente continuum con le forze di polizia il cui operato dovrebbe, anch’esso, essere oggetto di controllo). Si collocano in tale prospettiva alcune contestazioni abnormi, l’uso a piene mani della custodia cautelare, il ricorso alla tecnica dei processi “a mezzo stampa” (oltre che negli uffici giudiziari), i ripetuti ritardi e le sottovalutazioni a fronte di argomentate denunce provenienti dal movimento No Tav e altro ancora. E, alla fine, è arrivata l’evocazione mediatica e finanche giudiziaria del terrorismo.

Attenzione! Assimilare, per utilità contingenti, le pietre alle pistole non significa solo fare un cattivo servizio alla verità. Significa, anche, produrre effetti devastanti nel vissuto delle persone e nell’immaginario collettivo. Il tentativo non è nuovo. Il 20 luglio 2001, mentre a Genova veniva ucciso Carlo Giuliani, il direttore del Tg4 Emilio Fede, nel corso del lungo telegiornale pomeridiano, chiosava le manifestazioni in corso con commenti e richieste univoci: “Quelli che stanno protestando sono drogati, pezzenti, bande di delinquenti che dovrebbero essere arrestati e tenuti in galera a vita”. Allora quelle sollecitazioni vennero respinte (o comunque contenute) grazie alla mobilitazione di molti. Il compito dei democratici, oggi, è fare altrettanto.

* Giurista e scrittore, nel 2012 ha pubblicato con Marco Revelli Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa  (Edizioni Gruppo Abele)

da Altraeconomia 18 ottobre 2013