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Licenziati Rear. Nessuna solidarietà dal Consiglio regionale del Piemonte. Bocciata la mozione del Movimento 5 Stelle

Seduta infuocata a Palazzo Lascaris. Niente controlli ai contratti delle cooperative operanti sul territorio, nessuna solidarietà con i lavoratori Rear licenziati.

di Monika Crha

La seduta del che si è tenuta martedì 30 settembre a Palazzo Lascaris più che illuminante è stata scioccante.

La mozione presentata dal Movimento 5 Stelle, che vorrebbe mettere al centro del dibattito la questione dei cinque lavoratori della licenziati senza giusta causa, finisce in coda all’ordine del giorno.

Prima si deve parlare del nuovo sito per l’Istituto zooprofilattico. Poi dei 50.000  euro che il vicepresidente Boetti chiede vengano stanziati per gli anziani, e i loro animali da compagnia. Ci sono inoltre le quote latte e le cartelle che Equitalia ha fatto partire all’indirizzo di 2500 stalle che chiuderanno per non riaprire, con una perdita di 7000 posti di lavoro.

Monika-Chra_03_IMG_20140930_103148E in questo mare magnum del dolore si giunge finalmente alla questione Rear e alla mozione presentata dal M5S che chiede un’espressione di solidarietà da parte del Consiglio regionale ai lavoratori licenziati ingiustamente dalla Rear. Non un atto di sfiducia nei confronti del Presidente, dichiara Davide Bono.

Ma il presidente del Consiglio regionale del Piemonte Mauro Laus è anche l’ex Presidente della società cooperativa Rear, una società torinese che fattura  21 milioni di euro: fornisce personale al Museo del Cinema, alla Reggia di Venaria e ad altre istituzioni culturali della città.

Era ieri,  il 2012,  quando il regista Ken Loach rifiutò di presentare il suo film al Torino Film Festival in segno di solidarietà con i lavoratori Rear licenziati. Lo fece dopo aver ricevuto una loro email. Venne a Torino a dire no, “Non ci sto ad alimentare le ingiustizie”. Seguirono inevitabili le polemiche, le dichiarazioni, e tutto il circo Barnum diede spettacolo.

Oggi, interprete della voce dei giovani lavoratori Rear è la legge, con una sentenza passata in secondo grado che dichiara illegittimo il contratto Unci al quale Rear si appoggia. E dichiara che  35.000 euro devono andare al lavoratore licenziato ingiustamente,  più 8 mensilità. Il Museo del Cinema non si è presentato in tribunale. È stato condannato in contumacia.

Federico Altieri, uno dei cinque licenziati che scrisse a Loach, e vi si trovò seduto accanto al tempo, oggi è  tra il pubblico, presente alla seduta.

Il sindaco di Torino, Piero Fassino, all’epoca gli aveva detto “Risolviamo!” Ma trovarsi ancora a questo punto fa chiedere ora il senso di quel Risolviamo allora. Federico infatti non ha risposte. Ben due gradi di giudizio, dice Altieri, sostengono che Loach non fosse un megalomane, come asserirono in  tanti. “Quello che spero – dice –, è che la Rear non vada in Cassazione ma assieme agli assessori, al museo e ai lavoratori si possa programmare un futuro migliore del quale spero di fare parte”.

Andando alle cifre, Rear applica un contratto che è stato sanzionato, l’Unci, dichiarato illegittimo, e sul quale nel 2011  ha chiesto una riduzione di stipendio per il lavoratori di circa 1,50 € lorde l’ora. Se si considera che lo stipendio era di 5,50 € lorde l’ora i conti sono finiti.

Monika-Chra_03_IMG_20140930_122307Davide Bono (M5S), si rivolge quindi al   presidente Laus esclamando  “È fantastico che ora lei sia Presidente!”. “Se non controlliamo i contratti e gli appalti, se sono legittimi o meno, dove andiamo? Perché ci sono ditte che lavorano con appalti della Regione e trattano i dipendenti come entità prive di diritti” incalza la consigliera Frediani. Ma Davide Gariglio (Pd) si domanda “a chi giova questo approccio strumentale proposto dal Movimento 5 Stelle”.

Il 30 giugno 2014 Mauro Laus diventa presidente del Consiglio regionale. Del  1° luglio è la condanna in II grado, mentre del 9 luglio la dimissione da  presidente della Rear. Ora al Cda della Rear presiede un portavoce, Munafò. C’è la cognata di Laus, Valeria Cardone. C’è il  fratello di Laus, Nicola. E Laus risponde ai 5 Stelle con un intervento di 11 minuti, nei quali Bono continua a scuotere la testa e a ripetere “Non è così”.  Laus ribatte che la Rear è una società privata nella quale la sua famiglia può lavorare; che in Italia, un  lavoratore che firma questi contratti sindacali riconosciuti percepisce 3,90 €/h, come chi fa l’usciere in tribunale. E ricorda i suoi anni da parcheggiatore prima di diventare Presidente.

L’ordine del giorno è falso, secondo Laus, perché composto da un’accozzaglia di elementi, come la sentenza del tribunale. E ancora “Mi sono dimesso dalla Rear per rispetto verso i committenti. Ci sono due tipi di politici, quelli che prendono le mazzette e altri che non lo fanno. Io non sono un ipocrita”.

Gariglio interviene all’indirizzo dell’assemblea dichiarando che il Movimento 5 Stelle non si occupa dei lavoratori. Che utilizza i lavoratori per andare a colpire politicamente.

Marrone (Fratelli d’Italia) tiene una piccola lezione di etica politica; il vicepresidente richiama i consiglieri Chiamparino e co. a non fare salotto mentre Marrone parla. Oramai la seduta sembra un’aula di scuola all’ora della ricreazione. Mancano solo gli aeroplanini di carta che volano. Il tutto in linea con  i collaboratori di Laus che gironzolano un po’ tra i giornalisti, un po’ avanti e indietro con il presidente.

Alla fine la decisione è presa: la mozione non può essere votata perché si confondono i piani e occorre dunque ripresentarla. Bono propone di cambiarla, come da regolamento, e chiede il voto segreto.  La mozione resta sostanzialmente la stessa, con l’aggiunta che venga controllato lo stato dell’arte e l’applicazione del contratto nazionale all’interno delle cooperative operanti sul territorio. Proposta di modifica accettata.

Votazione: su 43 presenti 24 contrari, 9 favorevoli, 3 astenuti, 7 non votanti. Mozione respinta.  Federico Altieri è incredulo. Si trattava soltanto di una mozione di solidarietà, con cui il Consiglio regionale non solo palesa di non voler esprimere la propria solidarietà ai licenziati, ma anche di non voler procedere al controllo dei contratti.

M.C. 30.09.14