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Le trivellazioni minacciano le risorse idriche dell’Irpinia

di Sabino Aquino, idrogeologo

Le acque sotterranee e superficiali dell’Irpinia, costituiscono la maggiore ricchezza del territorio e il principale serbatoio idrico naturale dell’intero Mezzogiorno. Basta citare il nome Irpinia per rievocare le ingenti fonti idriche di Caposele, di Cassano Irpino e di Serino, da cui traggono alimentazione i più importanti acquedotti del meridione d’Italia. Pertanto, la provincia di Avellino, riveste un ruolo strategico nell’ambito della gestione e del coordinamento di diversi sistemi idrici che vengono alimentati delle fonti idriche in essa presenti. Sulla base dell’attuale assetto infrastrutturale, le acque dell’Irpinia ricadono, infatti, al centro di un complesso sistema di interscambi idrici interregionali, per quanto concerne il comparto potabile ed irriguo.

Eppure, le popolazioni Irpine stanno vivendo l’alternarsi di fenomeni di siccità e di concentrazione delle piogge, che insieme mettono in forse la certezza della disponibilità d’acqua ed espongono al rischio ricorrente di frane e alluvioni. Pertanto, uno dei maggiori motivi di preoccupazione degli enti gestori di acquedotti è il pericolo di depauperamento delle risorse idriche; depauperamento che può avvenire per cause naturali (ad esempio: minore alimentazione degli acquiferi e/o degli invasi,
dovuta a diminuzione degli afflussi meteorologici) o per cause antropiche (ad esempio: emungimenti superiori ai quantitativi idrici di alimentazione; decadimento della quantità delle acque, a cui segue necessariamente una minore disponibilità di risorsa).
L’acqua, da abbondante ricchezza, è diventata un problema non più rinviabile anche in Irpinia. Come affrontarlo? Come mettersi nelle condizioni di prevenire il ripetersi di “emergenze naturali” ormai prevedibili? Ai molteplici fattori che minacciano le risorse idriche, negli ultimi giorni per i bacini imbriferi irpini si è aggiunta una ulteriore minaccia: la ricerca petrolifera con la esplorazione del suolo attraverso trivellazioni profonde.

Per meglio delineare l’impatto che le attività di estrazione petrolifera possono avere sull’ e sulle risorse idriche in particolare è necessario precisare che il suolo e le acque sotterranee formano un sistema di estrema complessità, soprattutto a causa dell’eterogeneità della struttura del sottosuolo, dovuta sia alla naturale presenza e sovrapposizione di complesse e diverse formazioni geologiche, sia alle modificazioni derivanti da insediamenti umani agricoli, civili o industriali. Questa complessità si riflette nel comportamento e nell’evoluzione di una contaminazione del suolo, che determinano, a oro volta, l’impatto reale che tale contaminazione avrà sull’, in termini di estensione parziale e di persistenza temporale.

Tra le molteplici vie che possono essere seguite da un contaminante rilasciato nel suolo, la più rilevante è senza dubbio quella che lo porta alla falda acquifera, sia per il valore che ha in sé la falda come risorsa idrica, sia perché una falda mobile può propagare l’inquinamento a grandi distanze. L’estrazione di petroli e di gas rappresenta un serio rischio per le acque sotterranee a causa delle tecniche stesse di ricerca e sviluppo e delle notevoli quantità di sostanze ad alto potenziale inquinante che vengono movimentate.
Tali sostanze includono, ovviamente, gli idrocarburi fluidi movimentati, le acque salate connesse ai giacimenti, i fanghi di perforazione, le acque immesse in profondità a scopo di migliorare il recupero del e/o allo scopo di contrastare la subsidenza indotta per decompressione dei giacimenti. Le indagini già effettuate a partire dagli anni 60 hanno evidenziato che nel comprensorio Irpino i giacimenti di gas naturali e di risultano molto profondi. Ciò comporta che sia in fase di trivellazione per indagini ma anche per la realizzazione del pozzo petrolifero si deve necessariamente utilizzare notevoli
quantitativi di fanghi e fluidi perforanti con sicuri travasi di questi fluidi nelle falde idriche che alimentano i pregiati e cospicui gruppi sorgivi emergenti nelle aree vallive delle idrostrutture carbonate (Monte Terminio-Tuoro e Monte Cervialto) che si ergono nell’area sottoposta a ricerca di idrocarburi e che accolgono nelle loro viscere acquiferi con potenzialità idrica di oltre 10.000 litri al secondo in media annua, utilizzati per l’approvvigionamento idrico di oltre tre milioni di persone.
A ciò va anche aggiunto che una volta individuato il serbatoio petrolifero sotterraneo per tirare fuori dai giacimenti il greggio, gli operatori iniettano nel suolo con notevoli pressioni liquidi contenenti acqua mista a sostanze chimiche. La pressione fa risalire il petrolio in superficie, mentre il liquido riempie l’area sottostante. Le rocce presenti in sito non essendo completamente impermeabili lasciano filtrare parte del liquido che penetra così negli acquiferi (utilizzati a scopo idropotabile) profondi pregiudicandone seriamente la originaria purezza nonché le caratteristiche chimico-fisiche e batteriologiche. Va anche evidenziato che alle situazioni connesse con la fase di ricerca e sfruttamento dei giacimenti di oli e gas, altre e forse più pesanti se ne aggiungono quando i giacimenti, oramai esauriti, ed i pozzi che li sfruttavano vengono abbandonati.

In certe aree, i pozzi petroliferi abbandonati, compresi quelli effettuati per la ricerca di idrocarburi, hanno causato seri inquinamenti delle acque sotterranee. Essi in genere attraversano più acquiferi e pertanto costituiscono dei veri e propri connettori degli agenti inquinanti. Le acque salate associate ai giacimenti o reimmesse, acque inquinate provenienti dalla superficie, residui di idrocarburi lisciviati vanno ad inquinare le acque sotterranee di buona qualità connesse. Il rischio inquinamento per gli acquiferi irpini non è rappresentato solo dalle trivellazioni per ricerca e captazione dell’idrocarburo ma anche dalle infrastrutture che dovranno realizzarsi successivamente alla individuazione del petrolio per il trasporto dello stesso alle raffinerie. Le condutture ed i sistemi di condotte che sono utilizzate per trasportare i prodotti petroliferi e i gas naturali sono i più soggetti a perdite, nonostante tutti gli accorgimenti che vengono impiegati nella loro progettazione e realizzazione.
Queste infrastrutture di collegamento hanno sviluppi di centinaia di chilometri, impegnano situazioni topografiche, idrografiche e idrogeologiche anche molto diverse costituendo ovunque un elemento di notevole pericolosità potenziale. La loro posa in opera nel sottosuolo comporta sempre una scarificazione notevole del terreno in sito e la realizzazione di trincee profonde nell’insaturo e, abbastanza spesso, nella zona satura dell’acquifero. Le perdite causate da deterioramento (corrosione), dalla rottura o da cedimento di tali tubazioni provocano la fuoriuscita dei liquidi, spesso altamente inquinanti, ed conseguente inquinamento delle acque sotterranee soggiacenti. Altre cause di perdite nelle tubazioni sono le saldature, difettose, sovrapressioni incidentali, dal traffico pesante, frane e sprofondamenti. Senza poi trascurare le vibrazioni indotte al suolo dai terremoti in aree come quella Irpina classificata ad elevata sismicità.

da Parallelo41